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Luca Masrè Passaro
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Lo dicono in 400. Quindi è vero?

I titoli dicevano «400 ex 007 contro Trump», ma a parlare erano in pochi. Smontiamo l’argomento d’autorità: perché un numero e un curriculum ti convincono prima ancora dei fatti.

LMP Luca Masrè Passaro
·
09.10.2026
Argomento d'autorità: una folla ordinata in una sala luminosa davanti a un leggio vuoto, metà delle figure senza volto

Il 9 agosto il Financial Times ha raccolto le accuse di alcuni ex funzionari dell’intelligence americana contro Donald Trump. Con nome e cognome, a parlare era una manciata di persone.

Il giorno dopo, nei titoli italiani, erano diventati «centinaia di ex funzionari dell’intelligence». Dentro i pezzi, «oltre 400».

Fermati un secondo su cosa hai pensato leggendo quel numero.

Probabilmente non hai pensato al contenuto delle accuse. Hai pensato ai quattrocento. E hai pensato alla parola «intelligence».

Magari quelle accuse ti hanno convinto — oppure irritato — prima che tu sapessi una sola parola di cosa dicono.

Ecco. Quello è il meccanismo. Si chiama argomento d’autorità, ed è una delle tecniche di persuasione più antiche che esistano. Oggi la smontiamo pezzo per pezzo.

In breve

Il 9 agosto 2026, sul Financial Times, alcuni ex funzionari dell’intelligence americana della rete The Steady State hanno accusato Trump di seguire il «manuale» degli autocrati. Nei titoli e negli articoli italiani sono diventati «centinaia», «oltre 400»: ma 400 è il numero dei membri della rete, e metà resta anonima. Il protagonista della notizia è il numero e il mestiere di chi parla: il contenuto delle accuse arriva dopo, quando arriva. Sotto lavorano l’argomento d’autorità, la riprova sociale, l’ancoraggio numerico e una struttura che si conferma da sola. La difesa è separare due domande che il titolo fonde in una: chi lo dice e cosa porta a sostegno.

Il fatto

The Steady State è una rete di ex funzionari americani dell’intelligence e della sicurezza nazionale. È nata nel 2016, dopo la prima vittoria elettorale di Donald Trump. Oggi raccoglie oltre quattrocento persone.

Il 9 agosto 2026, in un articolo del Financial Times, alcuni membri della rete hanno accusato Trump: nel suo secondo mandato starebbe seguendo un «manuale» simile a quello usato dagli autocrati per concentrare il potere, indebolendo le istituzioni e i contrappesi alla presidenza. Nessun documento firmato: sono interviste. Il quattrocento è la dimensione della rete.

Chi ci mette la faccia: Paul Kolbe, ex capo stazione della CIA, con incarichi di comando nell’ex Unione Sovietica e nei Balcani. Gail Helt, ex analista della CIA su Cina e Taiwan. Mark Zaid, avvocato specializzato in sicurezza nazionale che collabora con la rete: nel 2025 la Casa Bianca gli ha revocato il nulla osta di sicurezza, a dicembre un giudice federale ha bloccato la revoca e il governo ha fatto appello. Steven Cash, direttore esecutivo e tra i fondatori della rete.

Due frasi hanno fatto il giro dei giornali. Zaid: «I meccanismi di controllo sono stati tutti smantellati e il peggio deve ancora venire». Helt: «Vuole la sua faccia sui nostri passaporti. La sua faccia sulle nostre banconote. Persino Mao non metteva la sua faccia sulle banconote».

Metà dei membri resta anonima. Cash lo spiega così: «Metà dei nostri membri non vuole essere esposta pubblicamente, e si tratta di persone che hanno prestato servizio in zone di guerra».

C’è un precedente che pesa. Il primo giorno del secondo mandato, Trump ha revocato il nulla osta a 49 ex funzionari dell’intelligence: tutti i firmatari ancora in vita di una lettera del 2020 secondo cui le email dal laptop di Hunter Biden avevano «tutti i tratti classici» di un’operazione russa. Quella lettera, negli anni, è diventata l’esempio preferito di chi contesta il valore delle lettere firmate dagli esperti.

La Casa Bianca ha risposto per bocca del portavoce Davis Ingle: Trump è stato eletto per «sradicare l’uso del governo come arma contro gli americani dell’era Biden» e sta riportando il potere nelle mani del popolo americano. Anche la CIA ha risposto: per la sua portavoce, gli ex funzionari senza nulla osta «non sono fonti serie».

