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Luca Masrè Passaro
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Un miliardo o cinquemila euro? Stessa storia

Stipendi dei magistrati: per Meloni quasi un miliardo, per l’Anm 5-15mila euro a testa. Ecco come lo stesso conto cambia faccia e come leggerlo tu.

LMP Luca Masrè Passaro
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23.10.2026
Illustrazione: in una piazza al tramonto una grande moneta d'oro proietta un'ombra enorme su un palazzo e un'ombra minuscola su un muretto, mentre due gruppi di persone guardano ciascuno la propria

«Direttore, non firmerò.»

Domenica 18 ottobre Giorgia Meloni lo dice al telefono al direttore dell’Adnkronos. Il decreto che non vuole firmare, secondo lei, porterebbe ai magistrati «quasi un miliardo di euro» di aumenti di stipendio.

Due giorni dopo il presidente dell’Associazione nazionale magistrati dà un’altra cifra: circa quindicimila euro per un magistrato con trent’anni di carriera, sei anni di arretrati compresi. Circa cinquemila per chi ha appena cominciato.

Un miliardo. Cinquemila euro. Stessa storia, unità di misura diverse.

Chi ha i conti giusti lo dirà un documento ufficiale, quando qualcuno lo pubblicherà. Intanto puoi già vedere un’altra cosa, ed è quella che serve a te: ognuno ha scelto da quale numero partire e in che scala mostrarlo. Il totale che paga lo Stato, o la busta paga del singolo. Un numero, da solo, è muto. A farlo parlare è la scala che scegli.

In breve

Il 18 ottobre Giorgia Meloni annuncia che non firmerà il decreto che adegua gli stipendi dei magistrati dopo le sentenze del Consiglio di Stato: «quasi un miliardo», dice, dieci volte quello che il governo cerca per l’autotrasporto. L’Anm risponde che sono arretrati dovuti per legge; il suo presidente parla di cinque-quindicimila euro a testa. Qui smontiamo le mosse di tutte e due le parti: il totale contro la cifra a testa, le parole «aumento» e «arretrato», il confronto con i tir, la smentita che ripete la parola, la firma lasciata a un commissario. E vediamo come leggere la prossima cifra che ti tirano addosso.

Il fatto

Gli stipendi dei magistrati seguono un meccanismo di adeguamento previsto dalla legge. Ogni tre anni salgono in base agli aumenti medi avuti nel frattempo dalle categorie del pubblico impiego che hanno un contratto: il governo fa il calcolo su parametri Istat e lo fissa con un Dpcm, cioè un decreto del presidente del Consiglio (Il Sole 24 Ore). Le associazioni dei magistrati spiegano così il motivo: chi giudica non deve trattare la propria busta paga con il governo di turno, a garanzia dell’indipendenza (Adnkronos).

Nell’agosto 2021 il governo Draghi fissa l’adeguamento per il triennio 2018-2020 al 4,85%. L’Anm e altre associazioni fanno ricorso. Il Tar e poi il Consiglio di Stato, con due sentenze del 2025, danno loro ragione: il metodo di calcolo era sbagliato (Quotidiano Nazionale, Open). Con il ricalcolo dell’Istat le percentuali salgono: 6,22% invece di 4,85% per il 2018-2020, 12,32% invece di 6,69% per il 2021-2023. Il governo si era opposto attraverso l’Avvocatura dello Stato, e ha perso (Il Sole 24 Ore).

Nel Documento programmatico di bilancio, l’ossatura della prossima manovra, il governo mette per il 2027 un «fondo sentenze» da 1,92 miliardi, una tantum, lo 0,08% del Pil. Secondo quanto rivelato dal Sole 24 Ore e ripreso dall’ANSA, la maggior parte di quei soldi dovrebbe servire proprio agli adeguamenti dei magistrati.

Poi arriva domenica. Meloni, raggiunta al telefono dall’Adnkronos: «Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità. Ma in coscienza non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati. È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia». Aggiunge di essere «pronta ad ascoltare» le associazioni, perché convinta «che la gran parte dei magistrati comprenda la situazione e le priorità di questo momento» (Il Sole 24 Ore).

Lo scenario di quei giorni conta. Il governo cerca soldi per il caro carburanti; per l’autotrasporto, scrive il Sole, «servono almeno 100 milioni». Al Sud ci sono presìdi di camion fermi a bordo strada (Quotidiano Nazionale).

