Chiedi a un’intelligenza artificiale di farti un sito. Poi chiedilo a un’altra persona, con le stesse parole vaghe: «fammi un sito bello, moderno, che colpisca». Nascono due siti quasi identici. Chiedilo a cinquanta persone e nascono cinquanta siti che si assomigliano come fratelli.
Fondo crema. Un carattere serif enorme sul titolo. Un accento arancione bruciato. Angoli tutti arrotondati uguali, ombre grigie sotto ogni scheda. Lo riconosci a colpo d’occhio, ormai — quel sito lì è stato fatto da un’AI, e chi lo ha guardato prima di te lo ha pensato pure lui.
Il problema non è l’intelligenza artificiale. Sei tu.
Una macchina fotografica, non un fotografo
Ce l’hanno tutti, ormai — in tasca, sul computer, in un abbonamento. Una macchina fotografica. Ma non ogni foto è una fotografia, e non ogni sito fatto con l’AI è un buon sito. La differenza non sta nello strumento. Sta in chi lo tiene in mano.
Quando la richiesta è vaga, senza un riferimento, fatta di fretta, il modello prende la strada più comune — quella già percorsa da milioni di siti prima — e tutti arrivano più o meno nello stesso posto. Non è pigrizia della macchina. È statistica: la media di tutto è, per forza, generica.
Io il mio sito l’ho appena rifatto. Lo trovi qui, ed è la prova di cui ti sto per parlare — non solo una dichiarazione.
Non un prompt. Un riferimento vero.
Non ho scritto «fammi una home con un effetto 3D del cervello». Ho cercato, prima, chi quell’effetto lo aveva già fatto bene — su GitHub, dentro progetti open source, dove il codice si può guardare davvero, non solo intuire da uno screenshot. Ne ho trovati tre: un cervello disegnato con fili di luce, un effetto che trasforma un mucchio di puntini in una forma diversa mentre scorri la pagina, un volto che si ricompone da migliaia di particelle.
Un riferimento si studia. Non si copia il codice di un sito che non è open source, anche quando piace da morire — quello si guarda, si capisce come funziona, e si rifà a modo proprio.
Poi ho fatto studiare quei tre riferimenti a due intelligenze artificiali diverse — la mia, e un’altra, di un’altra azienda, che non aveva visto le stesse scelte — e ho messo i risultati a confronto prima di decidere. Due letture indipendenti trovano cose diverse. Sempre.
Il caso da ricordare
L’ho fatto anche sul manoscritto del mio libro, prima di mandarlo in stampa. Due controlli indipendenti, senza che uno vedesse il lavoro dell’altro: in tutto cinquanta correzioni trovate, sovrapposte solo su cinque. Una lettura sola ne avrebbe perse quarantacinque.
Un file solo, non un sito intero
Prima di toccare la pagina vera, ho costruito un unico file: solo l’effetto 3D, cervello che diventa circuito che torna volto, niente altro intorno. L’ho guardato, gli ho scorso sopra il mouse, ho controllato che il cervello sembrasse davvero un cervello e non una macchia. Un pezzo alla volta si controlla bene. Un sito intero, tutto insieme, si approva per stanchezza — e la stanchezza lascia passare i difetti.
Solo dopo, quel pezzo è diventato parte della home vera — plasmato al punto che oggi non somiglia più ai tre riferimenti di partenza. È diventato mio: nero e oro al posto dei colori originali, la mia frase al posto di un titolo qualsiasi, e al posto di un volto qualunque il mio, vero, campionato punto per punto da una mia foto. Non una faccia generata. La mia.
Più versioni, mai la prima che esce
La prima versione di un lavoro, quasi sempre, non è la migliore. È solo la prima. Per la home ho fatto scrivere tre regie diverse dello stesso pezzo — una da regista di cinema, tutta inquadrature e ritmo; una da direttore editoriale, tutta gerarchia e tipografia; una da direttore commerciale, tutta percorso d’acquisto — le ho fatte giudicare punto per punto, e ho tenuto la spina dorsale della migliore innestandoci sopra le idee buone delle altre due.
Poi ho fatto costruire la stessa pagina due volte, da due lavori indipendenti con una priorità diversa — uno fedele fino all’ultimo dettaglio a quanto avevo deciso, l’altro più attento a come si vede e si muove per davvero sullo schermo. Le ho messe una accanto all’altra, sezione per sezione, e ho tenuto il meglio di entrambe.
Nessuna delle due, da sola, sarebbe finita online.
