Il 36% delle piccole e medie imprese europee sentite dalla Commissione, mid-cap comprese, mette il controllo di prestazioni e produttività fra gli usi, attuali o previsti, dei suoi sistemi automatici, AI compresa. Nello stesso sondaggio il 49% dice di non fidarsi di quei sistemi quando si tratta di decidere qualcosa sul personale. Nel sondaggio convivono le due cose: tanta voglia di guardare, poca fiducia nel far scegliere.
Lo dice il Flash Eurobarometro 578, pubblicato dalla Commissione europea mercoledì 14 ottobre 2026: un sondaggio su intelligenza artificiale e lavoro dentro le piccole e medie imprese, fatto parlando con chi le dirige. Sotto tutti i numeri c’è una domanda sola: quando l’AI entra in ufficio, chi decide davvero?
In breve
Il 14 ottobre 2026 la Commissione europea ha pubblicato il Flash Eurobarometro 578: 12.826 interviste telefoniche a chi dirige piccole e medie imprese e mid-cap (da 1 a 749 dipendenti) nei 27 paesi dell’Unione. Il 42% usa già l’AI o sistemi di «gestione algoritmica», cioè software che aiutano a organizzare il personale; il 12% in modo esteso, il 30% in modo limitato o sperimentale. Fra gli usi, attuali o previsti, ci sono il servizio clienti (47%), il controllo di prestazioni e produttività (36%) e i turni (30%). Il 90% delle aziende che usano l’AI dice che a decidere sono le persone, ma per il 52% questo significa «l’AI suggerisce, la persona decide». Il 49% non si fida dell’AI o dei sistemi automatici per le decisioni sul personale; il 33% indica come ostacolo la paura dei dipendenti di essere sorvegliati. In Italia, dal 23 ottobre, il decreto 179/2026 riserva a una persona le decisioni finali sul rapporto di lavoro prese con l’aiuto di sistemi di AI: inizio, modifiche e fine del rapporto, provvedimenti disciplinari, valutazioni.
Cosa dice l’Eurobarometro
I numeri vengono da 12.826 interviste telefoniche fatte fra il 20 marzo e il 13 aprile 2026 a chi dirige imprese private da 1 a 749 dipendenti, in tutti i 27 paesi dell’Unione. Dentro ci sono le piccole e medie imprese e le cosiddette mid-cap, le aziende di mezzo: più grandi di una PMI, lontane dai colossi.
La parola nuova è «gestione algoritmica». La Commissione la definisce così: sistemi digitali che aiutano chi dirige a organizzare il personale e a prendere decisioni su compiti, turni, prestazioni e organico. Possono usare l’AI oppure no, e comprendono sia gli strumenti che decidono da soli sia quelli che danno un consiglio, lasciando a una persona la scelta finale. Il foglio dei turni che si compila da solo, il cruscotto che dà i voti alla produttività, il programma che propone chi mandare a un corso.
Ecco il quadro, dalle pagine e dall’infografica della Commissione:
- Chi la usa. Il 42% delle imprese sentite usa già AI o gestione algoritmica: il 12% in modo esteso, il 30% in modo limitato o sperimentale. Un altro 21% pensa di farlo. Il 35% non ha nessun piano.
- Per cosa. In testa il servizio clienti (47%), il controllo di prestazioni e produttività (36%), la logistica con la pianificazione dei turni (30%). Il comunicato li presenta come usi in corso; l’infografica, per le stesse voci, parla di usi attuali o previsti, e aggiunge la scelta di chi mandare in formazione (19%), salute e sicurezza (15%), la selezione dei candidati (11%), le decisioni sulle risorse umane (9%).
- Cosa ne pensano. Il 61% dice che l’AI lo aiuta a decidere. Il 75% si aspetta che AI e gestione algoritmica migliorino la qualità del lavoro: soddisfazione, sicurezza, riservatezza, carichi.
- Cosa frena. I costi dell’investimento (50%), l’incertezza sulle regole (49%), la mancanza di competenze interne (48%), la poca fiducia della direzione nella tecnologia (37%), la paura dei dipendenti di essere sorvegliati di più (33%).
Una cautela, prima di fare confronti. Quel 42% sembra il doppio dei numeri che conosci. Eurostat dice che nel 2025 usava tecnologie di AI il 19,95% delle imprese dell’Unione; Istat, per l’Italia, il 16,4% delle imprese con almeno 10 addetti. Sono domande diverse su gruppi diversi: l’Eurobarometro parte da un dipendente e conta anche software di gestione che di AI possono non averne. I due numeri si leggono uno accanto all’altro, mai uno contro l’altro. E i dati del solo nostro paese, nelle pagine che ho potuto leggere, non ci sono: il rapporto completo sta sul sito dell’Eurobarometro. I numeri di Istat sulle imprese italiane li ho messi in fila stamattina, parlando degli agenti AI nelle piccole imprese.
Il dato che conta, qui, è un altro. Fra gli usi attuali o previsti, subito dopo i clienti vengono il controllo del lavoro e i turni. Dopo i clienti, gli strumenti automatici guardano dentro l’azienda.
Decide una persona. Ma come?
La frase che la Commissione ha messo in evidenza è rassicurante: il 90% delle aziende che usano l’AI dice che a decidere sono le persone, e solo il 2% lascia decisioni del tutto automatiche, senza nessun controllo umano.
Poi apri l’infografica e il 90% si divide in due. Il 38% dice che le persone decidono da sole, senza AI. Il 52% dice: l’AI suggerisce, la persona decide. Un altro 7% lascia decidere l’AI e si riserva di ricontrollare.