La risposta arriva in giornata. La giunta dell’Anm: «La magistratura non può essere trasformata nel capro espiatorio delle difficoltà economiche del Paese. Nessun regalo, nessun bonus, nessun aumento: le somme di cui ha parlato in queste ore la Presidente del Consiglio sono differenze retributive previste dalla legge e non corrisposte per anni». Il vicesegretario Stefano Celli ricorda che è già in corso un giudizio di ottemperanza, cioè la causa con cui si chiede al giudice amministrativo di far eseguire una sentenza (Adnkronos). Se il governo resta fermo, il Consiglio di Stato può nominare un commissario ad acta, che firma al suo posto (Open). Intervengono anche l’associazione dei magistrati della Corte dei conti, che parla di importi «sensibilmente inferiori a quelli circolati», Magistratura Indipendente e il consigliere del Csm Ernesto Carbone, che definiscono «palesemente errata» la cifra di 100.000 euro a testa.

La maggioranza si schiera con la premier. Stefania Craxi (Forza Italia): destinare quasi un miliardo «a una categoria che già beneficia di trattamenti tra i più elevati del settore pubblico non può essere considerata una priorità» (AGI). Maurizio Gasparri: «Con un decimo di quello che si spenderebbe si affronterebbero le esigenze più urgenti» (Quotidiano Nazionale).

Il 20 ottobre il segretario dell’Anm, Rocco Maruotti, dice a Radio24 che al singolo magistrato andrà «mediamente una cifra dieci volte inferiore» a quella circolata. Il presidente Giuseppe Tango, in un’intervista a Repubblica riportata dal Foglio, dà le cifre da cui siamo partiti: quindicimila e cinquemila euro. Il procuratore di Napoli Nicola Gratteri dice che a lui, vicino alla pensione, toccherebbero 13.000 euro. E fonti del ministero della Giustizia raccontano al Foglio che il costo complessivo sarebbe «più vicino ai duecento milioni di euro che al miliardo», e che la premier alla fine firmerà, magari a rate.

Nelle fonti che ho consultato fino al 20 ottobre non ho trovato il decreto con la sua relazione tecnica, né una verifica indipendente delle stime. Le cifre in campo sono stime, e ognuna ha il suo autore.

Quindi hai davanti 979 milioni, 200 milioni e cinquemila euro per la stessa vicenda. E manca, almeno in quello che ho potuto leggere, un documento che li metta in fila.

Come te l’hanno raccontata

Prima dei numeri, le parole. Guarda i titoli usciti sulla stessa notizia:

Aumento. Arretrato. Rimborso. Tre parole per gli stessi soldi, e ognuna ti mette davanti una scena diversa. Con «aumento» vedi qualcuno che riceve di più. Con «arretrato» vedi qualcuno che aspetta da anni quello che gli spettava. Con «rimborso» vedi qualcuno che restituisce. Nella prima scena il magistrato prende. Nelle altre due lo Stato salda un debito.

Meloni sceglie la prima: «aumenti di stipendio», tre parole. L’Anm sceglie la seconda e la scrive per esteso: «differenze retributive previste dalla legge e non corrisposte per anni», dieci parole. Più articolata, certo. Ma in un titolo, in una chiacchiera al bar, in un post, è più facile che sopravviva quella da tre.

Il linguista George Lakoff lo spiega da più di vent’anni: ogni parola apre una cornice, un piccolo quadro del mondo già montato. Il suo esempio più famoso è «sgravio fiscale», che porta con sé l’idea delle tasse come un peso da togliere («Non pensare all’elefante!», Chiarelettere). Ne abbiamo parlato a lungo nell’articolo su come le parole creano la realtà: chi sceglie il nome sceglie anche la scena in cui ti farà ragionare.

Poi ci sono le cifre a testa. Il Sole 24 Ore scrive: «si stima fino a circa 100mila euro, arretrati compresi, per ogni magistrato, più l’aumento di circa 20mila euro l’anno». Quotidiano Nazionale e Open parlano di una media di 70mila euro di arretrati più 20mila di aumento. La Verità, il mattino dopo, scrive di «un aumento retroattivo di 100.000 euro a testa». In quel passaggio della Verità i 100mila euro arrivano senza il «fino a» del Sole. La cifra ha perso due parole e ha guadagnato sicurezza.

