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Luca Masrè Passaro
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ChatGPT ti fa provare i vestiti con un selfie

Il virtual try on arriva in ChatGPT: con un selfie ti vedi addosso un vestito. Come funziona, quali limiti ha sulla taglia e cosa cambia per chi vende.

LMP Luca Masrè Passaro
·
06.10.2026
Illustrazione in stile Ghibli: in una sartoria al tramonto uno specchio antico mostra una figura di luce che indossa il cappotto senape appeso lì accanto

Un tempo c’era il camerino. La tenda che resta sempre socchiusa, la luce che ti fa sembrare reduce da un’influenza, il commesso che chiede «come va?» mentre stai ancora litigando con una cerniera.

Dal 1° ottobre il camerino può stare anche dentro ChatGPT. Chiedi un cappotto, ti mostra qualche modello, tocchi un pulsante e te lo vedi addosso. La tenda adesso è lo schermo. Il commesso è un chatbot.

OpenAI l’ha annunciato giovedì nelle note di rilascio di ChatGPT, con un titolo che dice già tutto: «Nuovi modi di fare acquisti in ChatGPT». Le novità sono due: la prova virtuale di vestiti e accessori, il virtual try on, e i Preferiti, dove salvare i prodotti che ti piacciono. Sembra una notizia di moda. È una notizia su come si decide un acquisto — e su chi si mette in mezzo fra te e il negozio.

In breve

Il 1° ottobre 2026 OpenAI ha aggiunto a ChatGPT due funzioni per gli acquisti. La prima è la prova virtuale: sulle schede di vestiti e accessori compare il pulsante «Try on» (prova); fai o carichi un selfie, e ChatGPT genera un’immagine di come il capo potrebbe starti. La foto di riferimento resta salvata per le prove successive e si cancella dalle impostazioni. La seconda sono i Preferiti: salvi i prodotti e li ordini in cartelle nella Libreria. Funziona da telefono e da computer; TechCrunch parla di lancio globale, ma OpenAI non pubblica un elenco di Paesi. L’avvertenza la scrive OpenAI stessa: l’immagine non garantisce né la taglia né la vestibilità. Per chi vende, il punto è un altro: ChatGPT sceglie i prodotti da mostrare anche in base ai dati delle schede, e il cliente può vedersi addosso un tuo capo prima ancora di arrivare sul tuo sito.

Cosa ha lanciato OpenAI

Il funzionamento, nelle parole di OpenAI, è semplice. Quando ChatGPT ti propone vestiti o accessori, sulle schede dei prodotti compare un pulsante «Try on». Lo tocchi, fai un selfie o ne carichi uno, e ChatGPT Images, il generatore di immagini di ChatGPT, crea la tua prova virtuale.

Chi l’ha usata racconta un passaggio in più. Il giornalista di Android Authority, che l’ha provata dal Canada, scrive che alla prima prova ChatGPT chiede un selfie e poi una foto a figura intera. Poi ha fatto due esperimenti. Ha incollato il link di un cappotto trovato altrove, e ChatGPT glielo ha mostrato addosso. Ha caricato la foto di un abbinamento che gli piaceva, e ChatGPT gli ha trovato capi simili da comprare, con la prova inclusa.

Le funzioni, in ordine:

  • La prova dalle schede. Il pulsante «Try on» compare sulle schede di vestiti e accessori che ChatGPT ti mostra.
  • La prova da una foto. Puoi caricare in chat l’immagine di un capo, anche un’immagine dello schermo (uno screenshot) presa da un sito, e chiedere come ti starebbe.
  • La foto che resta. La tua foto di riferimento viene salvata per le prove successive. La cambi o la cancelli in Impostazioni → Personalizzazione → Foto di riferimento.
  • I Preferiti. Salvi un prodotto con l’icona del segnalibro, crei cartelle e ritrovi tutto nella Libreria di ChatGPT. Secondo TechCrunch, accanto ai prodotti finiscono anche le immagini delle tue prove.

Sempre secondo TechCrunch, OpenAI suggerisce anche altri usi: descrivere uno stile e chiedere a ChatGPT di trovare i capi per completare l’abbinamento, oppure caricare la foto di come è vestita una persona famosa e farsi trovare i capi in vendita. Nella stessa voce del 1° ottobre c’è una novità più piccola, che a chi lavora fa comodo: su iPhone è in distribuzione una funzione della fotocamera di ChatGPT che scansiona più pagine di fila e le unisce in un solo PDF.

