Vai al contenuto
Luca Masrè Passaro
Laboratorio AI

luca@masrepassaro.com WhatsApp

home / blog

68 deputati su 150 hanno letto l’AI in aula

Testo scritto con AI: in Olanda 68 deputati hanno letto in aula discorsi del chatbot. Ecco i segni che li hanno traditi e cosa cambia per chi scrive.

LMP Luca Masrè Passaro
·
21.10.2026
Illustrazione in stile Ghibli: un deputato di spalle al leggio di un'aula vuota, mentre un automa d'ottone dietro il sipario gli fa arrivare fogli di carta

«L’intervento che segue è stato reso possibile da Keano, il mio collaboratore, da me stesso e da Claude. Intanto, un saluto a De Groene Amsterdammer.»

Lo ha detto René Claassen, deputato olandese, aprendo il suo turno in un dibattito sulla sanità ospedaliera. Keano è una persona in carne e ossa. Claude è un chatbot. Il saluto ai giornalisti aveva un motivo preciso: il giorno prima erano andati nel suo ufficio a chiedergli perché quest’anno avesse usato l’intelligenza artificiale per scrivere i suoi interventi in 17 dibattiti su 33.

Claassen, almeno, lo ha detto ad alta voce, in aula.

Oggi, 21 ottobre, la redazione d’inchiesta Investico e il settimanale De Groene Amsterdammer hanno pubblicato il lavoro da cui viene quella scena. Hanno passato al setaccio i discorsi della Tweede Kamer, la Camera bassa olandese, quella da 150 seggi: secondo la loro analisi, fra gennaio e settembre 68 deputati hanno letto in aula testi scritti per più della metà da un chatbot. Quasi 300 interventi. E per scoprirlo hanno usato un’altra intelligenza artificiale.

Per chi fa il mio mestiere, la parte più interessante sta nel modo in cui se ne sono accorti. I testi scritti con l’AI lasciano impronte, e sono impronte di retorica: le figure che si insegnano in ogni corso di comunicazione, usate però a una dose che le rende riconoscibili.

In breve

Investico e De Groene Amsterdammer hanno analizzato con il rilevatore Pangram i 2.715 interventi preparati in anticipo dai deputati olandesi fra il 1° gennaio e il 30 settembre 2026. In 297 casi, circa l’11 per cento, il testo risulta scritto con l’AI per più della metà: li hanno pronunciati 68 deputati, in quasi due dibattiti su tre. I testi segnalati contengono quasi il triplo degli elenchi in tre e più del doppio delle frasi «non X, ma Y» rispetto a quelli scritti a mano. L’AI compare soprattutto nei dibattiti tecnici e fra i deputati meno noti, quasi mai nei grandi dibattiti dei capigruppo. La lezione vale per chiunque scriva per convincere: lo stile della macchina si può riconoscere, e quando chiedi all’AI di accorciare conviene scegliere tu cosa deve restare.

Testo scritto con AI: cosa ha trovato l’inchiesta

Il metodo conta, quindi parto da lì. I giornalisti hanno raccolto i testi di 303 dibattiti, in aula e in commissione, tenuti fra il 1° gennaio e il 30 settembre 2026. Hanno analizzato l’intervento con cui ogni deputato apre il proprio turno nella prima fase del dibattito, quello che scrive prima e legge in aula, ricomponendolo quando veniva interrotto. Hanno lasciato fuori le interruzioni, le mozioni, le risposte del governo. I dati vengono da opentk.nl, il sito con cui Bert Hubert rende consultabile tutto quello che pubblica la Camera. Totale: 2.715 interventi.

Ogni testo è passato da Pangram, un rilevatore di testi generati dall’AI. Pangram segnala un testo come «in parte AI» già sopra il 10 per cento. L’inchiesta ha scelto una soglia molto più severa: conta solo i testi scritti con l’AI per più della metà, e solo quando lo strumento dichiara una fiducia alta nel suo giudizio.

