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Luca Masrè Passaro
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AI, sette giorni dopo · 12–18 ott

Notizie AI dal 12 al 18 ottobre 2026: gli agenti che aspettano le persone, Character.AI in vendita, gli occhiali che filmano. Cosa cambia per chi lavora.

LMP Luca Masrè Passaro
·
19.10.2026
Illustrazione in stile Ghibli: in una bottega di legno al tramonto una ragazza legge un foglio alla luce di una lampada, mentre decine di animaletti di carta con lanterne aspettano in fila, ognuno con una busta per lei

Ad agosto, dentro Anthropic, gli agenti AI — programmi che svolgono compiti per conto delle persone — guidati dai dipendenti hanno lavorato sei volte le ore delle persone che li guidavano. Il dato che conta, però, è un altro, e viene da una misura diversa. Circa l’80% del tempo complessivo delle sessioni con Claude passa in attesa: l’agente aspetta una risposta umana. Lo scrive l’azienda stessa nel rapporto pubblicato venerdì 16 ottobre. L’attenzione umana è diventata il collo di bottiglia: secondo la stima di Anthropic, anche ai suoi dipendenti che non fanno un lavoro tecnico servirebbe circa metà della settimana solo per leggere tutto quello che producono i loro agenti.

Nella stessa settimana sono usciti due modelli di punta: Muse Wonder di Meta, che promette di portarsi dietro quello che conta per te da una conversazione all’altra, e Gemini 4 Argon di Google, da martedì nell’app Gemini per chi ha l’abbonamento Pro o Ultra. Non sono loro la notizia. Le notizie AI di questi sette giorni, rilette con calma, raccontano tutte la stessa cosa da lati diversi. Un’Europa di imprese fino a 749 dipendenti in cui l’AI suggerisce e la persona firma. Un’app di personaggi a cui gli utenti attivi dedicano in media due ore al giorno, adesso in cerca di un compratore. Occhiali che filmano con una lucina che pochi notano. Facebook che ti chiede a parole cosa vuoi vedere, dopo anni passati a dedurlo da quello che guardi.

La tesi della settimana sta in una riga. L’AI produce più di quanto riusciamo a guardare — e quello che non guardiamo, lo decide qualcun altro.

In breve

1. Anthropic racconta il lavoro al suo interno: ad agosto gli agenti guidati dai dipendenti hanno lavorato sei volte le ore delle persone. Un’altra misura dice che circa l’80% del tempo delle sessioni con Claude è attesa di una risposta umana. Fra le assunzioni tecniche, la quota dei profili meno esperti, i junior, è scesa dal 27 al 9%.
2. Eurobarometro sulle imprese europee fino a 749 dipendenti: il 90% di quelle che usano l’AI dice che decidono le persone. Il 52%, però, dichiara che la persona decide su un suggerimento dell’AI.
3. Character.AI ha chiesto il Chapter 11 per vendere l’azienda: Disney offre 20 milioni per una licenza, 40 procuratori generali americani chiedono tutele per le chat degli utenti.
4. I Garanti europei chiedono che gli occhiali smart rendano evidente quando registrano. In Olanda il Consumentenbond porta Meta in tribunale: udienza il 26 novembre.
5. Facebook annuncia «Your algorithm»: dove arriva, dici a parole cosa vuoi vedere e i suggerimenti cambiano nella stessa sessione. Paesi e lingue non sono stati comunicati.
6. Il titolone: «Italia seconda in Europa» per crescita degli agenti AI nelle PMI. Un multiplo di 10,8 che arriva senza il numero di partenza, misurato da chi vende lo strumento.

1. Gli agenti fanno sei volte le ore umane. Il collo di bottiglia siamo noi.

Venerdì 16 ottobre Anthropic, l’azienda che fa Claude, ha pubblicato un rapporto su come sta cambiando il lavoro al suo interno. Usa dati interni — assunzioni, uso dell’AI, risultati, sondaggi, calendari — e 17 interviste ai dipendenti. I numeri sono di quelli che finiscono nelle slide. A marzo le ore di lavoro degli agenti hanno superato per la prima volta quelle umane. Ad agosto, contando solo gli agenti guidati dai singoli dipendenti, il rapporto era di sei a uno: per gli agenti conta il tempo in cui lavorano davvero, per le persone 40 ore a settimana a testa. Nei reparti tecnici la quota di profili junior, cioè i meno esperti, è scesa dal 21 al 14% dall’inizio del 2025; fra le assunzioni tecniche, dal 27 al 9%.