Poi c’è il tono. «In coscienza.» «Non voglio fare polemica.» Un Dpcm che dà esecuzione a una sentenza è un atto amministrativo. Detto così, diventa una questione di coscienza. E l’attenzione si sposta dal calcolo alla responsabilità personale: da «il calcolo è giusto?» a «chi si rifiuta di firmare ha ragione?». È un altro esame.

E c’è il palcoscenico: i tir fermi, il caro carburanti, le famiglie in difficoltà. Su quello sfondo la frase di Craxi sui «trattamenti tra i più elevati del settore pubblico» può accendere un sentimento rapidissimo: loro hanno già tanto. A luglio un commento di Panorama ci aveva costruito un titolo intero, «Toghe d’oro», con gli stipendi medi elencati nel testo.

Anche la risposta dei magistrati ha la sua scena. Il «capro espiatorio». I «tribunali che cadono a pezzi». Tango che parla di «odio sociale e gogna mediatica». Nella loro scena c’è una vittima, e c’è chi la indica alla folla.

Ognuno ti ha dato una scena prima di darti un conto. E la scena diventa la chiave con cui leggi il conto.

Cosa c’è sotto

Sei mosse. Alcune le fa il governo, alcune i magistrati, una la fanno i giornali. Sono mosse trasversali: le trovi ovunque ci sia un numero da far sembrare grande o piccolo.

1. La scala: la stessa vicenda, grande o piccola

Il miliardo è un totale. È lordo, cioè dentro ci sono anche i contributi, e Quotidiano Nazionale avverte che «non è chiaro quanti soldi riceveranno i singoli magistrati». Dentro ci sono anni di arretrati e gli aumenti.

Prova a fare tu le divisioni, con gli stessi 970 milioni riportati da Quotidiano Nazionale e Open. Usando 11mila come cifra tonda per i magistrati in servizio, ottieni circa 88mila euro di costo per lo Stato a testa, più o meno la stima che è girata sui giornali. Dividendo per i 58,9 milioni di residenti in Italia al 1° gennaio 2026 (dato provvisorio dell’Istat), ottieni circa 16 euro e mezzo per residente: una ripartizione per farti vedere la scala, nessuno ti manda il conto. Le cifre di Tango invece vengono da un’altra stima, fatta sul singolo magistrato a seconda dell’anzianità: cinque-quindicimila euro, sei anni di arretrati compresi.

Le prime due sono divisioni dello stesso totale, e mostrano quanto cambia la scala. La terza è un’altra stima. Per confrontarle devi sapere cosa comprende ciascuna: quali anni, quali persone, lordo o netto.

La regola, una volta vista, la ritrovi ovunque. Chi vuole una cifra grande somma: gli anni, le persone, i contributi. Chi la vuole piccola divide: per persona, per anno, per cittadino.

Nel 2020, al referendum sul taglio dei parlamentari, si confrontavano già un totale e una cifra per cittadino, con i ruoli invertiti. E anche allora cambiava pure il calcolo di partenza. Il Movimento 5 Stelle, che la riforma la voleva, parlava di 100 milioni risparmiati ogni anno e di 500 milioni in una legislatura. L’Osservatorio sui conti pubblici di Carlo Cottarelli calcolava 82 milioni lordi, 57 al netto di tasse e contributi (Money.it). E Cottarelli, che votava No, in un’intervista a Repubblica riportata da Open traduceva i suoi 57 milioni così: «Pari a un euro all’anno per ciascun italiano: il prezzo di un caffè». Allora il totale lo usava chi voleva cambiare, la cifra per italiano chi era contrario. Oggi il totale lo usa il governo, la cifra a testa i magistrati.

Il numero lo trovi nei conti. La scala la sceglie chi parla.

2. L’ancora: chi parla per primo fissa il campo

L’effetto ancoraggio è quello per cui il primo numero che senti può fare da punto di partenza per le stime successive, anche quando qualcuno lo contesta: la discussione si sposta di qualche metro, ma rischia di restare legata a quel paletto.

