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Luca Masrè Passaro
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Occhiali smart: l’Europa vuole più di una lucina

Occhiali smart: i Garanti europei dicono chi risponde delle riprese, cosa cambia se li usi per lavoro e perché la lucina da sola non basta a informare.

LMP Luca Masrè Passaro
·
14.10.2026
Illustrazione: una persona con gli occhiali di spalle in una piazza al tramonto, la piccola luce degli occhiali si perde nel sole mentre una grande lanterna illumina il caffè

Ieri, qui sul blog, ti ho fatto una domanda: una lucina può bastare?

Nello stesso giorno è arrivata una risposta da Bruxelles, dal Comitato che riunisce le autorità per la privacy di tutti i Paesi dell’Unione europea, compresa la nostra. E la risposta, detta in parole semplici, è questa: i segnali che gli occhiali smart usano oggi lasciano molte persone all’oscuro. E il compito di avvisare chi viene ripreso spetta anche a chi gli occhiali li costruisce, non solo a chi li porta.

Sembra un dettaglio da giuristi. È una domanda di comunicazione: chi deve farsi capire, quando una telecamera ti guarda?

In breve

Martedì 13 ottobre 2026 il Comitato europeo per la protezione dei dati (EDPB), di cui fanno parte le autorità privacy di ogni Stato dell’Unione, compreso il Garante italiano, ha adottato una dichiarazione sugli occhiali smart: quelli con telecamera, microfono e assistente AI, come i Ray-Ban Meta. È una prima indicazione, che il Comitato stesso chiama preliminare. Dice tre cose. Chi usa gli occhiali per lavoro, o pubblica le riprese su un profilo social pubblico, quando riprende persone riconoscibili deve rispettare tutti gli obblighi del GDPR, a partire dalla trasparenza. Produttori e fornitori dei servizi collegati, compresa l’AI, non possono contare su chi porta gli occhiali per rispettare i propri obblighi. E gli avvisi di registrazione di oggi lasciano molte persone all’oscuro: servono segnali affidabili, difficili da ignorare e da aggirare. Per esempio, con la lucina coperta non si dovrebbe poter registrare.

Cosa hanno detto i Garanti europei

Partiamo da chi parla. L’EDPB, il Comitato europeo per la protezione dei dati, è l’organismo in cui siedono i capi delle autorità per la privacy di ogni Stato membro, più il Garante europeo. Il nostro Garante per la protezione dei dati personali è lì dentro. Quando il Comitato prende una posizione, quindi, è la voce di chi fa rispettare il GDPR, il regolamento europeo sulla privacy, anche in Italia.

Martedì 13 ottobre, nella sua riunione plenaria, cioè quella con tutti i membri, il Comitato ha adottato una dichiarazione di poche pagine, firmata dalla presidente Anu Talus. Insieme ha pubblicato un rapporto commissionato al sociologo Yann Bruna dell’Università Paris-Nanterre, su come le persone usano e vivono questi occhiali. Il rapporto, avverte il Comitato, esprime le opinioni del suo autore e non la posizione ufficiale dell’EDPB.

La dichiarazione riguarda gli occhiali smart in generale, senza valutare marchi o modelli specifici. Li descrive così: dispositivi che spesso sembrano occhiali normali o da sole, con fotocamere, microfoni, altoparlanti e programmi, compresi sistemi di intelligenza artificiale che traducono o riconoscono gli oggetti. E dice subito il punto: a differenza di molti altri strumenti che registrano, questi permettono una raccolta di dati «quasi invisibile o nascosta», perché è difficile distinguerli da un paio di occhiali qualsiasi.