Poi c’è il dato che molti titoli hanno lasciato in fondo, e che misura un’altra cosa: il tempo complessivo delle sessioni interattive con Claude. Circa l’80% di quel tempo è attesa: l’agente aspetta che una persona gli risponda. «Le persone fanno da collo di bottiglia agli agenti», dice un ingegnere. Un altro descrive il suo lavoro come avere davanti «un esercito di Claude, e ognuno chiede la mia attenzione». Un terzo usa l’immagine della baby-sitter: ogni bambino ti chiama con la stessa urgenza, che debba aprire il succo di frutta o che si sia tagliato un dito. Il rapporto lo dice senza giri di parole: l’attenzione umana è diventata il collo di bottiglia. Secondo la sua stima, anche fra i dipendenti non tecnici leggere tutto quello che producono i propri agenti richiederebbe circa metà della settimana di lavoro.

Il meccanismo è semplice, e scomodo. Quando produrre costa poco, il valore si sposta su chi sceglie cosa tenere. Il lavoro dei dipendenti di Anthropic si sta spostando lì. Nel sondaggio interno di aprile il 20% racconta che il suo ruolo è passato dal fare il lavoro al gestire i Claude. Il «meta-lavoro» — scrivere istruzioni per gli agenti, far controllare un agente da un altro, sorvegliare i flussi — è salito dal 10 al 22% delle sessioni. I responsabili delle assunzioni, intanto, danno sempre più peso ad autonomia e giudizio, e meno alla competenza tecnica. Il paradosso lo nomina il rapporto stesso: in alcuni ruoli le persone si allontanano dal lavoro concreto che aveva costruito le loro competenze. Il giudizio si impara sulle cose piccole. E le cose piccole, adesso, le fa l’agente.

Va detto con chiarezza che cosa abbiamo davanti. È un’azienda sola, che misura se stessa e vende gli agenti di cui misura gli effetti; i dati non sono verificati da terzi, e Anthropic scrive che molte sue pratiche non si possono replicare nel resto dell’economia. Ma la domanda che lascia vale per qualunque ufficio. Se domani i tuoi agenti producono il triplo, chi lo legge? E in quale ora della settimana? Il rapporto aggiunge un dettaglio prezioso per chi organizza: se una decisione si prende a voce in riunione e non resta scritta da nessuna parte, agli agenti manca un pezzo di contesto. Intanto il dipendente tipo passa in riunione il 20% di tempo in più rispetto a un anno fa. La conversazione fra persone è diventata il posto dove si decide. Ne ho scritto per esteso in Meno junior, più agenti: dentro Anthropic.

L’intelligenza è diventata abbondante. L’attenzione resta quella di sempre.

Fonti: Anthropic, How employment is changing at Anthropic, TechCrunch.

2. «Decidono le persone», dice il 90%. Più della metà decide su un suggerimento dell’AI.

Mercoledì 14 ottobre la Commissione europea ha pubblicato il Flash Eurobarometro 578: 12.826 interviste telefoniche, fatte fra marzo e aprile ai responsabili di imprese private da 1 a 749 dipendenti nei 27 paesi dell’Unione, cioè piccole e medie imprese e mid-cap, le aziende medio-grandi. Il tema è l’AI insieme alla «gestione algoritmica»: i sistemi digitali che aiutano a organizzare il personale e a decidere su compiti, turni, prestazioni. Il 42% delle imprese intervistate usa già l’AI o questi sistemi: il 30% del campione in modo limitato o sperimentale, il 12% in modo esteso. Un altro 21% pensa di adottarli. Fra gli usi, attuali o previsti, il servizio clienti viene primo (47%). Subito dopo c’è il controllo di prestazioni e produttività (36%), poi turni e pianificazione (30%).

