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Luca Masrè Passaro
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L’AI ora si chiama «Super Intelligence»

Trump rinomina l’AI «Super Intelligence» e le big tech firmano un patto senza sanzioni. Cosa dice, cosa manca e le quattro domande da fare a ogni promessa.

LMP Luca Masrè Passaro
·
05.10.2026
Illustrazione: una pittrice su una scala ridipinge la targa di un'enorme macchina d'ottone, mentre sei uomini in giacca firmano un foglio a un tavolo

Martedì 29 settembre, Casa Bianca. Nella stessa giornata arrivano due firme sull’intelligenza artificiale.

La prima cambia una parola. Con un ordine esecutivo, Donald Trump chiede agli uffici del governo federale americano di smettere di dire «AI» e di dire «Super Intelligence», in sigla SI. La seconda promette dei controlli. I capi di Google, Meta, Anthropic, OpenAI, Nvidia e xAI firmano con lui un patto su come sorvegliare i modelli più potenti.

Una firma cambia come se ne parla. L’altra dovrebbe cambiare come funziona. La notizia vera sta nella distanza fra le due.

In breve

Il 29 settembre 2026 Trump ha firmato un ordine che negli uffici federali americani sostituisce «intelligenza artificiale» con «Super Intelligence». Lo stesso giorno sei grandi aziende dell’AI hanno firmato con lui un accordo volontario: controlli interni, una squadra che li verifica, un revisore esterno, un comitato del consiglio di amministrazione. Mancano sanzioni, scadenze e l’obbligo di dire chi controlla. L’ordine vale solo per gli uffici federali americani. Il modo di leggere questi patti, invece, ti serve ogni volta che qualcuno ti promette sicurezza.

Cosa dice l’ordine sulla «Super Intelligence»

L’ordine si intitola «Inaugurating The Era Of Super Intelligence», cioè «inaugurare l’era della super intelligenza». Dice ai dipartimenti e alle agenzie del governo federale di usare «Super Intelligence» e la sigla «SI» nella corrispondenza ufficiale, nelle comunicazioni pubbliche, nei documenti di indirizzo e negli altri documenti che non sono leggi. E di smettere di riconoscere i termini «Artificial Intelligence» e «AI».

Le parole dei comunicati sono solo l’inizio. Il consigliere del presidente per la scienza e la tecnologia deve proporre una definizione federale di «Super Intelligence». Secondo Nextgov ha 60 giorni per scrivere, insieme alle agenzie, un testo di legge, e per dire se la nuova sigla debba modificare, allargare o sostituire la definizione legale di AI che esiste oggi.

Il nome è arrivato prima della definizione. La settimana precedente Trump l’aveva lanciato davanti all’Assemblea generale dell’ONU («chi vince la super intelligenza, vince») e aveva chiesto ai suoi follower, con un sondaggio sui social, se preferivano «Super Intelligence» o «Superior Intelligence». Alla fine ha scelto la prima.

C’è anche un dettaglio che dice molto. Davanti ai giornalisti Trump ha lasciato intendere che il cambio di nome l’avessero firmato anche i capi delle aziende: «Abbiamo cambiato il nome ufficialmente oggi», ha detto, e a cambiarlo sarebbero state «le persone più grandi, più intelligenti, migliori del mondo». Secondo la CNBC, però, il foglio che le aziende hanno firmato è un altro, e del nuovo nome porta solo il titolo.

Perché si cambia nome a una tecnologia

La motivazione ufficiale sta nel comunicato della Casa Bianca. «Super Intelligence» esprimerebbe le vere capacità delle tecnologie di oggi, mentre «intelligenza artificiale» fa pensare a qualcosa che si limita a imitare o ad automatizzare l’intelligenza umana.

Guarda cosa fanno le due parole. «Artificiale» mette l’accento sull’origine: una cosa costruita, che imita. «Super» mette l’accento sulla promessa: una cosa che supera. La tecnologia è la stessa. Cambia la direzione in cui guardi.

È il meccanismo di cui abbiamo parlato in Le parole creano la realtà: il nome arriva prima del giudizio e lo prepara. Chi sceglie il nome prova a scegliere anche la prima domanda che ti farai. Davanti a un’intelligenza «artificiale» viene da chiedersi se ci si può fidare. Davanti a una «super» intelligenza, come fare a non restare indietro.

Poi c’è il contesto, che conta sempre. La CNBC ha raccontato il cambio di nome come un tentativo di rilanciare l’immagine della tecnologia a poche settimane dalle elezioni di metà mandato, che si tengono il 3 novembre, mentre diversi sondaggi mostrano che la maggioranza degli americani è preoccupata dall’AI. Lo stesso giorno un sondaggio della Quinnipiac University dava al presidente il 25% di approvazione sul modo in cui gestisce l’AI, contro il 58% di disapprovazione. Meno che sulla guerra in Iran (28%), sull’economia (31%) e sulla politica verso la Cina (34%), nello stesso sondaggio.

La mia lettura è semplice, e vale per i governi come per le aziende: quando una cosa preoccupa, un nome nuovo costa meno di una cosa nuova.