Dove funziona? OpenAI scrive «su mobile e web». TechCrunch parla di lancio globale, Digital Trends di una distribuzione in tutto il mondo. Le note ufficiali però non danno un elenco di Paesi e non dicono se serve un abbonamento, e io dall’Italia non ho potuto provarla. Se il pulsante ancora non ti compare, le fonti disponibili non permettono di dire quando arriverà.

Un pulsante su una scheda prodotto. Piccolo da vedere, grande per quello che sposta.

Il motore: Images 2.5

La prova virtuale si regge su ChatGPT Images 2.5, il modello per le immagini che OpenAI ha presentato l’8 settembre. Secondo l’azienda produce luci più naturali e superfici più ricche di dettagli, conserva meglio i soggetti delle foto di riferimento e riduce i tempi di generazione fino al 50% rispetto alla versione 2.0.

Tradotto e applicato ai vestiti: se le promesse reggono, la persona nell’immagine assomiglia di più a te e la stoffa sembra più stoffa. Per una prova virtuale è esattamente quello che serve. Ed è anche il motivo per cui va guardata con un occhio in più.

L’avvertenza, infatti, la scrive OpenAI stessa, nero su bianco, nella pagina d’aiuto: le immagini della prova potrebbero non rappresentare esattamente il prodotto o il tuo aspetto, e non garantiscono né la vestibilità né la taglia. Il consiglio è di controllare le misure indicate dal venditore, i dettagli del prodotto e la politica di reso prima di comprare.

È un’avvertenza onesta, e dice una cosa precisa: l’immagine mostra come potresti apparire, non come il capo ti calzerà. La differenza la conosce chiunque abbia comprato una giacca «perfetta in foto».

C’è poi quello che manca. Né le note di rilascio né la pagina d’aiuto danno numeri sull’accuratezza delle prove, su quanti prodotti o negozi siano coinvolti, su quante persone la useranno. Sulla carta, oggi, ci sono le promesse sul modello e un’avvertenza chiara.

La foto è verosimile. La taglia resta da misurare.

Perché OpenAI ci riprova

Per capire questa mossa bisogna guardare quelle che l’hanno preceduta. Secondo Android Authority, le prime funzioni di shopping sono arrivate in ChatGPT ad aprile del 2025. A settembre dello stesso anno è arrivato l’Instant Checkout, il pagamento istantaneo: l’idea era comprare e pagare direttamente dentro la chat, come in un negozio online.

Le cose sono andate diversamente. Il 24 marzo 2026, racconta TechCrunch, OpenAI ha annunciato un cambio di rotta, con una frase da manuale di comunicazione aziendale: la prima versione del pagamento istantaneo «non offriva il livello di flessibilità a cui aspiriamo», quindi i venditori avrebbero potuto usare i propri sistemi di pagamento, mentre l’azienda si sarebbe concentrata sulla «scoperta dei prodotti». Una fonte di The Information, citata da TechCrunch, l’ha detta in modo più brutale: le persone non usavano il chatbot per comprare davvero.

Nota come si racconta un passo indietro: «flessibilità», «aspiriamo», «ci concentriamo». Nessuna parola che sappia di fallimento. È comunicazione fatta bene, e va letta per quello che è.

Ed ecco il ribaltamento, almeno come lo leggo io. Il pagamento dentro ChatGPT resta possibile per alcuni prodotti e venditori, ma OpenAI ha detto a TechCrunch che non è più la sua priorità. Il baricentro si è spostato dalla cassa al momento prima della cassa — quello in cui decidi.

La prova virtuale sta tutta lì. TechCrunch nota che con le prove e con le ricerche partendo da una foto ChatGPT entra in un territorio dove finora contavano Pinterest e Google, i posti dove si cerca ispirazione prima di comprare. E Google ci era arrivato prima: a luglio 2025 ha lanciato negli Stati Uniti la sua prova virtuale, sempre con una foto a figura intera. Digital Trends lo scrive senza giri di parole: OpenAI sta rincorrendo Google. Io però ci vedo un possibile vantaggio: la prova arriva dentro una conversazione in cui magari hai appena raccontato cosa cerchi, per quale occasione, quanto vuoi spendere.

Chi accompagna la scelta può pesare sulla decisione prima ancora che si arrivi alla cassa.

Vedersi addosso una cosa

Qui entra il mio mestiere, perché la parte più interessante della notizia sta nella testa di chi compra.

