Per circa ventiquattro ore, a giugno, l’Italia ha avuto la sua intelligenza artificiale «sovrana». Poi l’hanno spenta.
Si chiamava Emma. Doveva essere la risposta italiana a OpenAI e Anthropic, l’AI «che pensa in italiano», il piccolo Davide tricolore contro i Golia americani. È stata presentata con la parola che in questo Paese funziona sempre: sovranità tecnologica. È durata meno di un giorno. Sessantamila chat, qualche meme, e un messaggio di chiusura che resterà negli annali: «grazie per aver giocato con Emma-5».
Giocato. Non «usato». Giocato.
Ora, io non sono qui per infierire su un prodotto — lo facciamo già abbastanza tutti, ed è troppo facile. Sono qui per la cosa che mi interessa davvero, quella di cui parlo ai corsi: non cos’era Emma, ma come ce l’hanno raccontata. Perché la storia vera di Emma non è una storia di tecnologia. È una storia di comunicazione. E ci dice, con una precisione quasi imbarazzante, perché in Italia è così faticoso arrivare primi su qualsiasi cosa.
In breve: una piccola AI italiana viene lanciata con la retorica della «sovranità tecnologica» come alternativa ai colossi USA. Tecnicamente è minuscola, va offline in un giorno e diventa un meme. Il punto non è il fallimento del prodotto: è che il vero «prodotto» era la narrazione patriottica, costruita per essere applaudita invece che valutata. È il sintomo di un male italiano: siamo fortissimi nell’annuncio e deboli nell’esecuzione. E mentre il circo prende la scena, chi lavora davvero resta nell’ombra.
Partiamo dai numeri, perché i numeri non fanno propaganda
Emma-5 aveva 550 milioni di parametri. Per darti un metro: i modelli che usi tutti i giorni — GPT, Claude, Gemini — ne hanno centinaia di miliardi. Non è una differenza di categoria. È una differenza di specie. È come presentare un monopattino come «la risposta italiana alla Formula 1».
Ma c’è un dettaglio ancora più crudele, e te lo dico perché aiuta a capire la sproporzione tra le parole e la cosa. GPT-2, il modello che OpenAI rilasciò nel 2019 — sette anni fa — aveva 1,5 miliardi di parametri. Quasi il triplo. La nostra «alternativa sovrana» al 2026 nasceva più piccola di un modello americano di sette anni prima. La finestra di contesto era di 2.048 token: poche pagine. I modelli seri oggi ne reggono centinaia di migliaia, alcuni milioni.
Il risultato, prevedibile, è stato comico. Interrogata su «Goku al processo di Norimberga del 1988», Emma rispondeva seria, facendo finta di niente — un evento mai esistito, un personaggio dei cartoni, una data sbagliata, e lei lì a sciorinare ragionamenti. A chi le chiedeva perché venisse derisa online, rispondeva consigliando prodotti su Amazon. Non è cattiveria degli utenti: è che un modello così piccolo non può fare altro.
Fin qui, niente di scandaloso. Un progetto piccolo, acerbo, sperimentale. Capita. Il problema non è questo. Il problema è il vestito che gli hanno cucito addosso.
Il vero prodotto non era l’AI. Era la parola «sovranità».
Fermati un secondo su come è stata comunicata Emma. Non «un piccolo modello sperimentale tutto italiano, vediamo dove arriva». No: sovranità tecnologica nazionale. Alternativa a OpenAI. Liberare l’Italia dal dominio americano.
Questa è la mossa, ed è una mossa di comunicazione precisa. Quando un prodotto è debole, hai due strade. La prima è migliorarlo: lenta, faticosa, silenziosa. La seconda è spostare l’attenzione da cosa fa a cosa rappresenta. Non ti vendo le prestazioni — non reggono — ti vendo l’appartenenza, l’orgoglio, la bandiera.
È geniale, in un certo senso, e profondamente disonesto. Perché «sovranità» è una parola che ti disarma. Come fai a essere contro la sovranità tecnologica del tuo Paese? Chi critica il prodotto diventa automaticamente uno che «non crede nell’Italia», un disfattista, uno che fa il tifo per gli americani. La parola non descrive il modello: lo protegge dalla valutazione. Costruisce un muro emotivo intorno a un oggetto tecnico che, da solo, quel muro non se lo potrebbe permettere.
Questo è il cuore del trucco, ed è lo stesso meccanismo che ti spiego quando parliamo di bias di conferma: ci viene offerta una storia che vogliamo già credere — «anche noi possiamo, anche noi siamo bravi» — e la storia, da sola, basta a farci sospendere il giudizio. Per ventiquattro ore ha funzionato. Poi la realtà ha presentato il conto, come fa sempre.
