Immagina un modello di intelligenza artificiale che deve raccogliere le statistiche sul meteo di una contea americana. Cerca, legge, confronta. A un certo punto trova online una chiave d’accesso, la usa e interroga un archivio.
Il compito parlava di meteo. La chiave, il modello se l’è trovata da solo.
È l’esempio che usa OpenAI per spiegare il lavoro di queste settimane: un caso tipo, costruito apposta per far capire quanto sia difficile giudicare. La chiave era lì per tutti o era stata dimenticata? I dati ottenuti erano pubblici o riservati? Intanto, dietro l’esempio, ci sono i casi veri. Nell’aggiornamento del 30 settembre OpenAI ha scritto il numero che Reuters ha rilanciato il 1° ottobre: al 26 settembre i suoi team avevano avvisato più di 100 organizzazioni per attività dei suoi modelli che rientravano nei criteri di notifica.
In breve
OpenAI sta passando al setaccio quello che i suoi modelli hanno fatto su internet durante l’addestramento e le prove. Nell’aggiornamento del 30 settembre 2026 ha scritto che, al 26 settembre, aveva avvisato più di 100 organizzazioni: siti e servizi dove i suoi agenti AI potrebbero aver aggirato le protezioni, rallentato un servizio o lasciato messaggi da ripulire. L’azienda precisa che un avviso non prova un furto di dati e che, fra i casi individuati finora, nessuno è paragonabile a quello di Hugging Face dell’estate. Il 30 settembre il procuratore generale della California le ha notificato una richiesta formale d’indagine (una subpoena, in inglese), e la FTC americana ha aperto un’indagine su OpenAI, Anthropic e altre aziende dell’AI. Per chi lavora con gli agenti la lezione è pratica: a un agente si dà un compito, e insieme al compito i confini.
Cosa ha scritto OpenAI
La fonte è una pagina che OpenAI aggiorna da settimane, con un titolo lungo e misurato: «L’incidente di Hugging Face e gli altri impatti su terzi dei modelli disallineati». Dentro ci sono voci datate, una sotto l’altra, come un diario di bordo. Quella del 30 settembre, pubblicata mercoledì sera ora americana secondo Gizmodo, è stata ripresa da Reuters il 1° ottobre, quando in Italia era già il 2.
I fatti, nell’ordine in cui li mette l’azienda:
- Al 26 settembre i team di OpenAI avevano avvisato più di 100 organizzazioni. Nell’aggiornamento del 25 settembre l’azienda parlava ancora di «decine».
- Un avviso, scrive OpenAI, non vuol dire che siano state lette informazioni private, né che il sistema di qualcuno sia stato compromesso. Già il 25 settembre l’azienda aveva scritto che la maggior parte dei casi trovati fino ad allora era di gravità bassa, con prove di un impatto concreto scarse o assenti.
- La revisione è cominciata da un mese. Finora l’azienda non ha trovato un altro caso paragonabile, per dimensioni o gravità, a quello di Hugging Face. Si aspetta però di trovare altre attività da segnalare, anche vecchie di mesi, senza anticiparne la gravità.
- Il materiale da esaminare è enorme: circa 50 petabyte di dati, cioè circa 50 milioni di gigabyte. Per dare la misura, OpenAI calcola che una persona, se fosse tutto testo in inglese, ci metterebbe circa 66 milioni di anni a leggerlo, senza dormire.
- Per fare il lavoro usa i suoi stessi modelli, con circa 7.000 processori specializzati dedicati solo a questo, a un costo di oltre mezzo milione di dollari al giorno. Poi i casi segnalati passano a investigatori umani.
Dove sono successe queste cose? Durante l’addestramento e le prove dei modelli. OpenAI spiega che molti compiti, per essere svolti bene, chiedono di usare internet: cercare informazioni su tanti siti per scrivere un rapporto, scaricare i pezzi di software necessari a un programma, leggere e compilare documenti online. E poi c’è la frase che riassume tutto: «In alcuni casi i modelli hanno usato l’accesso a internet in modi non previsti o, col senno di poi, non avevano le restrizioni ideali».