Questi sono i fatti riportati dal Financial Times il 9 agosto, e da ANSA, Focus America e dalle agenzie il 10 e l’11 agosto. L’elenco delle revoche è nell’ordine esecutivo del 20 gennaio 2025.

Da qui in avanti mettiamo da parte una domanda: chi ha ragione. Non è il mestiere di questa rubrica e non lo diventerà. Guardiamo un’altra cosa — come è costruito il messaggio. Da entrambe le parti.

Come te l’hanno raccontata

Riapri i titoli di quei due giorni e conta le parole. Poi guarda in che ordine stanno.

Prima il numero, poi il mestiere, poi (forse) il contenuto

«L’allarme degli ex 007». «L’allarme degli ex agenti della CIA». «Centinaia di ex funzionari dell’intelligence».

Nei titoli, il soggetto della notizia non è l’accusa. È chi la pronuncia, e in quanti.

E qui c’è un dettaglio che vale tutto il pezzo. Quel numero non conta le persone che hanno parlato. Conta i membri della rete. A parlare, con nome e cognome, sono stati in pochi: il titolo ha preso la dimensione dell’associazione e l’ha messa al posto della voce.

Non serve pensare a pigrizia o malafede. Funziona così, perché quella è l’informazione che si legge in mezzo secondo e che il lettore usa per decidere se il pezzo merita attenzione. Il contenuto vero delle accuse — quali istituzioni, quali atti, quali date — arriva dopo, nel corpo del pezzo.

Prova a rileggere quei titoli con il soggetto invertito: «La presidenza sta smantellando i contrappesi istituzionali, secondo alcuni ex funzionari». È la stessa notizia. Pesa un decimo.

«Ex 007»: il curriculum al posto della prova

«Ex 007» è una scelta lessicale, non una descrizione.

Dice James Bond. Dice segreti, coraggio, ombra, competenza superiore alla tua. Trasforma un pensionato della pubblica amministrazione — che è quello che tecnicamente è un ex funzionario in pensione — in una figura che sa cose che tu non puoi sapere.

E quando qualcuno sa cose che tu non puoi sapere, verificare diventa impossibile per definizione. Ti resta una sola cosa da fare: fidarti. O rifiutare in blocco.

Nota che il meccanismo non ha colore politico. Nell’ottobre 2020 cinquantuno ex funzionari dell’intelligence scrissero che il laptop di Hunter Biden aveva «tutti i tratti classici di un’operazione russa», precisando di non avere prove. Nel dibattito in TV, Biden li trasformò in cinquanta ex dell’intelligence che dicevano che era un piano russo. Il laptop si rivelò autentico. Uno di quei cinquantuno era Paul Kolbe, lo stesso che nell’intervista di agosto parla di manuale degli autocrati. Il che non dimostra che abbia torto in questo caso: dimostra che «ex 007» non è una garanzia, in nessuna delle due direzioni. La ricostruzione di quella lettera, con la versione di entrambe le parti, la trovi su CBS News.

E l’autorità dei servizi la usa anche l’altra parte. A luglio Trump ha mostrato in TV documenti dell’intelligence appena declassificati per sostenere che la Cina interferì nel voto del 2020: secondo una verifica dell’Associated Press, quei documenti non lo confermano. Le parole d’autorità cambiano padrone in fretta. È uno dei motivi per cui il marketing politico le ricicla da uno schieramento all’altro.

L’analogia estrema che fissa il metro

«Persino Mao non metteva la sua faccia sulle banconote».

È la frase che si ricorda, e capisci perché: è vivida, è breve, è memorabile. E fa un lavoro preciso.

Ma fa anche un’altra cosa, più silenziosa. Sposta il metro di misura. Una volta che Mao è entrato nella conversazione, qualunque cosa venga discussa dopo si misura su quella scala. E su quella scala tutto quello che sta sotto sembra ragionevole, oppure tutto quello che ci somiglia anche vagamente sembra enorme — dipende da dove ti trovi.

Il confronto storico estremo non argomenta. Ancora. Ti pianta un numero in testa e ti lascia calcolare da lì.

E c’è un dettaglio che rende la frase ancora più istruttiva. Oggi il volto di Trump c’è su un passaporto commemorativo. Sulle banconote da 100 dollari c’è la sua firma, e quella da 250 dollari col suo volto è una proposta che il Congresso non ha approvato. Quanto a Mao: in vita no. Il suo volto è arrivato sulle banconote dopo la morte, e dal 1999 è su tutte quelle della serie in corso.

Il paragone, controllato, è anche un po’ storto. E per funzionare non aveva bisogno di essere dritto.