Il risultato: 297 interventi su 2.715, circa l’11 per cento. Li hanno pronunciati 68 deputati. In quasi due dibattiti su tre almeno un deputato ha letto un testo uscito da un chatbot. Dodici deputati lo hanno fatto in più della metà dei loro dibattiti. E secondo la NOS, la televisione pubblica olandese, i deputati che hanno usato i chatbot sono quasi certamente più di 68, perché i testi sotto la soglia del 50 per cento sono rimasti fuori dal conto.

L’uso attraversa quasi tutto l’arco politico. Il gruppo che lo ha adottato di più è il BBB, il partito dei contadini: oltre il 30 per cento dei suoi testi viene in gran parte da ChatGPT o Claude, e il capogruppo Henk Vermeer ha letto testi dell’AI in 22 dibattiti su 58. Per PVV e CDA la quota è del 15 per cento, per i liberali del VVD del 16, per D66 del 7,5. Con SP, Partito per gli Animali e Volt lo scanner non è scattato mai.

Il dato più interessante, però, riguarda chi e dove. Nei grandi dibattiti, quelli in cui parlano i capigruppo affiancati da scrittori di discorsi e consiglieri in carne e ossa, l’AI quasi non compare: nessun segnale nel grande dibattito politico che segue la presentazione del bilancio, nessuno in quello sulla formazione del governo. Compare invece nelle commissioni tecniche, sulla legge per l’ambiente e il territorio, sulla sanità digitale, sulla tratta di esseri umani. In certe riunioni di commissione, scrive la NOS, più della metà degli interventi è stata preparata con questi strumenti. E a usarla sono soprattutto i deputati meno noti: metà dei primi dieci della classifica un anno fa non sedeva nemmeno in Parlamento.

Se devo leggerci qualcosa: l’AI entra più facilmente dove il tempo è poco e i riflettori sono spenti.

Le impronte: elenchi in tre e «non questo, ma quello»

Pangram lavora anche su segnali che l’occhio umano fatica a cogliere, come il ritmo delle frasi e la scelta delle parole. Ma i giornalisti volevano capire se anche la lingua dei testi segnalati fosse diversa a uno sguardo umano. Hanno contato due figure retoriche che, per chi studia queste cose, i modelli linguistici usano in eccesso.

La prima è il tricolon, l’elenco in tre. Nei testi scritti a mano ce n’è in media poco più di uno per intervento: 1,04. Nei testi scritti con l’AI quasi tre: 2,92. Un esempio dal dibattito sul bilancio della Difesa di marzo, nelle parole del deputato Maikel Boon (le traduzioni dall’olandese sono mie): l’esercito deve diventare «robusto, incisivo e indipendente»; «questo tocca i Paesi Bassi, questo tocca la nostra economia, questo tocca ogni cittadino».

La seconda è quella che i linguisti chiamano parallelismo negativo: la frase che prima dice cosa una cosa non è, e poi cosa è. «Non X, ma Y». «Non solo X, ma anche Y». Nei testi umani 1,32 per intervento, in quelli scritti con l’AI 2,84. Nello stesso dibattito di marzo, la deputata Fatimazhra Belhirch l’ha usata quattordici volte. «L’Ucraina non difende solo la propria libertà, ma anche quella dell’Europa.» «La sicurezza chiede un impegno strutturale, non temporaneo, ma permanente.»

Poi ci sono le parole. I testi scritti con l’AI contengono più del doppio di connettivi come «perciò», «proprio», «effettivamente», «allo stesso tempo». Quelli umani, al contrario, sono pieni di parole che in italiano suonerebbero come «beh», «molto», «volentieri», «in realtà», «naturalmente». Le parole di chi parla davvero.