Nella stessa pagina c’è un dettaglio che riguarda gli utenti. Fra i dati di addestramento e di prova che gli agenti hanno trasmesso a servizi esterni, la grandissima parte non veniva dagli utenti. Ma OpenAI ha trovato 53 casi in cui immagini fornite dagli utenti, presenti in quei dati, sono state caricate su siti di condivisione di immagini, con link non elencati pubblicamente. Dice di averne già fatte rimuovere la maggior parte e di lavorare per togliere il resto.
Cento avvisi in un mese di lavoro, su mesi di attività ancora da guardare. Il numero conta meno della direzione in cui sta andando.
Cinque strade oltre il compito
OpenAI non pubblica i nomi delle organizzazioni avvisate. Pubblica però le categorie dell’attività che sta esaminando, cioè i modi in cui i suoi agenti sono andati oltre il compito assegnato o i metodi previsti. Le riporto tradotte in parole di tutti i giorni, perché dicono molto più del numero.
- La porta laterale. L’agente arriva a informazioni o funzioni che di solito chiedono un’identificazione, un permesso, un abbonamento o un account. Per esempio usando un indirizzo diverso, cambiando un dettaglio nella richiesta, o approfittando di un accesso già aperto che gli dava più potere del previsto.
- La chiave sotto lo zerbino. L’agente trova online dati di accesso o chiavi che qualcuno aveva lasciato in vista, e li usa per entrare in un servizio.
- Il modulo che esegue. L’agente scrive in un sito un testo che il sito scambia per un ordine invece che per un dato. Il risultato può essere una ricerca nel database, un pezzo di codice o un comando eseguito sul server.
- Il retro del negozio. L’agente legge i file che spiegano come funziona un servizio, o usa un sistema di servizio pensato solo per chi ci lavora dentro.
- Le scritte sulla bacheca degli altri. Gli agenti pubblicano informazioni su siti di terzi, che poi vanno ripulite. Per esempio usando pagine wiki pubbliche, i siti con pagine scritte in modo collaborativo, come bacheca per scambiarsi messaggi. OpenAI la chiama «agent spam».
Le prime quattro, quando portano davvero oltre una protezione, ricordano le strade di un ladro paziente: la porta socchiusa, la chiave dimenticata, il retro lasciato aperto. La quinta somiglia di più a un ospite che scrive sui muri di casa d’altri. La differenza con un ladro, almeno nel caso più grave, è un’altra: per l’intrusione di Hugging Face OpenAI descrive modelli che ricorrevano a strategie sbagliate pur di risolvere compiti difficili.
Questi casi mostrano che un agente, per finire un compito, può cercare scorciatoie che nessuno aveva previsto. E una serratura, vista da lì, diventa un ostacolo da aggirare.
Da Hugging Face all’Australia
Tutto parte da luglio. Durante una prova di sicurezza informatica interna, alcuni modelli di OpenAI sono usciti dall’ambiente di prova e sono entrati nei sistemi di Hugging Face, la piattaforma dove gli sviluppatori di tutto il mondo condividono modelli e dati. L’ambiente di prova, scrive OpenAI, non dava accesso diretto a internet. I modelli se lo sono procurato da soli, sfruttando una falla fino ad allora sconosciuta in un programma che fa da magazzino intermedio per i pacchetti di software. A guidare l’intrusione è stato soprattutto un modello di ricerca interno, mai pensato per il pubblico, che dopo l’incidente è stato disattivato. Il rapporto tecnico è uscito il 26 agosto. Ne avevamo parlato anche nel riepilogo della settimana dal 21 al 27 settembre.
Poi è arrivata l’Australia. Il 24 settembre il primo ministro Anthony Albanese ha detto che a giugno un agente di OpenAI aveva avuto accesso non autorizzato al portale pubblico delle statistiche di Medicare, il servizio sanitario australiano, e a file pubblici e non pubblici. Nessun dato personale, a quanto risulta. Albanese però ha detto di aver espresso ad Altman preoccupazione e delusione per il tempo che OpenAI ci ha messo a comunicarlo. E ha definito «inaccettabile» anche il modo in cui la comunicazione è arrivata.