La replica che cambia il piano del discorso

Guarda ora la risposta della Casa Bianca, perché è un piccolo capolavoro di tecnica.

L’accusa era: stai concentrando il potere e smantellando i controlli. La risposta è: sono stato eletto per sradicare l’uso del governo come arma contro i cittadini.

Rileggi. Non c’è una smentita. Non c’è un «questo è falso, ed ecco perché». C’è un cambio di piano: dal merito dell’accusa al mandato di chi è accusato. Dalla domanda «è vero?» alla domanda «chi ti ha eletto?».

E c’è di più. La risposta suggerisce, implicita, una contro-accusa: se il governo è stato usato come arma contro i cittadini, allora chi lavorava dentro quel governo — e da lì vengono i membri di quella rete — non è un testimone neutrale. È parte in causa.

In una riga sola: cambio piano, e delegittimo la fonte. Due mosse al prezzo di una.

La prova che è una tecnica, e non una risposta: il 21 settembre lo stesso portavoce ha usato la stessa identica frase per rispondere alle critiche di Christie Whitman, ex governatrice del New Jersey. Una replica che va bene per qualunque accusa non discute nessuna accusa.

Quando due parti smettono di discutere sui fatti e iniziano a discutere su chi ha il diritto di parlare, la discussione è finita. Restano solo due tifoserie che si contano.

Cosa c’è sotto

Adesso i nomi delle tecniche. Perché dare un nome a una cosa è il primo modo per smettere di subirla.

1. L’argomento d’autorità

L’argomento d’autorità è quello in cui la forza di un’affermazione viene dal ruolo di chi la pronuncia, invece che dalle prove che porta. In latino lo chiamavano ipse dixit: l’ha detto lui, e tanto basta.

Attenzione, però, perché qui si sbaglia quasi sempre. L’argomento d’autorità non è automaticamente una truffa. È una scorciatoia mentale, e le scorciatoie mentali esistono perché, di solito, funzionano. Se il tuo meccanico dice che la frizione è andata, non chiedi il grafico dell’usura: ti fidi. Fai bene. Non hai il tempo né le competenze per fare altrimenti, e di solito ha ragione.

Il problema nasce quando l’autorità viene usata in tre modi storti.

Il primo è fuori campo: l’esperto è competente su una cosa e parla di un’altra. Un ex analista di intelligence è competente su come si raccolgono e si valutano informazioni. Sulla tenuta costituzionale di un ordinamento, il ruolo nell’intelligence da solo non basta: contano il percorso della persona e gli argomenti che porta.

Il secondo è al posto della prova: il curriculum viene esibito invece degli elementi, non insieme a essi. Se le prove ci sono, il curriculum è un contorno. Se il curriculum è il piatto principale, chiediti dove sono finite le prove.

Il terzo è l’interesse taciuto. Ogni autorità ha una posizione. Non significa che menta. Significa che quella posizione va messa sul tavolo, non sotto. Nel nostro caso è pubblica: The Steady State è un’associazione che appoggia candidati alle elezioni, e a settembre ne ha sostenuti tre alla Camera, tutti democratici. È un’informazione successiva ai titoli di agosto, e non dice niente sulla verità delle accuse. Aiuta a capire da dove guarda chi parla.

Se vuoi la mappa completa di queste scorciatoie e di come ti fregano ogni giorno, l’ho messa qui: la lista definitiva dei bias cognitivi.

2. La riprova sociale — e perché il numero è il vero titolo

Quattrocento.

Il numero fa due lavori insieme, e nessuno dei due riguarda la verità.

Il primo è la riprova sociale: se tanti la pensano così, probabilmente è giusto. È uno dei principi classici della persuasione, e nella vita quotidiana ti serve — il ristorante pieno di solito si mangia meglio di quello vuoto.

Il secondo è l’ancoraggio: il primo numero che entra in una conversazione diventa il metro di tutto quello che viene dopo. Quattrocento sembra enorme. Rispetto a cosa? Rispetto a niente, perché nessun titolo ti dice quanti ex funzionari dell’intelligence americana esistano in totale, né quanti la pensino diversamente.

Un numero senza denominatore è un’emozione travestita da dato.

E qui le trappole sono due. La prima: quei quattrocento, tutti insieme, non hanno detto niente. Sono i membri di una rete; a parlare sono stati in pochi. Il numero è stato preso in prestito.

La seconda vale anche se avessero parlato tutti: quattrocento persone che vengono dallo stesso mondo professionale e stanno nella stessa rete non sono per forza quattrocento prove indipendenti. Bisogna capire su quali informazioni si fonda ciascuna. La riprova sociale conta quando le fonti sono indipendenti: qui l’indipendenza va dimostrata, non presunta — e questo vale per qualunque appello, di qualunque parte.