Perché «italiano» messo davanti a tutto dovrebbe farti drizzare le antenne
Ti do una regola pratica, di quelle che una volta viste non si dimenticano.
Quando un prodotto ti viene venduto prima di tutto per chi lo fa e dove è fatto — «italiano!», «nostro!», «sovrano!» — e solo dopo, in piccolo, per cosa fa davvero, quasi sempre è perché il «cosa fa» non regge l’urto da solo. La provenienza diventa l’argomento principale quando le prestazioni non lo possono essere.
Attenzione: non sto dicendo che «italiano» sia un difetto. Sto dicendo che è una leva emotiva, e va trattata come tale. Quando qualcuno te la mette davanti a tutto, non è un’informazione tecnica: è una scorciatoia che bypassa la tua valutazione e va dritta all’orgoglio. La Apple non ti vende l’iPhone dicendo «è americano». Te lo vende mostrandoti cosa fa, e l’«americano» te lo deduci tu, dopo, come conseguenza della qualità. Noi facciamo il contrario: partiamo dalla bandiera perché spesso è l’unica cosa pronta.
«Ma era solo un esperimento». Certo. E allora non avvolgerlo nella bandiera.
Lo so già cosa diranno i difensori: «era una release esplorativa, un test, nessuno aveva promesso chissà cosa». E in parte è vero — il messaggio di chiusura parlava proprio di obiettivi sperimentali.
Ma qui sta il punto, e non si scappa: l’esperimento lo decidi tu, ma la comunicazione la decidi tu uguale. Nessuno ti obbliga a chiamare «sovranità tecnologica nazionale» un modello da 550 milioni di parametri. Potevi dire «stiamo provando, è un primo passo, abbiate pazienza». Hai scelto l’altra strada: l’annuncio grosso, la cornice epica, la sfida ai giganti. E quando scegli la cornice epica, accetti anche il metro epico. Non puoi pretendere il palco di OpenAI e poi, quando arriva la valutazione, ritirarti dietro «eh ma era un giochino».
Chi comunica in grande e poi consegna in piccolo non ha un problema di prodotto. Ha un problema di onestà nella promessa. E il pubblico, anche quando non capisce nulla di parametri e token, quel divario lo sente sempre. Lo sente nello stomaco. Ed è esattamente da lì che nasce il meme.
Il dramma vero: chi lavora sul serio finisce nello stesso calderone
E adesso la parte che mi fa più arrabbiare, perché è quella di cui nessuno parla.
In Italia, gente che fa intelligenza artificiale sul serio, esiste. Esiste eccome.
C’è Minerva, il modello del gruppo di Roberto Navigli alla Sapienza: il primo vero LLM addestrato da zero in italiano, open source, costruito sul supercomputer Leonardo del CINECA. C’è Velvet di Almawave, un modello enterprise così serio da essere integrato nella piattaforma watsonx di IBM. C’è Domyn (l’ex iGenius), diventata il primo unicorno italiano dell’AI, con centinaia di milioni raccolti e modelli che arrivano a centinaia di miliardi di parametri per la finanza e la pubblica amministrazione.
Questa gente non fa conferenze stampa sulla «liberazione dell’Italia». Fa la cosa noiosa: addestra, valuta, sbaglia, corregge, vende a clienti veri. Lavoro vero, lento, poco instagrammabile.
E qual è il prezzo che pagano? Che quando il grande pubblico sente «AI italiana», non pensa a Navigli. Pensa a Emma. Pensa al meme. Il circo diventa la faccia di tutti. Chi urla più forte e consegna meno definisce la reputazione di chi lavora in silenzio e consegna di più. È la tragedia italiana in miniatura: il rumore di uno copre il lavoro di cento.
Perché da noi è così faticoso arrivare primi
Veniamo alla domanda vera, quella che ti fa girare la testa ogni volta: perché negli Stati Uniti — e ormai in Cina, in Francia — questi modelli nascono, crescono e dominano, e da noi al massimo nascono e muoiono in 24 ore o sopravvivono a fatica nell’ombra?
Non è, come amiamo raccontarci per consolarci, una questione di cervelli. È esattamente il contrario, e lo vedremo. È una questione di sistema. Te la smonto in pezzi.
1. Il compute. Addestrare un modello di frontiera richiede decine di migliaia di schede grafiche per mesi, in datacenter di proprietà. Gli americani i datacenter se li costruiscono. Noi, nel migliore dei casi, affittiamo tempo sul supercomputer pubblico (Leonardo, al CINECA). È una risorsa preziosa, ma è condivisa, contesa, finita. Vai in guerra noleggiando le armi a ore.