Il controllo che tradisce un sito fatto dall’AI
C’è un esame che faccio sempre, prima di dire che un lavoro è finito, e cerca esattamente i segnali che rendono un sito riconoscibile a colpo d’occhio: il fondo crema con l’accento arancione bruciato, gli occhielli in maiuscolo sopra ogni titolo, i numerini «01 · 02 · 03» su cose che non sono una sequenza, una parola sola colorata dentro un titolo, le schede tutte con lo stesso bordo e la stessa ombra grigia, il pulsante con la freccetta appiccicata in coda, il banner dei cookie blu che non c’entra niente col resto della pagina.
Se ne trovo due o più insieme, il lavoro non è finito. Si rifà, non si giustifica.
C’è una prova che uso quando ho un dubbio: rifaccio mentalmente la stessa richiesta per un cliente completamente diverso. Se arrivo più o meno allo stesso punto, quella scelta non era mia. Era della media.
Le quattro larghezze, e la rotella vera
Un sito si guarda su un telefono, non solo sul monitor grande dove lo si è costruito. Prima di dire finito, lo controllo a quattro larghezze — telefono, tablet, laptop, schermo grande — perché un difetto invisibile su un monitor da ufficio diventa un menu rotto in mano a chi lo apre dal telefono, in piedi, di fretta.
E lo scorro con il mouse vero, non con uno script che salta da un punto all’altro della pagina. Un cursore mal fatto, un errore che scatta solo girando la rotella piano: sono cose che non si vedono se non si scorre davvero, a mano, come farà chi lo leggerà.
Persino scrivendo questo articolo mi è capitato. Volevo una fotografia del momento in cui il mio volto si ricompone dalle particelle, per usarla come immagine qui sopra. Il primo scatto è caduto a metà della trasformazione: un buco al posto della bocca, più un fantasma che una persona. Ho dovuto scorrere oltre, aspettare che l’effetto si posasse, e riprovare. Chi ha costruito una cosa con cura resta comunque quello che deve controllarla con i propri occhi, non solo con uno strumento.
Come puoi applicarlo alla tua azienda
Non serve costruire un sito per usare questo metodo. Serve la stessa disciplina ogni volta che chiedi a un’intelligenza artificiale di fare qualcosa che conta davvero.
Porta un esempio vero, non una descrizione vaga. Se vuoi un’email persuasiva, mostrale un’email che ha già funzionato. Se vuoi un’analisi, dalle un caso reale da confrontare, non solo la teoria attorno.
Guarda il primo risultato come una bozza, non come la consegna. Chiedi una seconda versione con una priorità diversa dalla prima, e confrontale — anche solo mentalmente — prima di scegliere.
E su un lavoro che non può sbagliare, fai leggere lo stesso pezzo a una seconda intelligenza artificiale indipendente, che non ha visto le scelte della prima. È il modo più veloce che conosco per trovare l’errore che, da soli, non si vede più — proprio perché l’hai scritto tu, o l’ha scritto la stessa mano che dovrebbe accorgersene.
È il lavoro che faccio anche nei laboratori di intelligenza artificiale in azienda: non insegnare a scrivere un prompt migliore, insegnare a dirigere il lavoro — un riferimento vero, più tentativi messi a confronto, un controllo indipendente prima di consegnare. La stessa disciplina, applicata al tuo lavoro invece che al mio sito.
In sintesi
- Un riferimento vero, studiato, mai copiato — e mai un prompt vago.
- Un file solo per volta, non tutto il sito insieme.
- Più versioni indipendenti, messe a confronto prima di scegliere.
- L’esame dei segnali che tradiscono un sito fatto dall’AI.
- Le quattro larghezze, con lo scorrimento vero, a mano.
- Su un lavoro che non può sbagliare, una seconda intelligenza artificiale indipendente controlla la prima.
Domande frequenti
Un sito fatto con l’intelligenza artificiale può essere davvero originale?
Sì, se lo dirigi con un riferimento vero e lo plasmi finché non somiglia più a quello di partenza. Il rischio di un sito generico non sta nello strumento: sta in una richiesta vaga, senza direzione.
Quanto costa far fare un sito con l’AI?
Il costo dello strumento è quasi niente. Quello vero è il tempo di chi dirige il lavoro: sceglie il riferimento, confronta le versioni, controlla ogni dettaglio prima di pubblicare. È lo stesso lavoro che farebbe un professionista con qualsiasi altro strumento.
Perché usare due intelligenze artificiali diverse per controllare lo stesso lavoro?
Perché due letture indipendenti trovano cose diverse: una seconda intelligenza artificiale, che non ha visto le stesse scelte della prima, trova gli errori che la prima si è persa. Il caso del mio libro, qui sopra, lo dimostra con i numeri.
Posso vedere un esempio vero?
Sì: è questo stesso sito, dalla home in poi. Il volto che vedi ricomporsi alla fine dello scorrimento è il mio.
Risorse per approfondire