Il numero che finisce nel comunicato è rassicurante: il 90% delle imprese che usano l’AI dice che a decidere sono le persone. Basta aprire l’infografica ufficiale per vedere che quel 90% è fatto di due pezzi diversi. Fra le imprese che usano l’AI, il 38% dichiara che le persone decidono senza il suo intervento; il 52% che decidono su un suo suggerimento. Il 7% dice che decide l’AI, con la possibilità di una revisione umana, e il 2% indica decisioni del tutto automatiche.

Sulla carta, in entrambi i primi due casi la firma è umana. Il sondaggio misura quello che le imprese dichiarano, non quanto quei suggerimenti vengano davvero vagliati: ed è qui che si apre la domanda. Un suggerimento che arriva per primo può fissare il punto da cui parti. Per scartarlo serve un motivo; per seguirlo può bastare non averne trovato uno. Per la tendenza a fidarsi troppo di quello che propone un sistema automatico c’è un nome, automation bias, e l’AI Act lo riconosce: l’articolo 14 prevede che i sistemi ad alto rischio permettano a chi li sorveglia di restare consapevole proprio di questa tendenza. Gli imprenditori sentiti, del resto, il rischio lo vedono. Il 49% dice di non fidarsi dell’AI e dei sistemi automatici per le decisioni sul personale, e il 33% indica come ostacolo la paura dei dipendenti di essere sorvegliati.

In Italia la questione ha anche una data, ed è venerdì. Il 23 ottobre entra in vigore il decreto legislativo 179/2026: le decisioni finali sul rapporto di lavoro, comprese le valutazioni delle prestazioni e i provvedimenti disciplinari, restano a una persona con un potere «effettivo e autonomo», e il lavoratore può chiedere una motivazione comprensibile che dica anche quanto ha pesato l’AI. La selezione dei curriculum, per il decreto, resta fuori dalle decisioni finali. Il che vuol dire che «ho seguito il sistema» difficilmente basterà come spiegazione. Se in azienda usi un suggerimento automatico per valutare qualcuno, la domanda utile è una: sapresti motivare la decisione con parole tue, prima ancora di citare il sistema? Il quadro completo è in L’AI misura il lavoro. Chi misura l’AI?

Mettere la firma è facile. Decidere chiede di aver guardato.

Fonti: Commissione europea, comunicato IP/26/2160, infografica del Flash Eurobarometro 578, AgenSIR, Telecompaper, Gazzetta Ufficiale, d.lgs. 179/2026.

3. Ti confidavi con un personaggio. Adesso il personaggio cerca un compratore.

Lunedì 12 ottobre Character Technologies, la società di Character.AI, ha chiesto il Chapter 11 nel Delaware: la procedura fallimentare americana che le permette di vendere l’azienda sotto il controllo di un tribunale. Character.AI è l’app in cui si chiacchiera con personaggi creati con l’AI: figure di fantasia, celebrità e, scrive il procuratore generale della California, anche personaggi che si presentano come psicologi, terapeuti, medici. Secondo Reuters, gli utenti attivi ci passano in media due ore al giorno. Il primo offerente è Disney: 20 milioni di dollari per poter usare, senza esclusiva e senza scadenza, una parte della proprietà intellettuale dell’azienda, più l’aiuto di ex dipendenti che ha già assunto. Altri possono offrire di più. La vendita dovrebbe chiudersi fra fine novembre e inizio dicembre. Se nessun compratore terrà in vita la piattaforma, la piattaforma chiuderà.

Fin qui, una storia di soldi. Mercoledì 14, alla prima udienza, è diventata una storia di fiducia. Una coalizione di 40 procuratori generali di Stati americani ha chiesto al giudice di proteggere i giovani utenti e i loro dati in qualunque vendita. La procuratrice di New York, Letitia James, l’ha detta così: «Questa azienda ha raccolto alcuni dei pensieri più privati che dei ragazzi abbiano mai condiviso, e ora quelle conversazioni potrebbero essere vendute al miglior offerente». L’avvocata di Character.AI ha risposto che finora nessuno ha fatto offerte per i dati degli utenti, e che Disney non è interessata a quel tipo di dati. Il blog dell’azienda assicura che le informazioni restano protette dall’informativa sulla privacy. Che cosa succederà alle chat se la piattaforma cambia proprietario, il comunicato e il blog non lo dicono.