Domenica la premier rilancia il miliardo, una cifra che circolava già nelle ricostruzioni dei giornali. Ma accanto circolavano anche cifre più piccole. Nella pagina del Foglio del 18 ottobre, il richiamo a un articolo di agosto parla di una spesa «di oltre 200 milioni», fra adeguamenti delle toghe e compensi dei consulenti. A luglio Panorama, nello stesso commento del «conto da un miliardo», dava per il solo triennio 2018-2020 «200 milioni in più» e «circa 16.000 euro a testa»; il miliardo era una proiezione che contava anche i ricorsi sui trienni successivi. Nel titolo è finito il miliardo.

Guarda poi il titolo del Foglio sulla risposta dell’Anm: «Ma quale miliardo». Anche per smentirla, la parola miliardo è lì, in prima fila.

Contestare un’ancora si può. Il rischio è farlo restando attaccati alla sua catena.

3. La smentita che ripete la parola

«Nessun regalo, nessun bonus, nessun aumento.» Per dire cosa non sono quei soldi, l’Anm mette in fila tre parole: regalo, bonus, aumento. Carbone usa tre negazioni di fila: «Non c’è nessun aumento. Non c’è nessun bonus. Non ci sono 100.000 euro a testa». Per contestare la cifra, la ripete.

È la trappola che dà il titolo al libro di Lakoff: se ti dico «non pensare all’elefante», pensi all’elefante. Negare la cornice dell’altro, secondo Lakoff, la attiva e la rafforza. C’è anche un esperimento che va nella stessa direzione, su un altro terreno: nel 2005 Ian Skurnik e i suoi colleghi hanno visto che, ripetendo a persone anziane che un’affermazione su un prodotto era falsa, nell’immediato la ricordavano come falsa, ma tre giorni dopo la ricordavano più spesso come vera (Journal of Consumer Research). La frase restava familiare, il «falso» si perdeva per strada. È un risultato di laboratorio, su affermazioni commerciali e sulla memoria degli anziani: se succeda lo stesso con le note dell’Anm, nelle fonti che ho letto, non l’ha misurato nessuno. Ma il rischio è quello.

La versione detta in positivo c’era, ed è nelle stesse note: «somme dovute per legge», «arretrati». Arriva dopo i tre no.

Una smentita, per esistere, deve pronunciare la parola che contesta.

4. La bilancia: due spese, una scelta sola

«È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto.» Prendendo i 970 milioni riportati da Quotidiano Nazionale e Open e la soglia minima di 100 milioni che il Sole indica per l’autotrasporto, il rapporto è 9,7: circa dieci. L’aritmetica regge.

Il meccanismo sta altrove: nell’accostamento. Vedi due piatti sulla bilancia, e l’accostamento può suggerirti una scelta fra i camion e le toghe. Quando due possibilità vengono presentate come le uniche, e come incompatibili senza esserlo, la logica lo chiama falso dilemma. Qui, per usare quella parola, bisognerebbe sapere se le due spese si escludono davvero, e le fonti che ho letto non lo chiariscono.

Qualche elemento c’è. Il fondo sentenze è una voce che serve a pagare le spese decise dai tribunali (Quotidiano Nazionale). E l’ANSA ricorda che il governo ha ancora 160 milioni di entrate in più di settembre che non ha deciso come usare. Da soli non dimostrano che le due spese siano indipendenti. Ma mostrano che la domanda va fatta, e che il confronto da solo non la fa. Il confronto ti dice solo quale delle due spese ti deve sembrare giusta.

La mossa ha molti utenti. Gasparri: «con un decimo di quello che si spenderebbe». La Verità affianca al miliardo i 627 milioni messi in bilancio per le persone con disabilità e chi le assiste. L’Anm fa una mossa diversa: sposta la discussione dagli stipendi alle condizioni della giustizia, «i tribunali che cadono a pezzi, gli organici scoperti». Carbone chiama la contrapposizione fra magistrati e cittadini in difficoltà «un artificio retorico»; Maruotti parla di «tentativo di contrapporre diverse categorie di lavoratori».

Una bilancia con due piatti ha l’aria di una decisione già presa. Chiediti chi l’ha apparecchiata.

5. La firma lasciata a un altro

«Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità.»

L’ANSA la legge così: gli adeguamenti «andranno fatti» comunque, e la premier potrebbe lasciare che sia il Consiglio di Stato ad attuarli con un commissario, «evitando così che ricada su di lei la responsabilità politica». È una lettura dell’agenzia, non una dichiarazione di Palazzo Chigi. Ma descrive un meccanismo che la scienza politica studia da quarant’anni.