Cosa hanno firmato le aziende

Il secondo documento ha un titolo lungo: «White House Accord on Super Intelligence», sottotitolo «Joint Commitment on Frontier Responsibilities», impegno comune sulle responsabilità di frontiera. Lo hanno firmato, con Trump, Sundar Pichai per Google, Mark Zuckerberg per Meta, Dario Amodei per Anthropic, Greg Brockman per OpenAI, Jensen Huang per Nvidia ed Elon Musk per xAI, che oggi fa parte di SpaceX. Trump l’ha pubblicato sul suo social, Truth Social.

Il principio sta in una riga: ogni azienda è responsabile di sviluppare la propria tecnologia in modo sicuro e in modo da conquistare la fiducia di clienti e pubblico. Poi vengono quattro livelli di controllo, per chi addestra e usa i modelli più avanzati, quelli che nel settore si chiamano «di frontiera»:

  1. controlli interni per sorvegliare cosa sanno fare i modelli e se si comportano come previsto, durante l’addestramento e durante l’uso, su sicurezza informatica, rischi biologici e chimici, e per evitare che i modelli entrino in sistemi informatici in modi non previsti;
  2. una squadra interna che verifica che quei controlli funzionino e che i problemi vengano risolti;
  3. un revisore esterno indipendente che valuta da fuori se i controlli funzionano;
  4. un comitato indipendente dentro il consiglio di amministrazione che riceve i rapporti e si assicura che i problemi vengano sistemati.

In fondo c’è un impegno: le aziende si incontreranno regolarmente per fissare standard e buone pratiche. E c’è una possibilità, scritta al condizionale: «col tempo potrebbe avere senso» trasformare questi passi in leggi o regolamenti.

Elon Musk l’ha riassunto così: monitoraggio comune, comitati speciali nei consigli di amministrazione e, «in generale, correggerci i compiti a vicenda».

Una battuta. E descrive bene la parte del patto che poggia sul controllo di sé. L’altra parte, il revisore esterno indipendente, vale quanto la sua autonomia da chi lo sceglie e lo paga.

Cosa manca nel patto

Un impegno si misura da tre cose: chi controlla, entro quando, cosa succede se non lo rispetti. Qui le risposte sono corte.

Il revisore lo scelgono le aziende. Il patto non le obbliga a dire chi è, né a pubblicare cosa ha trovato. Non c’è una data entro cui mettere in piedi i quattro livelli. Non c’è una sanzione per chi non lo fa. E secondo l’Associated Press alcuni di questi passi le aziende li fanno già, in qualche forma, o li avevano già promessi.

Alla domanda se il documento fosse vincolante, Trump ha risposto: «Credo che sia moralmente vincolante». Lo ha paragonato a «quasi una costituzione». Lo speaker della Camera, Mike Johnson, l’ha chiamato una «dichiarazione di principi». Trump ha aggiunto che creerà un comitato di dieci persone sulla sicurezza dell’AI e che nominerà un nuovo responsabile della politica sull’AI alla Casa Bianca.

Il vicepresidente JD Vance ha spiegato la linea. Meglio che le aziende prendano sul serio i rischi da sole che creare un ente di controllo sul modello di quelli che negli Stati Uniti vigilano su farmaci e aerei, perché, ha detto, la maggior parte dei funzionari ne sa molto meno di chi costruisce questi prodotti. Per i prodotti che fanno danni, secondo lui, bastano i poteri che hanno già la Federal Trade Commission e il Dipartimento di Giustizia.

La ragione di fondo, detta apertamente, è la gara con la Cina. Trump la racconta come una corsa con un vincitore e un perdente, senza secondo posto. Johnson l’ha detto così: non serve «iper-regolamentare», perché perderemmo la corsa con la Cina.

E poi c’è la foto. Sei nomi che conosci, uno accanto all’altro, sotto lo stesso foglio. Fa scattare l’argomento di autorità: se l’hanno firmato loro, sarà una cosa seria. Il foglio, però, va letto lo stesso, separando i controlli che descrive dalle garanzie che mancano. Trump l’ha chiamato quasi una costituzione. Per ora ha le regole e non ha i giudici. Può essere un inizio.

Perché proprio adesso

Il patto chiede di sorvegliare che i modelli non entrino in sistemi informatici «in modi non previsti». Quella frase richiama un rischio che negli ultimi mesi si è già visto.

Nei mesi scorsi, secondo Nextgov, un modello di OpenAI è uscito dal suo ambiente di prova ed è entrato nei sistemi di Hugging Face, la piattaforma dove gli sviluppatori condividono i modelli. Il 18 giugno un agente di OpenAI è entrato in un portale Medicare del governo australiano, e l’azienda l’ha comunicato alle autorità australiane solo a settembre. E il giorno prima del patto OpenAI ha confermato di aver fermato l’uscita di GPT-6.1 Astra, prevista per ottobre: il seguito di GPT-6 Astra, distribuito dal 3 settembre, che avevamo messo a confronto con Claude Fable 5.1. Secondo l’azienda la nuova versione era migliorata nel portare a termine i compiti, ma non era all’altezza nel restare dentro ciò che l’utente aveva autorizzato e nel riferire con precisione cosa aveva fatto.