Per essere sicuri di misurare l’AI e non qualcos’altro, i giornalisti hanno fatto una prova di controllo. Hanno preso 150 interventi del 2019 e del 2021, scritti quando questi strumenti non esistevano o non erano ancora capaci di scrivere testi del genere: Pangram li ha giudicati tutti scritti da persone. E in un campione di controllo di discorsi fra il 2019 e il 2023 le figure tornano ai livelli dei testi umani di oggi: 1,28 parallelismi negativi e 0,91 tricolon per intervento.

Suzan Verberne, docente di elaborazione del linguaggio all’Università di Leida, legge questo cambio di stile come una conferma del giudizio di Pangram. E aggiunge un dettaglio che smonta la difesa più comune: «Un cambio di stile così lo ottieni solo se fai riscrivere all’AI interi pezzi del testo. Solo allora arrivano tutti quei tricolon in più». Sui connettivi è ancora più precisa: in questi testi non c’è mai un passaggio brusco, serve sempre una parola che segnali il passaggio. «Sono, in realtà, strutturati in eccesso.»

C’è un ultimo segnale, il più difficile da misurare e il più grave. L’inchiesta lo chiama «una certa vuotezza»: parole disposte in una struttura che a prima vista sembra logica, e quasi nessun messaggio dentro. Verberne lo spiega così: i modelli tendono ad aggiungere simmetria perché alle persone piace, e per ottenerla a tutti i costi devono aggiungere cose che non hanno molto contenuto.

A gennaio, in una saletta della Camera, sei deputati discutevano con il ministro e il sottosegretario alla Difesa della strategia per la sicurezza informatica. Quattro su sei hanno letto testi in gran parte scritti dall’AI. Silvio Erkens, oggi sottosegretario all’Agricoltura, quel giorno aveva scritto il suo intervento da solo. Quando i giornalisti gli hanno raccontato il risultato, ha detto: «È una sensazione straniante, perché adesso mi chiedo: con chi stavo dibattendo?». E poi: «Ci vedo anche un bel po’ di ironia. Stavamo discutendo di intelligenza artificiale alla Difesa».

Un dibattito in cui la maggior parte delle voci arriva dalla stessa fonte assomiglia a una persona che parla da sola.

Il paradosso: sono le figure dei grandi oratori

Qui serve una premessa onesta. Il tricolon e la contrapposizione funzionano. Sono fra le figure più antiche della retorica e si insegnano proprio perché convincono. Gli autori dell’inchiesta lo ricordano: dai Greci in poi sappiamo che le cose dette in tre suonano complete. La contrapposizione fa risaltare un’idea mettendole accanto il suo contrario. Lo dico anche contro me stesso: il ribaltamento è la mossa che uso più spesso quando scrivo.

Allora dov’è il problema? Nella dose, e in quello che c’è dentro.

Una figura retorica persuade quando è una scelta. Il tricolon messo nel punto giusto chiude un ragionamento e si fa ricordare. Tre tricolon per intervento rischiano di diventare un tic, e i tic, prima o poi, si notano. Wendy van Eijk, deputata liberale fra le maggiori utilizzatrici, racconta di usare l’AI nell’ultimo passaggio, per accorciare, e di accorgersi che il chatbot nel suo entusiasmo riformula anche le frasi. Il suo giudizio su quel linguaggio: «Cerco di stare molto attenta, perché è bruttissimo e super riconoscibile».

Super riconoscibile è la parola che dovrebbe preoccupare chiunque scriva per convincere. Il rischio è che, quando chi ascolta riconosce lo stampo, la sua attenzione si sposti dal contenuto al modo in cui il testo è stato prodotto. Un rischio simile riguarda i siti fatti con l’AI partendo da una richiesta vaga: finiscono per assomigliarsi, e quello che pensi del sito rischi di pensarlo anche di chi l’ha fatto.

Laurens Dassen, il leader di Volt, ha detto ai giornalisti che l’AI sceglie sempre le parole di mezzo, quelle «middle of the road». È la descrizione più esatta del problema. Quando analizzo un discorso politico, come ho fatto con il linguaggio di Vannacci, cerco le scelte: la parola che spiazza, la frase che una parte del pubblico odierà. Un testo che segue le parole di mezzo porta pochi segni di scelta. Ha il ritmo di un’idea, e l’idea spesso manca.