Nel comunicato c’è una frase che l’agenzia AFP attribuisce alla presidente Talus: «Questi dispositivi sembrano occhiali normali, ma hanno telecamere e microfoni e sono collegati a internet. Questo solleva serie preoccupazioni per la privacy, perché le persone possono essere riprese a loro insaputa». E poco dopo, parlando anche degli indicatori luminosi, le lucine a led: «Gli occhiali smart dovrebbero rendere evidente che stanno registrando, per esempio con luci led brillanti, segnali sonori o comandi vocali, notifiche sullo smartphone rispettose della privacy, o un design riconoscibile. Questi avvisi devono essere affidabili, difficili da ignorare e sempre aggiornati».

Ieri ti ho raccontato il caso olandese. Questa dichiarazione aggiunge la posizione comune delle autorità europee.

Chi risponde di una ripresa

La parte più utile per chi lavora è la meno spettacolare: chi è responsabile, e quando.

Il GDPR ha un’eccezione che conosci anche se non sai di conoscerla. Le regole sulla privacy non si applicano a quello che una persona fa per motivi esclusivamente personali o domestici. Se riprendi tuo figlio al parco e mandi il video alla nonna, il regolamento non entra in gioco. La dichiarazione lo conferma: condividere una foto o un video solo con un familiare o un amico, o usare la traduzione in una conversazione privata, resta attività personale.

Poi però mette due paletti. L’eccezione va letta in modo stretto, caso per caso. E smette di valere, per esempio, quando la foto o il video finiscono su un profilo social pubblico, davanti a un numero indefinito di persone, oppure quando gli occhiali si usano per attività professionali, ufficiali o politiche. In quei casi chi porta gli occhiali diventa titolare del trattamento: la figura che, per il GDPR, decide perché e come si usano i dati delle persone, e ne risponde. Con tutti gli obblighi che ne seguono, a cominciare dalla trasparenza, cioè dire alle persone che cosa stai facendo con la loro immagine.

Il che vuol dire che il dentista che filma una procedura, l’agente immobiliare che fa il giro della casa con gli occhiali, il negoziante che gira contenuti per Instagram, il formatore che registra l’aula: se nelle loro riprese finiscono dati di persone riconoscibili, un volto o una voce, l’uso professionale li porta fuori dall’eccezione domestica. Il fatto che la telecamera sia sul naso invece che in mano cambia poco.

La seconda metà della risposta riguarda le aziende. Il produttore degli occhiali e chi fornisce le app e i servizi collegati, AI compresa, restano soggetti al GDPR anche quando chi porta gli occhiali li usa per fatti suoi. La dichiarazione fa un esempio preciso: quando chiedi all’assistente AI che cosa hai davanti, e il servizio analizza un’immagine della telecamera in cui compaiono altre persone, chi fornisce quella funzione può essere titolare del trattamento. E qui arriva la frase che sposta il peso: quando sono titolari, produttori e fornitori «non dovrebbero contare su quello che fa chi porta gli occhiali» per rispettare i propri obblighi, compresa la trasparenza verso chi sta intorno. Nel comunicato è ancora più asciutto: non possono scaricare i loro obblighi sugli utenti.

Lunedì, davanti ai giornalisti olandesi, il responsabile degli occhiali di Meta parlava dei malintenzionati che manomettono la lucina a led. Il giorno dopo i Garanti europei hanno ricordato che anche chi costruisce l’oggetto ha la sua parte di responsabilità. Le due cose stanno insieme.

La lucina, vista da chi viene ripreso

Qui la dichiarazione diventa interessante per chi si occupa di comunicazione, perché ragiona come ragionerebbe un buon comunicatore: dal lato di chi riceve il messaggio.

Il Comitato scrive che gli indicatori di oggi lasciano molte persone all’oscuro del fatto che i loro dati vengono trattati. Che le informative classiche, i testi che spiegano come vengono trattati i dati, non sembrano sufficienti né adatte per chi sta intorno: il produttore con quelle persone non ha alcun rapporto e non le può nemmeno contattare. E poi entra nei dettagli, con una precisione quasi pignola. La lucina a led dovrebbe vedersi in molte condizioni di luce, attirare l’attenzione di chi è nel campo di ripresa, restare accesa abbastanza a lungo da farsi capire. Potrebbe comportarsi in modi diversi a seconda di quello che succede: per esempio restare accesa durante una registrazione e lampeggiare quando si scatta una foto. E una riga che vale tutto il documento: con l’indicatore coperto, non dovrebbe essere possibile registrare.