Il meccanismo è questo. Una confidenza a un personaggio è una relazione per chi la fa, e una voce in un archivio digitale per chi la conserva. Finché le due cose stanno insieme, nessuno ci pensa. Quando l’azienda va in vendita, si separano. È già successo con 23andMe, l’azienda di test genetici: nel 2025 la sua vendita fallimentare, con i dati di oltre 15 milioni di clienti, è finita al centro delle proteste e delle cause di più di due dozzine di Stati. E vale anche fuori da Character.AI: l’informativa di OpenAI, per fare un esempio, prevede che in caso di fallimento o di vendita i dati personali possano passare al successore insieme agli altri beni. In Italia, a luglio, il Garante privacy aveva già multato Character.AI per 158mila euro. Se usi l’app per parlare di te, due scelte si possono fare subito: chiedere l’esportazione dei dati, che secondo l’azienda può richiedere da tre a quattro settimane, e decidere se cancellare l’account, sapendo che la cancellazione è definitiva. Tutta la storia è in Character.AI in fallimento: che fine fanno le chat.

Ti confidavi con un personaggio. L’archivio, però, era di un’azienda.

Fonti: Character.AI, comunicato, blog di Character.AI, Reuters via Insurance Journal, procuratore generale della California, The Next Web.

4. La lucina dovrebbe avvisare chi viene ripreso. Rischia di diventare un silenzio-assenso.

Martedì 13 ottobre il Comitato europeo per la protezione dei dati, l’EDPB, che riunisce i Garanti dei paesi dell’Unione, compreso quello italiano, ha adottato una prima dichiarazione sugli occhiali smart: indicazioni preliminari, non vincolanti. Il punto di partenza è che questi occhiali somigliano a occhiali normali, quindi registrano in modo «quasi invisibile», e gli indicatori di oggi lasciano molte persone all’oscuro di essere riprese. La richiesta è che la registrazione si veda: led luminosi, segnali sonori, comandi a voce, notifiche sul telefono di chi sta vicino, un design riconoscibile. Avvisi «affidabili, difficili da ignorare e sempre aggiornati». E una frase che sembra tecnica e dice molto: con la lucina coperta, registrare non dovrebbe essere possibile.

Lo stesso giorno l’EDPB ha pubblicato un rapporto del sociologo Yann Bruna, dell’Università Paris-Nanterre, costruito su 22 interviste; le opinioni sono dell’autore, non del Comitato. È lì che si vede il meccanismo. Diversi intervistati si affidano al led per dimostrare la propria «buona fede»: se l’altro non reagisce alla lucina, vuol dire che acconsente «per default». Un segnale pensato per avvisare gli altri diventa, nella testa di chi lo porta, un permesso. I più critici la chiamano una «finta trasparenza», e la dichiarazione dei Garanti nota che un led bianco si può scambiare per un riflesso o per il riverbero del sole. Così il peso di accorgersene scivola su chi viene ripreso.

Il caso concreto è in Olanda. Lunedì 12 Alex Himel, a capo degli occhiali di Meta, ha detto ai giornalisti olandesi che l’azienda non li ritira, e ha parlato di un «gioco del gatto e del topo» con chi li manomette per spegnere il led. Giovedì 15 il Consumentenbond, l’associazione dei consumatori, ha annunciato la causa: udienza il 26 novembre al tribunale di Amsterdam. Chiede che Meta cambi gli occhiali e le impostazioni di partenza e smetta di usare i dati per l’AI in modo illecito. Se Meta dice che non si può, chiede il divieto di vendita nei Paesi Bassi, con un’eccezione per chi ne ha bisogno per ragioni mediche, come le persone cieche o ipovedenti.