Nel 1986 R. Kent Weaver lo ha chiamato «blame avoidance», l’arte di evitare la colpa (Journal of Public Policy). La sua tesi: i politici si muovono più per evitare la colpa delle scelte impopolari che per prendersi il merito di quelle popolari, perché gli elettori pesano le perdite più dei guadagni. Fra le strategie elenca il capro espiatorio e il «passing the buck», cioè passare la patata bollente. E fra gli effetti segnala la rinuncia a un potere di decidere, anche quando quel potere potrebbe portare meriti.

Se a firmare fosse un commissario, i soldi, secondo la lettura dell’ANSA, uscirebbero lo stesso, e la dichiarazione pubblica della premier resterebbe quella di domenica. Se invece avessero ragione le fonti del ministero sentite dal Foglio, Meloni firmerebbe più avanti, magari rateizzando. Per ora c’è un fatto: il no di domenica, detto a un’agenzia di stampa, è stato ripreso lo stesso giorno da Sole 24 Ore, ANSA, AGI, Open, Quotidiano Nazionale, Domani, Il Fatto Quotidiano e Il Foglio. L’eventuale firma successiva resta un’ipotesi.

Il no si dice in un’intervista. Un eventuale sì si scriverebbe in un decreto. La distanza fra le due cose è il prossimo dato da guardare.

6. L’accusa di capro espiatorio e la contesa sulle parole

Il capro espiatorio è un meccanismo vero: Weaver lo mette nella lista. E l’Anm lo nomina subito, nella prima nota. Tango aggiunge che dietro lo scontro vede una strategia elettorale, che consiste nell’«orientare il risentimento contro una specifica categoria», e che «così si indicano bersagli».

Ma anche l’accusa è una cornice. Trasforma una lite su un calcolo in una storia con una vittima e un persecutore. E può invitare chi ascolta a scegliere una parte prima ancora di guardare il conto.

Guarda poi la parola «propaganda». La giunta dell’Anm: «La giustizia non può essere un terreno di propaganda». Craxi, dall’altra parte, chiede di evitare di «scadere nella becera propaganda su un tema delicato come quello dei compensi». L’Anm denuncia la propaganda, Craxi richiama il rischio di farla: la stessa parola, usata da tutte e due le parti per segnare il confine di quello che è lecito dire. Quando una parola la usano tutti, descrive sempre meno e schiera sempre di più.

E c’è la gara per il «noi». Meloni si dice convinta che «la gran parte dei magistrati» capisca: il richiamo può suggerire una distinzione fra la categoria e chi la rappresenta, anche se nella stessa dichiarazione si dice pronta ad ascoltare le associazioni. E si mette dalla parte dell’autotrasporto e delle merci da consegnare. Celli risponde che i diritti dei magistrati «sono gli stessi diritti degli altri cittadini»: rimette i magistrati dentro il «noi» di tutti.

In questa storia ognuno vuole stare dalla parte dei cittadini. Il conto, intanto, aspetta ancora la sua fattura.

Come non farti fregare

La prossima volta che ti arriva una cifra con il punto esclamativo, da un politico, da un sindacato, da un’azienda o da un titolo, hai sette domande da farle. Le usi su questa storia e su molte altre che verranno.