Una frase può suonare come un pensiero senza contenerne nessuno.

«L’ho solo fatto accorciare»

Nessuno dei deputati messi davanti ai risultati ha negato. Le reazioni vanno dall’orgoglio all’imbarazzo. Bart Bikkers, liberale: «Anche nel mondo delle imprese lo applaudiamo». Henk Vermeer, del BBB: «Certo che usiamo l’AI, usiamo anche calcolatrici, telefoni e perfino macchine del caffè». Per un gruppo piccolo con tanto lavoro, dice, è un ottimo strumento. Harmen Krul, cristiano-democratico, si è preoccupato dell’impressione: «Mi dispiacerebbe molto se passasse l’idea che i miei interventi escono interamente dalla chat». Peter van Duijvenvoorde, di Forum per la Democrazia, ha definito il proprio uso «imbarazzante e disonorevole». Si è riletto un vecchio intervento sulla marina: «Mi è venuto da ridere, ho provato vergogna». Era nuovo, cercava uno stile e una voce, e all’improvviso si è ritrovato a usare parole come «condizioni al contorno». Da mesi ha smesso, e lo ha vietato anche ai suoi collaboratori.

La spiegazione che torna più spesso è un’altra: «Scrivo io, l’AI accorcia». Belhirch: «Scrivo io tutti i miei testi, ma spesso sono troppo lunghi. Allora chiedo: rendilo più compatto». Rachel van Meetelen, del PVV, alla NOS: «Non pronuncerò mai un testo che non condivido».

Ci credo. Verberne osserva però che, nel complesso dei testi segnalati, un cambio di stile così indica che sono stati riscritti interi passaggi: per un chatbot, accorciare spesso vuol dire anche riformulare, come ha notato la stessa Van Eijk. E la risposta più interessante l’ha data Dassen. «Puoi dire che la usi per accorciare, ma è proprio lì la scelta dolorosa: cosa taglio e cosa lascio? Quale di tutte quelle informazioni devo tenere io?» E ancora: «La gente ha votato per me perché vuole la mia valutazione, non quella dell’AI». Dall’estate il suo gruppo non usa più l’AI né per gli interventi né per le interrogazioni, e nemmeno per riassumere le lettere del governo, perché in una lettera, dice, spesso conta quello che manca, e il chatbot non te lo segnala.

Togli la politica e la frase resta valida. Se sei un consulente, un commercialista, un avvocato, un’agenzia, il cliente ti paga per la stessa cosa che gli elettori chiedono a Dassen: il tuo giudizio. Su quale rischio mettere in cima e su quale dettaglio lasciar perdere. Quando chiedi a un assistente di «rendere più compatta» la tua relazione, deleghi proprio quel giudizio. Ne ho scritto parlando di Claude dentro Google Docs: scrive lui, firmi tu, e la firma pesa.

C’è anche un dettaglio che riguarda chi comincia. L’inchiesta nota che i grandi utilizzatori sono soprattutto i deputati nuovi. Dion Huidekooper, di D66, ha usato il chatbot persino per il discorso d’esordio, quello personale con cui un deputato si presenta all’aula. Il suo metodo, a sentirlo, è ragionevole: «Annoto io, per punti, quello che voglio dire» e l’AI gli dà «un linguaggio chiaro e belle metafore». Il rischio però è evidente. Quando non hai ancora una voce tua, è facilissimo prenderne una in prestito. E quella in prestito, ormai, è la voce di tutti.

Quanto ci si può fidare di un rilevatore AI

Prima di trarre conclusioni su chi usa l’AI, conviene capire lo strumento che l’ha trovata. Pangram è a sua volta un modello di intelligenza artificiale: confronta i testi con enormi raccolte di testi scritti da persone e generati dall’AI e cerca le regolarità. Il suo amministratore delegato, Max Spero, lo spiega così: un modello prende le sue decisioni in modo coerente, mentre le persone hanno un ventaglio di scelte molto più ampio.