Per chi lavora, la domanda arriva prima della sentenza. Secondo i Garanti, chi usa gli occhiali per lavoro, o pubblica i video su un profilo social aperto, esce dall’uso personale e diventa titolare, o contitolare, del trattamento dei dati delle persone riprese: deve rispettare il GDPR, il regolamento europeo sulla protezione dei dati, a partire dalla trasparenza. E il rapporto di Bruna indica proprio il lavoro come l’area di conflitto più acuta: un dirigente pubblico racconta di un collega che registrava di nascosto riunioni strategiche. Se nella tua azienda manca ancora una regola sugli occhiali in riunione, scriverla oggi costa meno che spiegarla dopo. Il resto è in Occhiali smart: l’Europa vuole più di una lucina.

Un avviso funziona quando arriva a chi viene ripreso. Il resto è una lucina accesa sotto il sole.

Fonti: EDPB, dichiarazione sugli occhiali smart, EDPB, comunicato, Yann Bruna, The connected gaze, AFP via Digital Journal, NL Times, Consumentenbond, DataNorth.

5. Facebook vuole sentirsi dire cosa vuoi vedere. Lo deduceva già da quello che guardi.

Martedì 13 ottobre Meta ha annunciato «Your algorithm» per Facebook. Non ha detto in quali paesi e in quali lingue arriva, quindi vale dove la funzione è attiva. Dal menu dei tre puntini di un post si apre uno spazio dove aggiungi e gestisci gli argomenti che vuoi vedere nel Feed, la sequenza dei post, e nei Reel, i video brevi. E dopo che hai segnalato un post come interessante o no, Facebook può farti qualche domanda in più, e tu rispondi con parole tue. I suggerimenti cambiano subito, nella stessa sessione. Dietro ci sono i modelli linguistici, la stessa famiglia di tecnologie dei chatbot: «un algoritmo con cui puoi davvero parlare», scrive Meta. Su Instagram la funzione c’era già: per i Reel da dicembre 2025, poi per il Feed e la sezione Esplora.

Finora l’algoritmo ti conosceva per quello che fai: i post a cui metti mi piace, quelli che commenti, quello che guardi, fra migliaia di altri segnali. Adesso ti conosce anche per quello che dici. Sembra un passo verso il controllo, ed è anche un esperimento su una distanza che quasi tutti abbiamo provato: quella fra ciò che diciamo di volere e ciò che guardiamo davvero. Chi si è ripromesso di guardare meno video la sera sa di cosa parlo. Meta non spiega cosa succede quando le due versioni di te non coincidono. Scrive solo che il testo libero viene messo insieme a tutto quello che l’algoritmo sa già di te. La frase che scrivi, insomma, è un segnale in più accanto agli altri.

L’annuncio tace anche su un’altra cosa: se le frasi che scrivi servono anche per la pubblicità. E su Instagram la stessa funzione era arrivata prima in inglese. Il che vuol dire due cose. Per te che scorri: quello che scrivi all’algoritmo è un dato, e conviene trattarlo come tale. Per te che pubblichi, se hai un’attività: se le persone cominceranno a chiedere a parole gli argomenti che vogliono, potrebbe pesare di più che i tuoi contenuti dicano con chiarezza di che cosa parlano. È una mia ipotesi, non una promessa di Meta. Ne ho scritto in Algoritmo di Facebook: ora puoi parlargli.

Per anni l’algoritmo ti ha guardato. Adesso ti ascolta anche — e sceglie lui quanto credere a ciascuna delle due versioni.

Fonti: Meta Newsroom, TechCrunch, The Verge, OnlineMarketing.de.

«Italia seconda in Europa» negli agenti AI. Dieci volte, ma rispetto a cosa?

Fra le novità AI della settimana, è quella che ha avuto i titoli più comodi. Mercoledì 14 ottobre OpenAI ha pubblicato un rapporto sull’uso degli agenti in Europa, e lo stesso giorno le prime testate italiane avevano già la loro frase: Italia seconda nell’Unione. Il numero è vero. Fra la prima settimana di maggio e quella fra il 29 settembre e il 5 ottobre, nelle piccole e medie imprese gli utenti attivi ogni settimana di ChatGPT Work e Codex, i due strumenti «da agente» di OpenAI, sono cresciuti di 10,8 volte in Italia, contro una media europea di 8,1. Davanti c’è solo il Belgio, con 12,1.