Nel 1990 Daniel Kahneman, Jack Knetsch e Richard Thaler pubblicarono un esperimento diventato famoso. Ad alcuni studenti della Cornell University diedero una tazza. Poi misurarono due cose: a quanto chi aveva la tazza era disposto a cederla, e quanto chi non l’aveva era disposto a pagare per averla. Il prezzo chiesto da chi la possedeva era circa il doppio: intorno ai 7 dollari, contro i 3 offerti in media dagli altri. La stessa tazza. Valeva di più solo perché era «mia». E l’effetto, si legge nella sintesi che cito fra le fonti, compare anche con oggetti avuti da pochi minuti.

Thaler aveva dato un nome al fenomeno già nel 1980: effetto dotazione. Diamo più valore a ciò che sentiamo nostro. La spiegazione più accreditata è l’avversione alla perdita — rinunciare a una cosa che hai pesa più del piacere di ottenerla — anche se gli studiosi ne propongono altre e ne discutono ancora.

Ora guarda la prova virtuale con questi occhi. Il cappotto non è tuo. Non l’hai toccato, non l’hai pagato. Però l’hai visto addosso a te, con la tua faccia, con la tua postura. La mia ipotesi, che le fonti che ho consultato non mettono alla prova su questa funzione, è che vedersi con un oggetto addosso sia un passo verso il sentirlo già un po’ proprio. E da lì al non volerlo lasciare andare, il passo è corto.

Poi ci sono le parole intorno al prodotto. La pagina d’aiuto di OpenAI spiega che alcune immagini dei prodotti possono avere etichette come «Budget-friendly» (conveniente) o «Most popular» (il più popolare). Le genera ChatGPT, con le informazioni che ha a disposizione, comprese quelle di terze parti, e OpenAI precisa che non sono garanzie né affermazioni verificate: «conveniente» può voler dire che le recensioni parlano spesso di buon rapporto qualità-prezzo, non che quello sia il prezzo più basso. Anche i riassunti delle recensioni li scrive il modello, e OpenAI dichiara di non verificare recensioni e valutazioni.

Chi si occupa di persuasione riconosce gli attrezzi. «Il più popolare» è riprova sociale: se lo scelgono in tanti, sarà buono. E c’è un dettaglio sui prezzi che da solo vale la lettura della pagina: il prezzo nella prima risposta, scrive OpenAI, di solito è quello del primo venditore in lista, che può non essere il più basso. Nella pagina di dettaglio ChatGPT cerca di mettere in evidenza il prezzo più basso che conosce, a volte con l’etichetta «Best price» (prezzo migliore). La mia lettura: quel primo numero può diventare il metro con cui giudichi tutti gli altri. È l’effetto ancoraggio, e spesso, per fare da àncora, a un numero basta arrivare per primo.

Per correttezza: OpenAI scrive che i prodotti mostrati li sceglie ChatGPT in modo indipendente, che non sono pubblicità e che non dipendono dagli accordi commerciali dell’azienda; gli annunci, in ChatGPT, stanno separati. Il punto, quindi, è la vetrina in sé. Anche quando è onesta, è costruita con le leve di sempre: un’immagine che ti somiglia, un’etichetta che rassicura, un primo prezzo che fa da riferimento, un ordine di presentazione che decide cosa vedi per primo. È la logica dello scaffale, quella di cui ho scritto in psicologia dei supermercati. E se vuoi l’insieme, c’è psicologia del marketing.

Il camerino ti fa provare il vestito. La vetrina ti prepara a volerlo.

Cosa cambia se vendi

Fin qui la parte di chi compra. Ma molti di quelli che leggono questo blog stanno dall’altra parte del bancone: un negozio di abbigliamento, una piccola marca di accessori, un negozio online di provincia che vive di schede prodotto curate a mano.

Per loro la pagina d’aiuto di OpenAI è più interessante dell’annuncio, perché spiega come ChatGPT sceglie i prodotti da mostrare. Guarda la richiesta e il contesto della persona, compresi la memoria e le istruzioni personalizzate. L’esempio di OpenAI riguarda i costumi per cani: se hai detto che i clown non ti piacciono, quelli da clown possono restare fuori. Poi usa i dati strutturati che arrivano dai venditori e da fornitori terzi, come prezzo e descrizione, e altri contenuti di terze parti. Quando lo stesso prodotto lo vendono in tanti, i venditori vengono messi in fila in base a disponibilità, prezzo, qualità e al fatto di esserne il produttore o il venditore principale. E OpenAI avverte che non tutti i prodotti disponibili verranno mostrati.