In una nota c’è un’osservazione molto concreta. Una lucina bianca, dice il Comitato, può essere scambiata per un riflesso o per il riverbero del sole. E chi vede male può non notarla affatto.

Accanto al led, il Comitato elenca altri strumenti: un suono, come lo scatto delle fotocamere (un’ordinanza giapponese, ricorda in nota, vieta perfino di silenziarlo sugli smartphone); il comando dato ad alta voce; una notifica sul telefono di chi sta vicino, purché non sia l’unico avviso e non permetta di seguire chi porta gli occhiali; un design che si riconosca. E chiede che queste misure siano efficaci, difficili da aggirare e aggiornate quando serve.

Ora guarda la stessa lucina dall’altra parte, con il rapporto del sociologo. Fra le persone intervistate, diverse si affidano al led per dimostrare la propria «buona fede». Il ragionamento è questo: se l’altro non reagisce alla lucina, vuol dire che è d’accordo, «per default», cioè automaticamente. Chi è più attento alla privacy, invece, parla di «finta trasparenza»: il led in pieno sole non si vede, non dice dove finiscono i dati e si aggira con un accessorio o con una modifica al software.

È un meccanismo che conosci bene, anche fuori dagli occhiali: il silenzio dell’altro diventa un sì. Succede con le mail «se non ricevo risposta procedo», con le riunioni in cui chi tace viene contato fra i favorevoli. La lucina è la versione tascabile della stessa scorciatoia.

Un avviso che l’altro non vede è una formalità, e il consenso a una formalità resta tutto da dimostrare.

Il permesso chiesto dopo

Ci sono altre due righe della dichiarazione che toccano abitudini molto diffuse.

La prima riguarda il consenso. Per produttori e fornitori che trattano i dati di persone sconosciute, scrive il Comitato, ottenere un consenso vero è difficile. E il consenso raccolto dopo, per esempio dopo aver registrato, non è valido: la base per trattare i dati deve esserci prima e durante, non a cose fatte. Il Comitato lo scrive per le aziende. Ma la logica è chiara per chiunque: chiedere scusa dopo è un’altra cosa rispetto a chiedere il permesso prima.

La seconda riguarda la paura. Fra i consigli per ridurre i rischi, il Comitato scrive che chi porta gli occhiali non dovrebbe giustificare la registrazione continua o indiscriminata degli altri solo con una preoccupazione generica o ipotetica per la propria sicurezza.

La stessa tendenza emerge nel rapporto di Bruna: gli occhiali come «scudo legale», per avere sempre una prova. C’è chi dopo un incidente non ha ottenuto il risarcimento per mancanza di immagini e conclude che oggi bisogna registrare tutto per essere creduti. E c’è un dettaglio che il sociologo sottolinea: molte persone critiche verso questi occhiali, più avanti nell’intervista, quando immaginano di trovarsi in un conflitto, cominciano a pensare di usarli per difendersi.

Dal punto di vista della persuasione è una mossa classica. La paura è il permesso che ci diamo da soli. Se il mondo è pericoloso, filmare tutti diventa prudenza, e la prudenza non deve chiedere niente a nessuno. Il Comitato rimette le cose in ordine: la tua sicurezza è un motivo da pesare, non un lasciapassare per registrare chiunque.