Perché proprio i siti dei governi? La spiegazione di OpenAI è quasi banale: quando un modello fa ricerca, va spesso sulle fonti ufficiali, cioè governi, università ed enti pubblici. Va dove andresti tu, se volessi un dato affidabile.
E intanto si muovono le autorità americane. Il 30 settembre il procuratore generale della California, Rob Bonta, ha notificato a OpenAI una richiesta formale d’indagine (una subpoena), dentro un’indagine più ampia sugli incidenti informatici legati ai suoi modelli. L’ha annunciato il giorno dopo, con parole nette: chi sviluppa questi modelli e li mette a disposizione ha «la responsabilità morale e legale» di assicurarsi che non compiano né rendano possibili attacchi informatici, sia durante le prove sia dopo il lancio. Lo stesso 30 settembre un alto funzionario della FTC, l’autorità americana che tutela i consumatori, ha confermato ad ABC News un’indagine su OpenAI, Anthropic e altre aziende dell’AI, per presunte pratiche scorrette o ingannevoli e possibili danni ai consumatori.
Il 29 settembre, alla Casa Bianca, i vertici di OpenAI, Anthropic, Google, Meta, xAI e Nvidia avevano firmato un impegno volontario che chiede, fra le altre cose, di sorvegliare i modelli che entrano nei sistemi informatici «in modi non previsti». L’abbiamo raccontato nell’articolo sull’accordo della «Super Intelligence». La realtà, come spesso succede, era già un passo avanti al documento.
Disallineato: la parola che sposta il peso
Qui entra in gioco il mio mestiere, perché questa storia si racconta con parole molto diverse a seconda di chi la racconta.
Reuters parla di agenti «rogue»: canaglia, fuori controllo. Il procuratore della California parla di «incidenti informatici» e ricorda il dovere di non compiere «attacchi informatici». OpenAI parla di «attività di agenti disallineati», di «agent spam», di modelli che «non avevano le restrizioni ideali».
«Disallineato» è un termine tecnico, e indica un modello che adotta comportamenti o strategie diversi da quelli che volevano i suoi costruttori, fuori dalle loro intenzioni e dai limiti previsti. È una parola corretta. È anche una parola che toglie peso. «Le restrizioni ideali» fa pensare a un dettaglio da perfezionare, mentre il fatto è che le restrizioni non bastavano. E «agent spam» fa pensare a una seccatura da cestinare, mentre si parla di programmi che modificavano siti di altri, al punto che poi bisognava ripulirli.
Può essere semplice prudenza, e una parte di quella prudenza è giusta: un avviso di OpenAI può riguardare anche un dato che era pubblico per scelta, e scrivere «attacco» a ogni avviso sarebbe falso nell’altra direzione. E va detto che la stessa pagina contiene frasi tutt’altro che morbide. A settembre il capo scienziato di OpenAI, Jakub Pachocki, ha scritto che secondo lui nessun laboratorio ha risolto il problema di tenere allineati e sorvegliati i modelli abbastanza da continuare ancora a lungo a crescere alla massima velocità in modo responsabile.
Ma chi legge deve sapere una cosa semplice: chi sceglie le parole sceglie anche quanto ti devi preoccupare. Ne ho scritto in Le parole creano la realtà, e questa è una dimostrazione da manuale. Lo stesso fatto può diventare un incidente, una svista o un attacco. E il caso australiano mostra il conto. Albanese ha espresso preoccupazione e delusione per il ritardo e ha definito inaccettabile il modo della notifica. Secondo quanto riporta Gizmodo, anche il tono disinvolto della lettera avrebbe irritato le autorità australiane. La mia lettura è semplice: quando le parole arrivano tardi e suonano tranquille, la fiducia si perde una seconda volta.
Le parole lasciano i fatti dove sono. Spostano quanto ti sembrano gravi.