Due dettagli pratici. Chi vende con Shopify, scrive OpenAI, ha i dati dei prodotti già integrati in ChatGPT tramite Shopify Catalog, senza lavoro in più per il singolo negozio. Essere integrati permette di comparire: quali prodotti mostrare, lo decide ChatGPT richiesta per richiesta. Gli altri venditori possono chiedere l’accesso per inviare direttamente a OpenAI i dati del proprio catalogo (un product feed, cioè le informazioni aggiornate sui prodotti), seguendo la documentazione per sviluppatori. E i cambi di prezzo o di spedizione, avverte OpenAI, possono comparire in ChatGPT con un po’ di ritardo.

Poi c’è la parte che nessuna scheda controlla. Con la prova virtuale il cliente si vede addosso un tuo capo in un’immagine generata da ChatGPT, che tu non hai scattato e non hai approvato. E può farlo anche partendo da un’immagine dello schermo presa dal tuo sito. Agli occhi del cliente quell’immagine può creare un’aspettativa sul tuo prodotto. E quell’aspettativa l’ha creata un altro.

Ecco perché l’avvertenza di OpenAI ai clienti, per chi vende, è una lista di cose da sistemare. Misure del venditore, dettagli del prodotto, politica di reso: sono i tre posti dove OpenAI manda il cliente a controllare, dopo che si è visto con il tuo cappotto addosso. Se lì trova risposte chiare, l’immagine diventa una spinta. Se trova il vuoto, rischia di diventare un reso.

OpenAI, nell’annuncio di marzo sulla scoperta dei prodotti, sostiene che chi arriva da ChatGPT sia un cliente più vicino alla decisione. È una sua affermazione: nell’annuncio non presenta numeri a sostegno. Se però è vera anche solo in parte, la scheda prodotto smette di essere un adempimento e diventa il tuo commesso migliore.

Prima vendevi a chi entrava in negozio. Adesso vendi anche a chi il tuo capo l’ha già provato, almeno in foto.

La foto che lasci

Resta la domanda da farsi prima di toccare il pulsante: dove finisce la mia foto?

Su un punto OpenAI è chiara: la foto di riferimento viene salvata, così non devi caricarla ogni volta, e si cambia o si elimina da Impostazioni → Personalizzazione → Foto di riferimento. Comodo. Vuol dire però che dentro il tuo account resta un tuo ritratto. E nella prova raccontata da Android Authority, dopo il selfie ChatGPT ha chiesto anche una foto a figura intera.

E i dati, a volte, prendono strade impreviste. Nella pagina in cui racconta l’incidente di Hugging Face, OpenAI ha scritto di aver trovato 53 casi in cui immagini fornite dagli utenti, presenti nei dati usati per addestrare e provare i modelli, sono state caricate su siti di condivisione di immagini, con link non elencati pubblicamente; ha detto di averne fatte rimuovere la maggior parte. Quella vicenda riguarda altro, e nulla la collega alla prova virtuale. Ne ho scritto in gli agenti AI di OpenAI hanno sconfinato. La ricordo per una ragione sola: una foto, una volta caricata, vive in sistemi che tu non vedi.

Qualche regola di buon senso, allora:

  • usa una foto solo tua, su uno sfondo neutro, con nient’altro di personale in vista: altre persone, documenti, la targa dell’auto, il numero civico;
  • la foto di un’altra persona caricala solo se quella persona è d’accordo;
  • se hai provato per curiosità, cancella la foto dalle impostazioni appena hai finito;
  • se usi ChatGPT con un account di lavoro, chiediti se quello è il posto giusto per il tuo ritratto.

Altre regole simili le ho raccolte in cosa non scrivere mai in ChatGPT.

Dal camerino vero esci e lo specchio si dimentica di te. Questo camerino la tua foto la tiene da parte per le prove successive: toglierla tocca a te.

Come portarlo nel tuo lavoro

Se vendi vestiti o accessori, anche solo in parte online, questa settimana puoi fare cinque cose concrete.