Sul lavoro, il terreno più delicato

Fra i contesti sensibili la dichiarazione elenca strutture sanitarie, scuole, spogliatoi, piscine e spiagge, bagni. E il lavoro: lì l’uso degli occhiali può sollevare questioni di controllo dei dipendenti e di riservatezza delle informazioni dell’organizzazione, segreti commerciali e proprietà intellettuale comprese. In certe situazioni, aggiunge, registrare o captare l’audio può essere inappropriato o vietato dalle leggi nazionali o dalle regole locali. In nota ricorda che alcune strutture hanno già limitato l’uso degli occhiali nei propri locali.

Il rapporto lo chiama «l’area di conflitto più acuta». Racconta di un dirigente pubblico il cui collega usava gli occhiali per registrare di nascosto riunioni strategiche: da quel momento le persone del suo gruppo hanno cominciato a sentirsi vulnerabili e a censurarsi. Una responsabile delle paghe dice di temere fughe di informazioni riservate.

Questo è il costo che non compare da nessuna parte. Una riunione in cui qualcuno potrebbe registrare è una riunione in cui le persone parlano meno, e peggio. Le idee storte, quelle che servono a trovare le idee dritte, restano in gola. Il Comitato segnala questa possibilità anche in termini generali: sentirsi potenzialmente ripresi può portare le persone a cambiare comportamento e a frenare la spontaneità.

Ogni studio, ogni ufficio, ogni negozio ha già una regola sugli occhiali smart. Spesso è quella che nessuno ha deciso.

Cosa resta aperto

Per correttezza, vediamo anche i limiti della notizia.

È una prima dichiarazione. Il Comitato la presenta come un insieme di indicazioni preliminari, e l’agenzia AFP la definisce non vincolante. È una posizione comune delle autorità europee su come leggere regole che esistono già, il GDPR prima di tutto, e il Comitato annuncia che continuerà a lavorare sul tema, anche insieme ad altri dispositivi video che sollevano domande simili, come i campanelli con telecamera e le dashcam. Questa dichiarazione introduce indicazioni, senza divieti e senza ritiri di modelli dai negozi.

Il caso olandese di cui ti ho raccontato ieri è un’altra storia: lì un’organizzazione ha annunciato una procedura d’urgenza contro Meta davanti a un giudice olandese, e la dichiarazione europea non ne parla.

Eppure una dichiarazione così pesa. Le autorità che dovranno valutare eventuali reclami, compreso il nostro Garante, hanno messo per iscritto come la pensano. Chi produce gli occhiali ha un’indicazione preliminare di quello che le autorità si aspettano. E chi li porta per lavoro adesso sa che cosa gli si chiede.

Come portarlo nel tuo lavoro

Cinque cose concrete, che valgono sia se gli occhiali li porti tu, sia se li porta chi entra nel tuo studio o nel tuo negozio. Sono indicazioni di buon senso: per un caso preciso, chiedi a chi segue la privacy per te.

  1. Distingui i due usi. Il video del compleanno di tuo figlio e il video per la pagina della tua attività sono due cose diverse per il GDPR. Nel secondo caso, se riprendi persone riconoscibili, sei titolare del trattamento: prima di girare chiediti chi comparirà, se lo sa e su che base userai la sua immagine.
  2. Spiega a voce, prima. La lucina è un aiuto, il messaggio lo dai tu. Prima di cominciare di’ che cosa vuoi registrare e perché: è il modo più semplice per rispettare chi hai davanti, e il Comitato lo indica proprio a chi usa gli occhiali. L’avviso a voce aiuta, ma da solo non copre tutti gli obblighi di informazione e non garantisce un consenso valido.
  3. Decidi una regola per i tuoi spazi. Riunioni, colloqui con i clienti, ambulatori, spogliatoi, aule: scrivi che cosa si fa con gli occhiali smart e dillo in positivo, come un servizio a chi entra («qui puoi parlare tranquillo»). È meglio deciderlo a mente fredda che dopo un incidente.
  4. Guarda le impostazioni dell’assistente AI. Quando chiedi agli occhiali di descrivere o tradurre ciò che hai davanti, l’immagine può finire al servizio che risponde, con dentro chi ti sta intorno. Controlla che cosa viene conservato e per quanto. Il Comitato scrive che, per gli occhiali pensati soprattutto per l’assistenza sul momento, il salvataggio persistente di audio, immagini e video, cioè quello che resta in memoria dopo l’uso, dovrebbe essere disattivato come impostazione iniziale, salvo quando serve alla funzione o la attiva di proposito chi li porta, con adeguate garanzie.
  5. Tratta la paura come un argomento da pesare. Se ti viene voglia di registrare tutto «per sicurezza», fermati sulla parola. Una ripresa mirata, dichiarata, per un motivo preciso è una cosa. La registrazione continua di tutti, per ogni evenienza, è quella che il Comitato indica come difficile da giustificare.