2. I capitali. Il nostro unicorno più brillante ha raccolto qualche centinaio di milioni. Sembra tanto. Negli Stati Uniti i laboratori di punta raccolgono decine di miliardi. Non è una gara impari: è una gara tra chi gioca a un altro sport. E il capitale italiano, per cultura, vuole garanzie, non scommesse: finanzia il capannone, non l’azzardo che fallisce nove volte su dieci prima di esplodere la decima.
3. Il mercato e la lingua. Un modello pensato «in italiano per gli italiani» ha un tetto di mercato strutturale: sessanta milioni di persone. Gli americani nascono già dentro il mercato globale, in inglese. Noi partiamo in una stanza più piccola e ci stupiamo di non urlare forte come chi è in uno stadio.
4. La sostenibilità. Molti di questi progetti vivono di fondi pubblici (PNRR, bandi europei). Bellissimo per partire. Ma senza un mercato che paghi, finiti i fondi finiscono gli aggiornamenti. Si nasce con la data di scadenza già stampata sopra.
5. La frammentazione. Cinque, sei progetti diversi che corrono in parallelo, ognuno per conto suo, senza un coordinamento industriale. Tutti vogliono il «proprio» modello nazionale. Risultato: dividiamo per cinque risorse che erano già un quinto di quelle altrui. La matematica è spietata.
6. E poi, la madre di tutte: la cultura. Arrivare primi su una tecnologia significa fallire in pubblico, in fretta, e ripartire il giorno dopo senza vergogna. La Silicon Valley su questo è feroce: fail fast. Da noi il fallimento pubblico è una macchia, una figuraccia, una cosa da nascondere. E una cultura che punisce la figuraccia non può premiare l’iterazione veloce. Così preferiamo l’annuncio perfetto al prodotto imperfetto. Preferiamo il convegno alla riga di codice.
Non è un problema di cervelli. È un problema di coraggio (e di sistema).
Qui sta il paradosso che dovrebbe farci più male. Gli italiani che fanno girare l’AI mondiale sono ovunque: nei laboratori di Google, di Meta, di OpenAI, nelle università americane. Esportiamo cervelli di prima qualità da decenni. Il talento non è il collo di bottiglia. Il collo di bottiglia è il Paese che quel talento non riesce a trattenere, finanziare e far sbagliare in pace.
E qui la storia di Emma diventa quasi tragica nella sua ironia. Perché Emma, in un certo senso, ha fatto la cosa «americana»: ha rilasciato in fretta, ha fallito in pubblico, ha incassato il meme. L’unico problema è che sotto la velocità non c’era la sostanza. Ha preso il fail fast e si è tenuta solo il fail. Ha imitato la postura della Silicon Valley senza avere il motore. Ed è esattamente quello che facciamo come Paese da trent’anni: copiamo la copertina, mai il libro.
Cosa dovremmo imparare (e probabilmente non impareremo)
La lezione non è «gli italiani non sanno fare l’AI». È falso e pure offensivo verso chi la fa benissimo.
La lezione è un’altra, ed è più scomoda: continuiamo a confondere il comunicare di fare con il fare. Abbiamo trasformato l’annuncio in un sostituto del prodotto. La conferenza stampa in un surrogato del lavoro. La parola «sovranità» in un cerotto da mettere sopra qualsiasi cosa non regga da sola.
Finché applaudiremo l’annuncio invece del risultato, finché premieremo chi urla «italiano!» invece di chi consegna in silenzio, finché tratteremo il fallimento come una vergogna invece che come un dato, continueremo a lanciare Emme. Una dietro l’altra. Ognuna con la sua bandiera, la sua conferenza, e la sua data di scadenza a ventiquattro ore.
La buona notizia? I bravi ci sono già. Lavorano, zitti, mentre noi guardiamo il meme. Il giorno in cui smetteremo di dare il palco al circo e inizieremo a dare i soldi a loro, scopriremo che il problema non eravamo «noi italiani». Era solo a chi sceglievamo di battere le mani.
E tu?
Ti faccio la domanda che conta, ed è una domanda di comunicazione, non di tecnologia. Quante volte — al lavoro, in azienda, nella tua vita — hai applaudito un annuncio scambiandolo per un risultato? Quante volte la parola giusta, messa al momento giusto, ti ha fatto sospendere il giudizio su una cosa che, guardata fredda, non reggeva? Scrivilo nei commenti. Perché il caso Emma è grande e fa ridere, ma il meccanismo è lo stesso, piccolo e quotidiano, che ci frega tutti i giorni.
Risorse per approfondire
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