C’è una cosa che fino a ieri potevano permettersi solo le grandi aziende: sapere in anticipo se un contenuto avrebbe funzionato.
Si chiamavano focus group, test screening, panel. Una stanza, un gruppo di persone pagate, un prodotto o uno spot da mostrare, e qualcuno dietro uno specchio finto che prendeva appunti su come reagivano. Costava decine di migliaia di euro. Hollywood lo faceva con i film. Le multinazionali con le pubblicità. I partiti, con i comizi e gli slogan.
Oggi quella stanza la puoi aprire dal telefono. Gratis o quasi.
Si chiama Virality Predictor, è uno dei tanti strumenti di intelligenza artificiale usciti negli ultimi mesi, e fa una cosa che fino a poco fa sembrava fantascienza: gli carichi un video, e lui ti dice quanto è probabile che diventi virale. Prima che tu lo pubblichi. Prima che lo veda un solo essere umano vero.
E il modo in cui lo fa è la parte che dovrebbe farci fermare a pensare.
In breve: Strumenti di AI come Virality Predictor analizzano un video corto e stimano quanto catturerà l’attenzione, simulando la reazione di un pubblico e mappando la risposta del cervello. Capacità un tempo riservate a chi aveva grossi budget (focus group, neuromarketing) oggi sono alla portata di chiunque. Il che cambia le regole non solo del marketing, ma della propaganda e della comunicazione di massa.
Cosa fa, di preciso (e come)
Non sto parlando per sentito dire, quindi ti dico esattamente cosa fa, sulla base di quello che dichiara chi l’ha costruito.
Carichi un video corto — al massimo 15 secondi, il formato dei reel, dei TikTok, degli spot social. In pochi secondi ti restituisce quattro cose:
- un punteggio di viralità, un numero che stima il potenziale di “esplosione” del clip
- un hook score, cioè quanto efficacemente il video cattura l’attenzione nel primo, decisivo secondo
- una hold rate, una stima di quanto a lungo le persone continueranno a guardare prima di scrollare via
- e la parte che mi ha colpito: una heatmap che mostra quali aree del cervello dello spettatore il video “accende”
Non è una metafora pubblicitaria. Lo strumento dichiara di simulare una platea e di mappare la risposta cerebrale lungo cinque dimensioni: vista, suono, memoria, attenzione, linguaggio. La tecnologia dietro condivide le radici scientifiche con modelli di neuroscienza nati per la ricerca pura, poi applicati al marketing.
Tradotto: non misura se il video “piace”. Misura come reagisce il tuo sistema nervoso. Che è una cosa molto diversa, e molto più potente.
Perché è un salto, non un aggiornamento
Il neuromarketing — studiare le reazioni neurologiche per vendere meglio — esiste da vent’anni. Ma costava. Servivano caschi per l’elettroencefalogramma, laboratori, ricercatori, soggetti da pagare. Era roba da Coca-Cola, da grandi agenzie, da campagne elettorali con budget milionari.
Il salto non è che si può fare. È chi può farlo.
Quando uno strumento del genere diventa gratuito o quasi, dentro un’app, la capacità di pre-testare l’impatto emotivo di un messaggio smette di essere un privilegio. Passa dalle mani di pochi a quelle di chiunque: il ragazzino che fa reel, l’azienda piccola, l’agenzia di comunicazione — e chiunque voglia influenzare un’opinione pubblica.
È lo stesso schema di come la psicologia del marketing è diventata accessibile a tutti: tecniche un tempo da specialisti, oggi a portata di tap. Solo che qui non parliamo di vendere un paio di scarpe. Parliamo di prevedere cosa terrà incollato un cervello.
Il punto scomodo: propaganda e consenso
Facciamo il salto che a questo blog interessa davvero.
Se posso sapere in anticipo quale versione di un messaggio attiva più attenzione, più emozione, più memoria — non sto solo ottimizzando una pubblicità. Sto ingegnerizzando il consenso.
Immagina una campagna politica che, prima di pubblicare, testa dieci versioni dello stesso spot e tiene quella che “accende” di più il cervello. Immagina chi diffonde disinformazione che pre-seleziona il formato col hook più forte, quello a cui è statisticamente più difficile resistere. Non devono indovinare più. Possono misurare.
La propaganda del Novecento era artigianale: un manifesto, uno slogan, l’intuito di un pubblicitario. Funzionava per tentativi. Quella di oggi può diventare iterativa e testata, come il software: provi, misuri la reazione, correggi, ripubblichi la versione vincente. La stessa logica con cui un’app ti tiene attaccato allo schermo, applicata alle idee.
E la cosa inquietante non è la tecnologia. È che funziona proprio perché siamo prevedibili. Lo strumento non legge la mente di un genio: legge i bias cognitivi, le scorciatoie, i ganci a cui reagiamo tutti più o meno allo stesso modo. Misura quanto siamo facili da catturare. Ed è bravo perché lo siamo.
La parte onesta (perché odio i venditori di oracoli)
Adesso il bagno di realtà, che a me serve sempre.
Questi strumenti non sono sfere di cristallo. Lo dichiara persino chi li produce: sono in beta, “in miglioramento”, e — soprattutto — non garantiscono nessuna viralità. Predicono una probabilità, non un destino.
C’è un dettaglio che lo dimostra meglio di mille parole: in un test, un video con 7.000 visualizzazioni ha ottenuto un punteggio di viralità più alto di un video con 2,1 milioni di visualizzazioni. Tradotto: il “voto alto” non si traduce automaticamente in successo reale. La viralità dipende da mille fattori che nessun modello cattura del tutto — il momento, il caso, chi condivide, cosa succede nel mondo quel giorno.
Quindi non è magia. Ma non è nemmeno fuffa. È una bussola statistica: ti dice da che parte è più probabile che tiri il vento, non dove arriverai. E come ogni bussola, vale per chi la usa per orientarsi e per chi la usa per mandarti fuori strada.
Cosa farci, da persone sveglie
Non sto dicendo che lo strumento sia il male. È neutro, come il cold reading o qualunque tecnica di persuasione: dipende da chi lo impugna e perché. Uno strumento che ti aiuta a comunicare meglio un’idea buona è utile. Lo stesso strumento in mano a chi vuole manipolare è un’arma.
La cosa che puoi farci tu, da questo lato dello schermo, è la più importante: sapere che esiste.
Sapere che il reel che ti ha catturato potrebbe essere stato pre-testato per catturarti. Che l’hook nel primo secondo non è lì per caso. Che dietro alla naturalezza apparente di un contenuto può esserci una macchina che ha calcolato, fotogramma per fotogramma, dove la tua attenzione avrebbe ceduto.
Non per diventare paranoici. Per restare svegli. La differenza tra essere un pubblico e essere un bersaglio, oggi, è quasi tutta qui: nel sapere che il gioco è truccato e nel decidere comunque, con la testa, cosa guardare e cosa condividere.
Una domanda per te
Pensa all’ultimo video che ti ha tenuto incollato fino alla fine, di quelli che poi hai pure condiviso. Ora che sai che la sua presa sul tuo cervello si può misurare e progettare — ti va ancora di pensare che l’hai guardato perché volevi tu? Scrivilo nei commenti.
Risorse per approfondire
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