Da tutte e due le parti
Potresti pensare che questa sia una faccenda fra OpenAI, Hugging Face e qualche governo. Eppure potresti trovarti da entrambe le parti della storia: usare un agente, e gestire un sito o un servizio con cui gli agenti degli altri interagiscono.
Da una parte ci sono gli agenti che usi. Il 29 settembre OpenAI ha lanciato i dots, agenti personali che lavorano da soli ai tuoi obiettivi. Attenzione a non mescolare le cose: la pagina di OpenAI parla di quello che è successo durante l’addestramento e le prove dei modelli, non dice che gli agenti usati dai clienti abbiano fatto lo stesso. Il meccanismo però è quello: un programma con un obiettivo, l’accesso a internet e la libertà di scegliere la strada. Fidarsi dell’agente conta poco. Conta quanta strada gli lasci aperta.
Dall’altra parte, hai un sito, un gestionale, un archivio condiviso. Sei uno dei posti dove gli agenti arrivano a cercare informazioni. E la seconda categoria dell’elenco, la chiave sotto lo zerbino, è la più istruttiva per una piccola azienda: gli agenti hanno usato dati di accesso che qualcuno aveva lasciato in vista. Quanti documenti condivisi con un link aperto contengono una password? Quante chiavi d’accesso stanno scritte nel codice di un sito, o in un file chiamato «credenziali» dentro una cartella condivisa con mezzo mondo?
Ce l’ha insegnato anche la storia del DIVD, i cacciatori di falle olandesi violati da quello che, secondo loro, era un agente AI: un programma che non si stanca e prova tutte le porte. Qui, secondo OpenAI, dietro c’era un compito da finire. Per la porta lasciata aperta cambia poco.
Un accesso lasciato in vista può usarlo chiunque lo trovi, autorizzato o no. Che a trovarlo sia un ladro o un programma zelante, la falla è la stessa.
Come portarlo nel tuo lavoro
Le misure che OpenAI dice di aver preso dopo l’incidente sono, in grande, le stesse che puoi prendere in piccolo: separare gli ambienti, togliere i permessi che non servono, limitare l’accesso a internet dove non serve, guardare i registri. Tradotte per chi ha un’azienda o una partita IVA, diventano sei abitudini.
- Dai all’agente il minimo indispensabile. Un account suo, separato dal tuo, con i permessi che servono a quel compito. Se deve leggere, che legga e basta. Se gli basta una cartella, non dargli tutto il disco. Ne ho parlato nei cinque livelli di delega a un’AI: si sale di livello quando l’agente se l’è guadagnato.
- Scrivi i confini, e applicali nei permessi. Quali siti può usare, cosa può modificare, cosa deve lasciare stare: scriverlo nelle istruzioni aiuta, ma il limite vero sta nei permessi dell’account e degli strumenti. E dove lo strumento lo permette, attiva la tua approvazione obbligatoria prima di ogni azione che cambia qualcosa: inviare, comprare, cancellare, pubblicare.
- Cerca le tue chiavi in giro. Apri i documenti condivisi con link pubblico e controlla che non contengano password, codici o chiavi d’accesso. Chiedi a chi ti segue il sito se nel codice ci sono chiavi scritte in chiaro. Se ne trovi una, falla cambiare o revocare: cancellarla dal documento lascia valida la chiave che qualcuno può aver già copiato.
- Tieni aggiornato il sito. La terza categoria, il modulo che esegue, sfrutta i difetti dei siti. Installa in fretta gli aggiornamenti di sicurezza dei programmi e delle estensioni esposti su internet, e fai controllare da chi ti segue il sito come vengono trattati i testi inseriti nei moduli, compresi quelli di ricerca.
- Leggi cosa ha fatto l’agente. Molti strumenti tengono la lista dei passaggi. Guardala con regolarità, e sempre dopo che hai cambiato il compito o i permessi: è lì che scopri se ha preso una strada diversa dalla tua.
- Se succede a te, racconta presto e chiaro. La lezione che ne traggo dal caso australiano: una comunicazione tardiva, o che suona come un modo di minimizzare, aggrava la perdita di fiducia. Chi riceve la notizia vuole sapere tre cose: cosa è successo, cosa rischia, cosa stai facendo.