Adesso riportiamolo alla sua misura, un pezzo alla volta.

  • È un multiplo senza base. Il rapporto non dà un solo numero assoluto: né quanti utenti c’erano a maggio, né quanti ce ne sono oggi. Dieci volte poco resta poco; dieci volte tanto è una rivoluzione. Dai dati pubblicati non si capisce quale delle due.
  • A maggio uno dei due strumenti non c’era. ChatGPT Work è stato lanciato il 9 luglio, e OpenAI stessa scrive che gran parte della crescita è arrivata dopo. La partenza, quindi, la facevano gli utenti di Codex, uno strumento nato soprattutto per il lavoro sul codice.
  • «PMI», qui, vuol dire un’altra cosa. Per OpenAI sono le imprese con al massimo 200 utenti associati all’account: un criterio diverso dalla definizione europea, come ha notato Il Sole 24 Ore.
  • È una classifica interna ai prodotti di OpenAI, misurata da chi vende lo strumento. Misura la crescita degli utenti attivi nel perimetro aziendale che OpenAI considera. Quante imprese italiane abbiano adottato gli agenti è un’altra domanda.

L’altra fotografia, quella dell’Istat, ha meno effetto speciale: nel 2025 usava almeno una tecnologia di AI il 16,4% delle imprese italiane con almeno 10 addetti, il 15,7% fra le piccole e medie. Le due misure contano cose diverse e non si sommano: Istat descrive quanto era diffusa l’AI nel 2025, OpenAI una crescita nel 2026 dentro il proprio mercato. Quante imprese italiane usino oggi gli agenti resta da misurare. Il Sole 24 Ore, va detto, l’aveva scritto con onestà: il contatore dei token, le unità di testo che il modello produce, dice quanto gira veloce il motore, e ancora nulla su quanta strada abbiamo fatto.

Il moltiplicatore racconta la velocità. La misura del fenomeno la dà il numero di partenza.

Fonti: OpenAI, OpenAI, Europe’s Agentic Opportunity (PDF), Il Sole 24 Ore, Smartphonology, Axios, Istat.

La prova della settimana

Il tema della settimana è guardare quello che l’AI produce prima di fidarsi, quindi la prova è guardare da dove viene una risposta di Google. Giovedì 15 ottobre Google ha annunciato una serie di novità per AI Mode, la modalità di ricerca in cui fai domande a Google come in una conversazione, e per le AI Overview, le risposte scritte dall’AI in cima alla ricerca. Tre riguardano direttamente i link alle fonti: link dentro il testo più frequenti e più in alto; la prova di una sezione in cima con uno o due link «ufficiali», con il motivo per cui servono; link per approfondire con le miniature. AI Mode in Italia c’è dall’ottobre 2025, come scheda nella pagina dei risultati e nell’app Google. Google non dice in quali paesi arrivano le novità di questa settimana, e i link nel testo c’erano già prima: la prova ti mostra cosa compare nella tua risposta, e da una sola ricerca non puoi stabilire se sul tuo account sia arrivato tutto. Bastano dieci minuti.

  1. Scegli una domanda del tuo lavoro di cui conosci bene la risposta: una scadenza, una regola, un passaggio tecnico che spiegheresti a un collega nuovo.
  2. Prima di cercare, scrivi su un foglio la risposta giusta, con parole tue.
  3. Fai la domanda su Google, nella scheda AI Mode. Leggi la risposta e conta i link: quanti dentro il testo, quanti in fondo, e se in cima c’è una sezione con uno o due link in evidenza.
  4. Scegli le due frasi della risposta su cui baseresti una decisione. Per ognuna apri il link più vicino e cerca nella pagina il passaggio che la sostiene.
  5. Accanto a ogni frase segna: confermata, confermata in parte, non trovata. Guarda anche chi ha scritto la pagina e quando.
  6. Rifai la stessa domanda nella ricerca normale e confronta: compare un’AI Overview? Cita le stesse pagine?