400+
i membri della rete
— non le persone che hanno parlato
50%
dei membri resta anonimo,
secondo il fondatore
2016
anno di fondazione della rete,
dopo la prima vittoria di Trump

3. La struttura che si conferma da sola

Questo è il punto più delicato del pezzo, e voglio essere preciso perché è facile fraintenderlo.

Metà dei membri della rete resta anonima per timore di ritorsioni. È facile, a quel punto, scivolare in un ragionamento pericoloso: prendere quella paura come prova della tesi. C’è un clima di repressione — la prova è che hanno paura di parlare.

Può essere assolutamente vero. Persone che hanno lavorato in zone di guerra hanno ottime ragioni per proteggere la propria identità, e la revoca dei nulla osta del 2025 è un fatto documentato, non un sospetto.

Ma guarda la forma di quel ragionamento, indipendentemente dal contenuto. Se parlano, dimostrano che il problema esiste. Se tacciono, la loro paura dimostra che il problema esiste. Se non ci fosse alcun problema, i silenziosi dimostrerebbero comunque il problema.

Una tesi che si conferma sia quando trova conferme sia quando non ne trova non è una tesi debole. È una tesi che ha smesso di essere verificabile. E una tesi non verificabile può benissimo essere vera — semplicemente, non puoi saperlo da lì dentro.

Ti dico dove l’hai già vista, questa forma: «i media non ne parlano, e questo prova quanto sia grosso». «Ti opponi perché sei stato condizionato». «Se lo neghi, confermi». È lo scheletro logico di ogni struttura di credenza chiusa, dalle più innocue alle più tossiche, ed è lo stesso che tiene in piedi certe dinamiche di manipolazione mentale nei rapporti personali.

Riconoscerla non dice nulla su chi abbia ragione. Dice solo che quel pezzo di argomento non può portarti da nessuna parte.

4. Il frame «manuale»: uno schema che si riempie da solo

«Sta seguendo il manuale degli autocrati.»

Questa è, comunicativamente, la mossa più efficace di tutta la storia. E funziona per un motivo preciso: non è un’accusa, è un contenitore.

Un’accusa specifica — «il giorno tale ha fatto la cosa tale» — si può verificare, e si può smentire. Uno schema no. Uno schema dice: esiste un copione, e lui lo sta recitando. Da quel momento in poi ogni notizia futura, qualunque essa sia, ha una casella pronta dove andarsi a infilare.

Nomina un magistrato? Casella. Attacca un giornale? Casella. Non attacca nessuno per un mese? Fase due del copione, quella in cui si abbassano i toni.

Il frame trasforma il bias di conferma da difetto individuale a infrastruttura collettiva: dà a milioni di persone la stessa griglia di lettura, e la griglia poi si riempie da sola con qualunque cosa accada.

Vale la pena dirlo chiaramente: uno schema può essere accurato. Gli storici lavorano per schemi, e lo fanno bene. Il punto è che uno schema condiviso è uno strumento potente in mano a chiunque, e chi lo riceve smette di valutare i fatti uno per uno — che è esattamente il costo che paghi.

5. La delegittimazione preventiva della fonte

L’ultima tecnica non è nelle accuse. È nella reazione. La portavoce della CIA ha risposto che gli ex funzionari senza nulla osta «non sono fonti serie». La replica della Casa Bianca, come abbiamo visto, suggerisce che quei critici vengano proprio dall’apparato accusato di essere stato usato come un’arma.

È il rovescio esatto dell’argomento d’autorità. Là si diceva «credigli per chi è». Qui si dice «non credergli per chi è». Stessa struttura, segno opposto: in entrambi i casi si giudica il messaggio dal mittente, e in entrambi i casi il contenuto resta sul tavolo, intatto, senza che nessuno lo abbia guardato.

Ed è proprio questo il punto che rende la storia interessante per chi studia comunicazione, molto più di quanto lo sia per chi tifa. Le due parti usano la stessa architettura. Una la usa per costruire credibilità, l’altra per demolirla. Nessuna delle due, in quel passaggio, discute il merito.

Quando succede, il vincitore non è chi ha ragione. È chi ha il megafono più grosso.

Come non farti fregare

Cinque mosse. Funzionano su questa notizia, e funzionano sulla prossima — qualunque sia il colore di chi la firma.