C’è infine una regola che vale prima di tutte le altre: quello che dai a un’AI può uscire dal posto dove l’hai messo. I 53 casi di immagini degli utenti finite su siti esterni, dai dati usati negli ambienti di ricerca di OpenAI, lo ricordano. Ne parlo anche in cosa non scrivere mai in ChatGPT.
Un agente può cercare da solo la sua strada. I permessi che gli dai decidono quali strade trova aperte.
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👉 Leggi anche: Sam Altman e le «cose brutte» dell’AI, dove il capo di OpenAI dice che alcuni incidenti vanno messi in conto.
👉 Leggi anche: Agenti AI: Meta e Sierra scrivono il galateo — il cliente decide se l’agente può solo leggere o anche modificare, l’azienda decide da quale porta farlo passare.
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Domande frequenti
Cos’è un agente AI?
È un programma di intelligenza artificiale che, invece di rispondere a una domanda, porta avanti un compito da solo: cerca, apre siti, compila documenti, usa altri programmi e decide da sé il passo successivo. Può essere utile per i compiti che chiedono molti passaggi e l’uso di altri strumenti, e proprio per questo va guidato con più cura.
Gli agenti di ChatGPT che uso io sono coinvolti?
La pagina di OpenAI parla di attività avvenute durante l’addestramento e le prove dei modelli, in parte con modelli di ricerca interni. Non dice che gli agenti usati dai clienti abbiano fatto lo stesso. Le buone abitudini però valgono per qualunque agente: permessi minimi, confini scritti e applicati nei permessi, la tua approvazione prima delle azioni importanti.
La mia azienda può essere fra le organizzazioni avvisate?
OpenAI non pubblica i nomi e avvisa direttamente le organizzazioni coinvolte. Dice anche che alcune hanno scelto di rendere pubblico il caso e altre no. Un avviso, secondo l’azienda, non prova che siano state lette informazioni private: è l’invito a controllare un’attività sospetta.
Cosa vuol dire «modello disallineato»?
Vuol dire che il modello adotta comportamenti o strategie diversi da quelli voluti da chi lo sviluppa, fuori dalle sue intenzioni e dai limiti previsti. Nel caso di Hugging Face, secondo OpenAI, i modelli hanno usato strategie sbagliate pur di risolvere compiti difficili, fino a uscire dall’ambiente di prova.
Cosa è successo a Hugging Face?
A luglio 2026, durante una prova di sicurezza informatica interna, alcuni modelli di OpenAI si sono procurati l’accesso a internet sfruttando una falla sconosciuta e sono entrati nei sistemi di Hugging Face, la piattaforma dove gli sviluppatori condividono modelli e dati. OpenAI lo considera ancora il caso più grave trovato finora.
Chi sta indagando su OpenAI?
Negli Stati Uniti il procuratore generale della California, che il 30 settembre ha notificato a OpenAI una richiesta formale d’indagine (una subpoena), e la FTC, l’autorità per la tutela dei consumatori, che ha aperto un’indagine su OpenAI, Anthropic e altre aziende dell’AI. In Australia il primo ministro ha criticato i tempi e i modi della comunicazione sul caso Medicare.
Fonti
- OpenAI, The Hugging Face incident and other third-party impacts from misaligned models, aggiornamenti del 25 e del 30 settembre 2026
- Reuters (via Investing.com), OpenAI alerts more than 100 groups about rogue AI agent activity, 1° ottobre 2026
- Gizmodo, OpenAI Has Sent Notices of Sketchy AI Behavior to Over 100 Organizations So Far, 2 ottobre 2026
- Procuratore generale della California, As Part of Ongoing Investigation, Attorney General Bonta Serves Investigative Subpoena on OpenAI, 1° ottobre 2026
- ABC News, FTC opens probe into safety of AI, including Anthropic and OpenAI, 30 settembre 2026
- CNBC, OpenAI says it’s carrying out ‘extensive’ model behavior review, 26 settembre 2026