Cosa aspettarti: una risposta ordinata e sicura di sé, con i link accanto ad alcune frasi. Cosa guardare: tre cose. La prima, se le frasi importanti hanno un link vicino. La seconda, se la pagina collegata dice davvero quello che la risposta le attribuisce, o qualcosa di simile, o altro ancora. La terza, il confronto con il tuo foglio: dove la risposta si allontana da quello che sai, c’è un link che giustifica la differenza? Se trovi tutti e due i passaggi, hai verificato che i link sostengono quelle frasi; per usarle in una decisione guarda anche chi firma la fonte, quanto è aggiornata e, sui punti decisivi, cerca una seconda conferma indipendente. Se un passaggio manca, hai misurato quanto vale un link che nessuno apre.

Un link accanto a una frase promette una verifica. La verifica la fai tu, quando lo apri.

Fonti: Google, More ways to connect with the web from Search, 9to5Google, Punto Informatico, Google Italia, AI Mode arriva anche in Italia.

Domande frequenti

Che fine fanno le chat di Character.AI con il fallimento?

Per ora la piattaforma funziona e gli abbonamenti restano attivi. La vendita dovrebbe chiudersi fra fine novembre e inizio dicembre 2026; se nessun compratore terrà in vita il servizio, chiuderà. Il primo offerente, Disney, punta a una licenza su una parte della proprietà intellettuale e, secondo l’avvocata di Character.AI, non è interessato ai dati degli utenti; per i dati, al 14 ottobre, nessuno aveva fatto offerte. Una coalizione di 40 procuratori generali di Stati americani ha chiesto al tribunale tutele per le chat in qualunque vendita. Chi usa l’app può chiedere l’esportazione dei dati, che può richiedere da tre a quattro settimane, oppure cancellare l’account: la cancellazione è definitiva.

Gli occhiali smart si possono usare in Italia?

La dichiarazione dei Garanti europei del 13 ottobre 2026 dà indicazioni preliminari e non vincolanti, e dice come usarli nel rispetto del GDPR. Il GDPR resta fuori per chi li usa in un’attività esclusivamente personale, come mandare un video a un amico. Chi pubblica i video su un profilo social aperto, o usa gli occhiali per lavoro, diventa invece titolare, o contitolare, del trattamento dei dati delle persone riprese, con gli obblighi del GDPR, a partire dalla trasparenza verso di loro. In alcuni luoghi, come ospedali, scuole o spogliatoi, registrare può essere inappropriato o vietato da leggi nazionali e regole locali. Produttori e fornitori di app restano responsabili dei loro obblighi verso chi viene ripreso.

L’intelligenza artificiale toglie lavoro ai giovani?

Dentro Anthropic, secondo il rapporto dell’azienda del 16 ottobre 2026, la quota di junior fra le assunzioni tecniche è scesa dal 27 al 9% dall’inizio del 2025, mentre crescevano le ore di lavoro degli agenti. È però una sola azienda, che misura se stessa e vende gli agenti, con dati non verificati da terzi. Anthropic stessa scrive che, proiettati sul resto dell’economia, questi andamenti fanno pensare a un rischio di perdita di posti, e che le tutele per chi è già assunto non aiutano chi non viene assunto. Nelle fonti di questa settimana mancano dati equivalenti per l’Italia; secondo me, il segnale da tenere d’occhio sono le assunzioni di chi entra, prima ancora dei licenziamenti.

Le macchine producono a ciclo continuo. A noi resta il lavoro più raro: guardare prima di firmare.

Questa è la quarta puntata di «AI, sette giorni dopo»: ogni lunedì mattina le news di intelligenza artificiale della settimana, rilette quando il rumore si è posato. La precedente, con l’agente che ha scritto alla polizia di Filadelfia e le firme invisibili nei testi dell’AI, la trovi in AI, sette giorni dopo · 5–11 ott. E se nella tua azienda gli agenti stanno arrivando davvero, la prima cosa da progettare è chi legge quello che producono: è da qui che partono i laboratori AI in azienda.

Le fonti della settimana

Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana — Luca Masrè Passaro
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Luca Masrè Passaro
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Luca Masrè Passaro

Comunicazione, psicologia e persuasione. Autore del Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana.

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