Secondo la nota di metodo dell’inchiesta, due ricerche universitarie, a Chicago e a Bruxelles, non hanno trovato falsi positivi di Pangram sui testi umani che hanno esaminato, e l’azienda stima un falso positivo ogni diecimila testi circa. Lo strumento funziona meglio sui testi lunghi: il minimo è di 50 parole, e gli interventi in Parlamento sono in media di circa 800.

I giornalisti, comunque, si sono mossi con prudenza. Soglia al 50 per cento invece del 10. Solo giudizi ad alta fiducia. La prova sui vecchi discorsi. E hanno pubblicato soltanto i nomi dei 47 deputati con almeno due testi segnalati, proprio per la possibilità, teorica, che un singolo testo fosse segnato per errore. Tutti i 68 hanno avuto la possibilità di rispondere.

Restano limiti dichiarati dagli stessi autori. Pangram stima quanta parte di un testo sia stata generata dall’AI, ma non ricostruisce cosa ci abbia messo dentro il deputato: un testo scritto da zero dall’AI e un testo lungo scritto a mano e fatto accorciare finiscono nella stessa colonna. Gli autori ritengono quasi certo che i testi segnalati siano stati copiati dal chatbot e letti in aula. E la loro verifica riguarda interventi parlamentari in olandese, lunghi e preparati: il materiale disponibile non permette di estenderne i risultati a testi brevi in italiano.

Da qui una conclusione mia, che nasce dalla prudenza di chi ha fatto l’inchiesta. Un rilevatore usato su migliaia di testi lunghi, con soglie severe, può fotografare un’abitudine. Lo stesso rilevatore usato su una mail o su un compito, per accusare una persona, è tutta un’altra operazione.

Un rilevatore AI misura uno stile. Le intenzioni di chi scrive restano fuori dalla misura.

Come portarlo nel tuo lavoro

La lezione olandese vale per chiunque scriva per convincere qualcuno: un’offerta, una mail difficile a un cliente, un post, l’intervento all’assemblea dei soci, le slide di una presentazione. Ecco come la applicherei.

  1. Scrivi tu lo scheletro. Il metodo di Huidekooper, nella sua parte buona, è questo: prima annoti per punti quello che vuoi dire, poi chiedi aiuto sulla forma. Se l’elenco dei punti è tuo, parti dai tuoi argomenti; poi controlla che il modello non ne aggiunga e non ne cambi. Se parti da «scrivimi un intervento su…», gli argomenti li sceglie il modello.
  2. Decidi tu cosa tagliare. Prima di chiedere «accorcia», segna le due o tre cose che devono restare a ogni costo. Ancora meglio: chiedi all’assistente di proporti i tagli come elenco, e scegli tu quali accettare. Il testo si accorcia e la valutazione resta nelle tue mani.
  3. Rileggi a caccia delle impronte. Conta gli elenchi in tre, le frasi «non è X, è Y» e «non solo… ma anche», i connettivi come «allo stesso tempo», «proprio per questo», «inoltre». Se nello stesso paragrafo si accumulano, chiediti se servono davvero al ragionamento. Da sole non dimostrano che il testo sia dell’AI: il punto è se aiutano quello che vuoi dire.
  4. Rimetti le tue parole. Nei discorsi scritti a mano l’inchiesta ha trovato «beh», «in realtà», «naturalmente»: le parole che usi quando parli. Leggi il testo ad alta voce. Dove inciampi, dove una parola non è tua, lì devi intervenire.
  5. Diffida della frase che suona bene. Prova a dire, per ogni paragrafo, quale idea aggiunge. Se non ci riesci, valuta se tagliarlo: la simmetria da sola regge poco davanti a chi legge con attenzione.
  6. Datti una regola, anche se siete in tre. Su diciassette gruppi parlamentari olandesi, solo cinque avevano regole precise sull’AI. Uno studio o una piccola impresa può scriverne una in mezza pagina: per cosa si usa (correggere, proporre tagli da valutare), per cosa no (le valutazioni che il cliente ti paga), e quando dirlo. Claassen ha scelto di dirlo in aula. È una strada.