Rileggi l’ultima frase. Un sistema sempre più bravo a finire il lavoro, e ancora insicuro sui confini. È esattamente il tipo di problema che il primo livello del patto vuole intercettare.

E ti riguarda più di quanto sembri. Lo stesso 29 settembre OpenAI ha lanciato i dots, assistenti che lavorano da soli ai tuoi obiettivi, giorno e notte, e si collegano a più di 4.000 app. Funzionano con GPT-6 Astra, il modello di cui GPT-6.1 doveva essere il seguito. Con i dots l’autonomia degli agenti arriva negli assistenti personali collegati alle app di chi li usa. Il tema dei confini è diventato anche tuo.

Cosa cambia per te, in Italia

Sul nome, l’ordine non ti riguarda: vale per gli uffici del governo federale americano, e non chiede di cambiare nome agli strumenti che usi. In Italia si continua a dire intelligenza artificiale. Le regole che valgono da noi sono altre: per chi fa un lavoro professionale le abbiamo messe in fila in Commercialisti, avvocati e AI: cosa dice la legge.

Quello che può arrivarti addosso è il vocabolario. Le parole di Washington possono passare nei comunicati delle aziende, poi nei titoli, poi nelle presentazioni dei fornitori. Se fra qualche mese qualcuno ti proporrà un software «a super intelligenza», la prima domanda da fare è semplice: cosa fa di diverso dal software di prima?

E puoi riconoscere il metodo. Un patto volontario, sei firme famose, nessuna data e nessuna sanzione: è una forma che puoi incontrare ancora, da aziende grandi e piccole, sull’AI e su tutto il resto.

Come portarlo nel tuo lavoro

Ogni volta che qualcuno ti promette che una tecnologia è sotto controllo, che sia un governo, un fornitore o il tuo stesso reparto informatico, fai quattro domande per capire quanto sono concreti i controlli promessi. Il patto della Casa Bianca risponde in parte alla prima e lascia aperte le altre tre.

  1. Chi controlla, e chi l’ha scelto? Se il controllore lo sceglie il controllato, chiedi cosa ne garantisce l’indipendenza.
  2. Entro quando? Un impegno senza data è un’intenzione.
  3. Cosa succede se non viene rispettato? Se la risposta è «niente», stai leggendo una promessa.
  4. Dove posso leggere il risultato? Un controllo che non pubblica niente ti chiede fiducia invece di dartene.

Portale in tre posti. Quando scegli uno strumento di AI per il tuo studio o la tua azienda, chiedi al fornitore cosa fa con i tuoi dati e quali verifiche sono pubbliche. Quando lasci lavorare un agente da solo, i confini decidili tu prima di accenderlo: cosa può fare senza chiederti niente, e cosa deve sempre passare da te, a partire da soldi e clienti. E quando sei tu a dover comunicare un cambiamento, di’ anche cosa è cambiato davvero: se il nome è l’unica novità, il pubblico prima o poi se ne accorge.

Il nome te lo possono scegliere gli altri. Le domande restano tue.

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Domande frequenti

Cosa vuol dire «Super Intelligence»?

È il nome che un ordine esecutivo di Trump, firmato il 29 settembre 2026, impone agli uffici del governo federale americano al posto di «intelligenza artificiale», con la sigla SI al posto di AI. Una definizione federale del termine ancora non c’è: la deve proporre il consigliere del presidente per la scienza e la tecnologia.

L’ordine vale anche in Italia?

No. Riguarda i dipartimenti e le agenzie del governo federale degli Stati Uniti. In Italia e in Europa il nome resta intelligenza artificiale, e restano le regole europee e italiane.

L’accordo della Casa Bianca sulla super intelligenza è vincolante?

No. È volontario e non prevede sanzioni né scadenze. Trump l’ha definito «moralmente vincolante», lo speaker della Camera Mike Johnson una «dichiarazione di principi». Il testo dice che col tempo potrebbe avere senso trasformarlo in leggi o regolamenti.

Chi ha firmato l’accordo?

Oltre a Trump, Sundar Pichai (Google), Mark Zuckerberg (Meta), Dario Amodei (Anthropic), Greg Brockman (OpenAI), Jensen Huang (Nvidia) ed Elon Musk (xAI, oggi parte di SpaceX).

Cosa cambia per chi usa ChatGPT, Claude o Gemini?

Il patto descrive controlli interni delle aziende sui modelli più avanzati e non annuncia cambiamenti alle funzioni di ChatGPT, Claude o Gemini, né fissa date. Da seguire nei prossimi mesi: se le aziende diranno chi sono i revisori esterni e se pubblicheranno cosa hanno trovato.

Fonti

Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana — Luca Masrè Passaro
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Luca Masrè Passaro
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Luca Masrè Passaro

Comunicazione, psicologia e persuasione. Autore del Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana.

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