  1. Davanti a un totale, fai tu la divisione. Per persona, per anno, per cittadino. Con gli stessi 970 milioni ottieni circa 88mila euro di costo per ogni magistrato o 16 euro e mezzo per ogni residente: vedere tutte e due le versioni ti aiuta a riconoscere la scala che hanno scelto per te.
  2. Chiedi sempre lordo o netto, una volta o ogni anno, quanti anni dentro. In questa storia il totale più alto somma arretrati e aumenti e comprende i contributi; la cifra più bassa a testa parla di sei anni di arretrati per una singola persona. Sono due fotografie fatte da distanze diverse.
  3. Leggi «fino a» come «nel caso più alto». Secondo il resoconto dello studio legale Frankfurt Kurnit Klein & Selz, una ricerca commissionata nel 2012 dalla Federal Trade Commission americana, legata a indagini su aziende di finestre e sulle loro promesse di risparmio in bolletta, ha visto che molti consumatori leggevano gli annunci con «fino a» come la promessa del risultato massimo. Quando il «fino a» sparisce del tutto, sulla pagina resta solo il massimo. Togliere due parole a una stima è un taglio, come quello che abbiamo smontato nella puntata sul video falso di Schlein e Vannacci.
  4. Riscrivi il titolo con la parola dell’altra parte. «Meloni blocca l’aumento da un miliardo» e «Meloni non paga gli arretrati dovuti» raccontano lo stesso fatto. Leggili tutti e due e senti come cambia la tua reazione: quella differenza è la cornice che lavora.
  5. Quando ti mettono due spese sulla bilancia, chiedi se escono davvero dallo stesso cassetto, e chi ha deciso che sono alternative. Spesso la risposta sta in una riga del bilancio che nessuno cita.
  6. Pesa le fonti senza nome, da tutte e due le parti. «Fonti di Palazzo Chigi», «fonti qualificate del ministero», stime «non note» come le chiamano i magistrati della Corte dei conti. Un calcolo vero ha un documento: qui lo sarebbe il decreto con la sua relazione tecnica. Finché non lo vedi, la frase onesta è descrivere le stime per quello che sono: 970-979 milioni secondo le ricostruzioni dei giornali, una cifra «più vicina ai duecento milioni» secondo le fonti ministeriali sentite dal Foglio, e nessuna base comune per confrontarle.
  7. Torna sulla notizia dopo una settimana. Confronta il rumore dell’annuncio con quello degli atti che seguono: spesso il secondo è molto più basso. Qui sono bastati due giorni perché dal ministero filtrassero un altro numero e una firma probabile. Mettiti un promemoria sul telefono: è il gesto di pensiero critico più semplice che conosco.

Vale per i miliardi della politica come per le percentuali sulla criminalità che ti fanno sembrare il quartiere in guerra, come abbiamo visto con i numeri veri sui maranza. Ti servono una calcolatrice, le fonti e un promemoria. Il controllo comincia da lì.

Un numero gridato, guardato con la calcolatrice in mano, parla più piano.

Domande frequenti

Quanto ricevono davvero i magistrati di arretrati?

Nelle fonti che ho consultato fino al 20 ottobre non ho trovato un calcolo ufficiale pubblicato. Le stime in campo vanno da «fino a circa 100mila euro» a testa arretrati compresi, più 20mila l’anno di aumento (stima riportata dal Sole 24 Ore), ai cinque-quindicimila euro indicati dal presidente dell’Anm Giuseppe Tango a seconda dell’anzianità. Sul costo totale per lo Stato si va dai 979 milioni del Sole ai circa 200 milioni attribuiti dal Foglio a fonti del ministero della Giustizia. In parte misurano cose diverse (il costo per lo Stato comprende anche i contributi), in parte si contraddicono, e non ho trovato una verifica indipendente.

Come si adeguano gli stipendi dei magistrati?

Con un meccanismo previsto dalla legge: ogni tre anni salgono in base agli aumenti medi già riconosciuti alle categorie del pubblico impiego che hanno un contratto. Il governo calcola l’adeguamento su parametri Istat e lo fissa con un Dpcm. Le associazioni dei magistrati spiegano che il meccanismo serve all’indipendenza: chi giudica non deve trattare la propria retribuzione con il governo in carica.

Cosa succede se la premier non firma il Dpcm?

L’Anm ha già un giudizio di ottemperanza in corso, cioè la causa con cui si chiede di far eseguire una sentenza. Se il governo resta fermo, il Consiglio di Stato può nominare un commissario ad acta che firma al posto suo. Secondo fonti del ministero della Giustizia sentite dal Foglio, però, la premier potrebbe firmare più avanti, magari a rate. Fino al 20 ottobre la questione era aperta.

Allora chi ha ragione, Meloni o l’Anm?

Questo articolo non lo decide: sul diritto si sono già espressi Tar e Consiglio di Stato, sulle cifre, nelle fonti che ho letto, manca ancora un documento ufficiale. Quello che si può mostrare è come entrambe le parti costruiscono il messaggio: il governo con il totale, la parola «aumenti» e il confronto con l’autotrasporto, l’Anm con la cifra a testa, la parola «arretrati» e l’accusa di capro espiatorio. Riconoscere le mosse ti permette di giudicare il merito con la testa tua.

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Luca Masrè Passaro

Comunicazione, psicologia e persuasione. Autore del Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana.

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