  1. Cercati come farebbe un cliente. Apri ChatGPT e chiedi quello che vendi, con le parole dei tuoi clienti: «un cappotto di lana blu sotto i 200 euro», «una borsa da lavoro in pelle fatta in Italia». Guarda chi compare, con quali etichette e con quale prezzo. Se compari tu, controlla come ti descrive: ChatGPT può riscrivere titoli e descrizioni dei prodotti in forma semplificata.
  2. Prova il camerino con i tuoi capi. Se la funzione è già attiva nel tuo account, carica l’immagine dello schermo con un tuo prodotto e chiedi come starebbe addosso, usando una foto tua o di un collaboratore che è d’accordo. Una tua prova non garantisce che ogni cliente veda lo stesso risultato; può però mostrarti se e dove la generazione si allontana dal capo vero.
  3. Metti a posto le tre cose che OpenAI dice di controllare. Una guida alle taglie con le misure vere, materiali e dettagli completi, una politica di reso scritta chiara e facile da trovare. Sono le risposte che il cliente cercherà dopo la prova.
  4. Controlla da dove passano i tuoi dati. Se usi Shopify, i dati dei tuoi prodotti sono già integrati tramite Shopify Catalog: verifica che le schede siano complete, perché sono quei dati a viaggiare. Se usi altro, valuta di chiedere l’accesso per inviare il tuo catalogo direttamente a OpenAI, e tieni allineati prezzi e disponibilità.
  5. Prepara chi sta in negozio. Può capitare che qualcuno entri con il telefono in mano e un’immagine di sé con il tuo capo addosso. È un ottimo modo per cominciare la conversazione: «vediamo se dal vero le sta così». E se la realtà è diversa dall’immagine, dillo subito e con garbo: la fiducia che guadagni vale più della vendita di quel giorno.

E se lavori in un altro settore, la lezione vale lo stesso. Ogni volta che un assistente AI si mette fra te e il tuo cliente, le informazioni che gli dai diventano la tua vetrina. Le schede, le descrizioni, le condizioni scritte in piccolo possono essere lette e riassunte da un modello prima ancora che il cliente arrivi da te.

Il commesso nuovo lavora a tutte le ore e parla con chiunque lo interroghi. Conviene dargli le informazioni giuste.

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Domande frequenti

Cos’è il virtual try on di ChatGPT?

È la prova virtuale di vestiti e accessori lanciata da OpenAI il 1° ottobre 2026. Sulle schede dei prodotti che ChatGPT ti mostra compare il pulsante «Try on»: fai o carichi un selfie e ChatGPT genera un’immagine di come il capo potrebbe starti. Puoi anche caricare la foto di un capo trovato altrove e chiedere di provarlo.

È disponibile in Italia?

OpenAI dice che la funzione è disponibile su mobile e web, e TechCrunch parla di lancio globale. Le note ufficiali però non pubblicano un elenco di Paesi e non dicono se serve un abbonamento. Il giornalista di Android Authority l’ha usata dal Canada; dall’Italia non ho potuto provarla.

Dove finisce la mia foto?

La foto di riferimento viene salvata nel tuo account per le prove successive. La cambi o la togli in Impostazioni → Personalizzazione → Foto di riferimento. Le fonti non dicono per quanto tempo e in quali sistemi possa restarne una copia dopo la cancellazione. Se hai provato solo per curiosità, conviene toglierla subito dopo.

Posso fidarmi dell’immagine per scegliere la taglia?

No, e lo dice OpenAI: le immagini della prova potrebbero non rappresentare esattamente il prodotto o il tuo aspetto, e non garantiscono vestibilità né taglia. Prima di comprare controlla le misure del venditore, i dettagli del prodotto e la politica di reso.

I prodotti che ChatGPT mi propone sono pubblicità?

Secondo OpenAI no: i prodotti li sceglie ChatGPT in modo indipendente e non dipendono da accordi commerciali; gli annunci stanno separati. Etichette come «conveniente» o «il più popolare» però le genera il modello e non sono verificate, e il primo prezzo mostrato può non essere il più basso.

Ho un negozio: come faccio a comparire in ChatGPT?

Se vendi con Shopify, i dati dei tuoi prodotti sono già integrati in ChatGPT tramite Shopify Catalog, senza lavoro in più. Altrimenti puoi chiedere l’accesso per inviare direttamente a OpenAI i dati del tuo catalogo. Essere integrati permette di comparire, ma quali prodotti mostrare lo decide ChatGPT a ogni richiesta, guardando la domanda, il contesto e dati come prezzo e descrizione. Misure, materiali e condizioni di reso chiare servono soprattutto al cliente, che OpenAI invita a controllarle prima di comprare.

Fonti

Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana — Luca Masrè Passaro
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Luca Masrè Passaro
// scritto da
Luca Masrè Passaro

Comunicazione, psicologia e persuasione. Autore del Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana.

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