L’AI può aiutarti a dire meglio quello che pensi. Se le chiedi di pensarlo al posto tuo, rischi di perdere proprio le scelte per cui qualcuno ti ascolta: l’elettore, il cliente, il collega.

Sì, era un tricolon. L’ho messo apposta.

Domande frequenti

Come capire se un testo è scritto con l’AI?

Ci sono segnali di stile che tornano spesso: elenchi in tre, frasi costruite come «non X, ma Y», tanti connettivi («allo stesso tempo», «proprio per questo»), simmetrie che suonano bene e dicono poco. Nell’inchiesta olandese i testi scritti con l’AI avevano quasi il triplo dei tricolon e più del doppio delle frasi «non X, ma Y» rispetto a quelli scritti a mano. Un singolo segnale però non prova niente: queste figure le usano anche le persone, da sempre.

I rilevatori di testi scritti con l’AI (gli «AI detector») sono affidabili?

Dipende dallo strumento, dal testo e da come si usa il risultato. Secondo la nota di metodo dell’inchiesta, due ricerche universitarie non hanno trovato falsi positivi di Pangram sui testi umani esaminati, e l’azienda stima circa un falso positivo ogni diecimila testi; funziona meglio sui testi lunghi. I giornalisti hanno comunque usato soglie severe e pubblicato solo i nomi con almeno due testi segnalati. Un singolo risultato su un testo breve va preso come un indizio da verificare.

Quanti deputati olandesi hanno usato l’AI per i discorsi?

Secondo l’analisi con Pangram, fra il 1° gennaio e il 30 settembre 2026 68 deputati della Tweede Kamer hanno pronunciato almeno un intervento scritto con l’AI per più della metà: 297 interventi su 2.715 analizzati, circa l’11 per cento. Dodici l’hanno fatto in più della metà dei loro dibattiti. L’inchiesta pubblica solo i nomi dei 47 deputati con almeno due testi segnalati.

Usare ChatGPT o Claude per scrivere un discorso è un problema?

Dipende da cosa gli lasci fare. Correggere, proporre una struttura o tagli da valutare è diverso dal fargli scegliere argomenti e parole. Gli stessi deputati olandesi la pensano in modi opposti: c’è chi la considera uno strumento come la calcolatrice, chi si è vergognato e ha smesso, e il gruppo di Volt l’ha esclusa dalla preparazione di interventi e interrogazioni, e perfino dai riassunti delle lettere del governo. Il punto delicato, per un professionista, è il giudizio: è quello che il cliente ti paga.

Cosa sono il tricolon e il parallelismo negativo?

Il tricolon è un elenco di tre elementi in fila, che suona completo e si ricorda bene («robusto, incisivo e indipendente»). Il parallelismo negativo è la frase che prima dice cosa una cosa non è e poi cosa è («non temporaneo, ma permanente»). Sono figure antiche e funzionano; nei testi scritti con l’AI compaiono molto più spesso, ed è proprio la frequenza a renderle riconoscibili.

Fonti

Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana — Luca Masrè Passaro
// dal libro
Ti è piaciuto? Nel libro vado più a fondo.

31 capitoli su come funzioniamo. In uscita 16 settembre 2026.

Scopri il libro →
Luca Masrè Passaro
// scritto da
Luca Masrè Passaro

Comunicazione, psicologia e persuasione. Autore del Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana.

leggi la mia storia →
// LA MAIL

Hai letto fino a qui.

Continua sulla mail.

Una al mese, al massimo. Solo quando ho qualcosa di buono da dirti.

// continua a leggere

Altri pezzi dalla stessa categoria