Gli occhiali smart vedono quello che vedi tu. La parte difficile è far sapere agli altri che li stai guardando.

Se vuoi approfondire, ieri ho raccontato la polemica olandese sugli occhiali Meta e la difesa dell’azienda. Sul tema delle immagini delle persone usate senza permesso trovi anche la guida ai deepfake. Per le regole italiane sull’AI c’è il pezzo su l’AI Act in Italia, e sulla memoria degli assistenti AI quello su Muse Wonder di Meta.

Domande frequenti

Che cos’è l’EDPB e perché conta in Italia?

È il Comitato europeo per la protezione dei dati. Ne fanno parte i capi delle autorità per la privacy di ogni Stato dell’Unione, più il Garante europeo: per l’Italia c’è il Garante per la protezione dei dati personali. Le sue dichiarazioni dicono come le autorità europee leggono il GDPR, che vale anche in Italia.

Gli occhiali smart adesso sono vietati?

Questa dichiarazione non li vieta. Quella del 13 ottobre 2026 è una prima indicazione, che il Comitato chiama preliminare, e l’agenzia AFP la definisce non vincolante. Spiega come si applicano regole già in vigore e chiede a produttori e fornitori avvisi più efficaci. Restano possibili limiti decisi da leggi nazionali o da regole locali, per esempio nei luoghi di lavoro o nelle strutture che li vietano nei propri spazi.

Se filmo la mia famiglia con gli occhiali smart devo rispettare il GDPR?

Di norma no: condividere foto o video solo con familiari o amici è attività personale, e il GDPR non si applica. Il Comitato però ricorda che l’eccezione va letta in modo stretto: se pubblichi lo stesso video su un profilo social pubblico, la situazione cambia. E restano le altre leggi, compresa quella penale.

Cosa cambia se uso gli occhiali smart per lavoro?

Secondo il Comitato, quando gli occhiali si usano per attività professionali, ufficiali o politiche e trattano dati di persone riconoscibili, chi li porta diventa titolare del trattamento e deve rispettare tutti gli obblighi del GDPR, a partire dalla trasparenza verso le persone riprese. Per i dettagli del tuo caso conviene sentire chi segue la privacy per la tua attività.

La lucina dei Ray-Ban Meta basta a informare chi viene ripreso?

Il Comitato non nomina modelli, ma scrive che gli indicatori di oggi lasciano molte persone all’oscuro e che un led bianco si può scambiare per un riflesso. Chiede avvisi visibili in molte condizioni di luce, difficili da aggirare, e che non si possa registrare con l’indicatore coperto. Meta, secondo l’AFP, dice di aver preso più misure contro chi manomette la lucina.

Chi risponde se l’assistente AI degli occhiali analizza le persone che ho intorno?

Secondo la dichiarazione, il fornitore delle funzioni di AI può essere titolare del trattamento quando analizza un’immagine della telecamera in cui compaiono altre persone. In quel caso deve rispettare i propri obblighi e non può contare su quello che fa chi porta gli occhiali.

Fonti

Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana — Luca Masrè Passaro
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Luca Masrè Passaro

Comunicazione, psicologia e persuasione. Autore del Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana.

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