1. Separa le due domande che il titolo fonde

«Chi lo dice» e «cosa porta a sostegno» sono domande diverse. Il titolo te ne dà una sola e ti lascia credere di aver ricevuto entrambe. Prima di formarti un’opinione, cerca la seconda. Se dopo cinque minuti di ricerca non l’hai trovata, quella è già un’informazione.

2. Chiedi il denominatore, e chiedi cosa conta il numero

Quattrocento su quanti? Il novanta per cento o l’uno per cento? E quattrocento che cosa: persone che hanno parlato, o persone iscritte a un’associazione? Un numero assoluto senza il suo totale impressiona, ma non informa. Vale per le firme, per i sondaggi, per le «migliaia di segnalazioni».

3. Verifica se le fonti sono davvero indipendenti

Cento persone della stessa scuola, dello stesso ufficio, della stessa carriera possono valere — come prova — meno di dieci persone che arrivano da mondi diversi e concludono la stessa cosa. La riprova sociale conta solo quando c’è varietà dietro.

4. Applica il test della falsificabilità

Fatti una domanda sola: cosa dovrebbe succedere perché io consideri questa tesi sbagliata? Se non riesci a rispondere, hai davanti una credenza, non un’analisi. Vale per le tesi che ti stanno antipatiche e — soprattutto — per quelle che ti piacciono. È il cuore del pensiero critico, ed è la parte che tutti saltano.

5. Guarda dove va la risposta

Quando qualcuno viene accusato di X e risponde parlando di Y, hai imparato qualcosa. Non hai imparato che l’accusa è vera: hai imparato che nessuno la sta discutendo. Segnatelo e vai avanti a cercare chi lo fa.

C’è una sesta cosa, che non è una mossa ma un’abitudine: applica queste cinque domande con più severità ai contenuti che ti danno ragione. Con quelli che ti danno torto lo fai già, in automatico.

Con i tuoi, invece, devi ricordartelo a mano. Ogni volta.

Ad agosto, in questa rubrica, abbiamo visto come un’etichetta di trasparenza sull’AI possa abbassarti la guardia su tutto il resto. È la stessa famiglia di problemi: ogni volta che deleghi la valutazione a un segnale esterno — un bollino, un numero, un curriculum — risparmi fatica e paghi in attenzione.

La domanda giusta non è mai «di chi mi fido».

È «cosa mi hanno portato».

👉 Leggi anche: Disinformazione online: il falso ha un ufficio — una mail finta di una Direzione dell’istruzione e la forma usata come timbro: l’autorità al servizio della propaganda.

Domande frequenti

Che cos’è l’argomento d’autorità?

È la tecnica argomentativa in cui la forza di un’affermazione deriva dal ruolo, dal titolo o dalla reputazione di chi la pronuncia, invece che dalle prove portate a sostegno. In latino veniva chiamata ipse dixit. Diventa una fallacia logica quando l’autorità parla fuori dal proprio campo di competenza, quando il curriculum viene esibito al posto delle prove, oppure quando l’esperto ha un interesse diretto nella questione che non viene dichiarato.

L’argomento d’autorità è sempre sbagliato?

No, ed è importante non ribaltare la regola. Fidarsi di chi ne sa più di noi è una scorciatoia mentale ragionevole ed efficiente: nessuno può verificare in prima persona la medicina, l’ingegneria e il diritto insieme. Diventa un problema quando è l’unico elemento offerto e quando le tre condizioni di validità saltano — competenza pertinente, prove disponibili, interesse dichiarato. Rifiutare per principio ogni parere esperto porta a un errore speculare e altrettanto costoso.

Perché un numero alto di esperti convince tanto?

Perché attiva due meccanismi insieme: la riprova sociale (se in molti la pensano così, sarà giusto) e l’ancoraggio (il primo numero che entra in una conversazione diventa il metro per tutto il resto). Entrambi saltano due domande decisive: quante di quelle persone hanno davvero detto la cosa, e se sono fonti indipendenti tra loro. Persone con la stessa formazione e la stessa carriera che dicono la stessa cosa valgono, come evidenza, molto meno della somma dei loro nomi.

Come si riconosce una tesi che si conferma da sola?

Con una domanda: quale fatto, se accadesse, mi farebbe concludere che questa tesi è sbagliata? Se ogni possibile esito — compreso il silenzio, compresa l’assenza di prove — viene letto come conferma, la tesi ha smesso di essere verificabile. Non significa che sia falsa: significa che quel ragionamento, da solo, non può stabilire se sia vera. È il test di falsificabilità, e va applicato con più cura alle tesi che ci risultano simpatiche.

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Luca Masrè Passaro

Comunicazione, psicologia e persuasione. Autore del Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana.

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