Sono due mondi diversi chiamati con lo stesso nome. Nel primo una persona guarda i fatti e sceglie. Nel secondo una persona riceve una proposta già fatta e dice sì o no. Formalmente decide lei. Ma spesso, per come la vedo io, la proposta ha già scelto i criteri, l’ordine delle opzioni, perfino le parole con cui la decisione verrà spiegata.
Ricevere una proposta già pronta apre la porta a un rischio che ha un nome tecnico: automation bias, la tendenza a dare ragione ai suggerimenti di un sistema automatico e a ignorare le informazioni che lo contraddicono, anche quando sono giuste. Lo cita per nome perfino l’AI Act, il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale. Per i sistemi che il regolamento chiama «ad alto rischio», elencati nei suoi allegati e soggetti a obblighi in più, l’articolo 14 chiede che chi li sorveglia resti consapevole della tendenza ad affidarsi in automatico, o troppo, a quello che il sistema produce, e che possa ignorarne, scavalcarne o ribaltarne il risultato. Fra i sistemi ad alto rischio, l’allegato III mette proprio quelli che decidono sulle condizioni di lavoro, che assegnano i compiti in base al comportamento delle persone, che controllano e valutano prestazioni e condotta. Queste regole, per l’allegato III, partono il 2 dicembre 2027. Ne avevo parlato a proposito di Satya Nadella e degli agenti AI: anche lì il punto debole era chi controlla, quando comincia a fidarsi in automatico.
In Italia il punto è già legge. Dal 23 ottobre l’articolo 41 del decreto legislativo 179/2026 vuole che le decisioni finali su assunzione, modifica e fine del rapporto di lavoro, compresi i provvedimenti disciplinari e le valutazioni delle prestazioni, siano prese da una persona che eserciti «un potere effettivo e autonomo». Ho raccontato il decreto nei dettagli in AI Act in Italia: l’ultima parola a una persona. Qui conta l’aggettivo: effettivo. Una persona che firma tutto quello che arriva ha la penna. Il potere sta altrove.
La domanda da farti, allora, è semplice e scomoda. Nella tua azienda, l’ultima volta che qualcuno ha detto di no al suggerimento del software, quando è stata?
Una firma che dice sempre sì è un timbro.
La paura arriva prima del software
Fra gli ostacoli il sondaggio ne mette uno che riguarda anche la comunicazione: il 33% delle aziende indica la paura dei dipendenti di essere sorvegliati di più. Il 37% indica la poca fiducia della direzione. E il 49%, come abbiamo visto, non si fida dell’AI o dei sistemi automatici per decidere sul personale.
Per il mestiere che faccio, è la parte più interessante di tutto il sondaggio. Accanto ai costi e alle competenze, due dei freni riguardano la fiducia delle persone. Il sondaggio non dice quanto quella paura dipenda da quello che il software fa davvero e quanto da come è stato raccontato. Il mio mestiere è la seconda parte.
Pensa a come può arrivare uno strumento del genere. Il titolare lo prova, gli piace, lo accende. I dipendenti se ne accorgono da un dettaglio: un turno proposto in modo strano, un numero nuovo sul cruscotto, una domanda del capo che sa qualcosa che prima non sapeva. A quel punto la spiegazione la danno loro. E la versione che circola alla macchinetta del caffè di solito è la peggiore: «ci controllano».
Quella versione ha una forza sua. Chi si sente misurato per essere colto in fallo comincia a lavorare per il numero: fa le cose che si vedono, rinuncia a quelle che non entrano nel conteggio, chiede meno aiuto, segnala meno problemi. Il sistema registra il cambiamento e lo restituisce come dato. È lo schema della profezia che si autoavvera: un’aspettativa cambia il comportamento, e il comportamento la conferma. Questa è una mia lettura, il sondaggio non la misura. Ma chi ha gestito un gruppo di persone la riconosce.
Il comunicato della Commissione ricorda un altro Eurobarometro, quello di febbraio 2025 sui cittadini: l’84% degli europei pensa che l’AI vada gestita con attenzione per proteggere la riservatezza e garantire la trasparenza sul posto di lavoro. Allora gli intervistati erano cittadini. Cioè, anche, i dipendenti di qualcuno.
Ogni cosa che taci lascia un vuoto. E il team può riempirlo con la versione che fa più paura.
Le regole, in Italia, hanno una data
Il 49% delle imprese sentite indica l’incertezza sulle regole come freno. Per chi lavora in Italia, il 23 ottobre 2026 entrano in vigore regole specifiche sulle decisioni prese con l’aiuto dell’AI: quelle del decreto 179.
Riassumo in tre righe quello che ho già spiegato nell’articolo del 9 ottobre. Se usi sistemi di AI nelle decisioni sul rapporto di lavoro, la decisione finale spetta a una persona, e il consenso del lavoratore lascia la regola com’è. Prima di avviare il trattamento devi dare l’informativa prevista dall’articolo 1-bis del decreto legislativo 152 del 1997, cioè l’avviso scritto al lavoratore che quei sistemi sono in uso, con le informazioni che la legge elenca. Se l’AI incide sull’organizzazione del lavoro o sui ritmi, entra nella valutazione dei rischi prevista dalla legge sulla sicurezza. Una decisione presa violando la regola della persona che decide è nulla, licenziamento compreso.
Poi c’è l’Europa. Dal 2 dicembre 2027 per i sistemi ad alto rischio dell’allegato III, quelli che valutano le prestazioni compresi, partono gli obblighi dell’AI Act per chi li usa: l’articolo 26 chiede al datore di lavoro di informare i rappresentanti dei lavoratori e le persone coinvolte prima di mettere in funzione il sistema. E la Commissione annuncia un «Quality Jobs Act», una legge sul lavoro di qualità che dovrebbe chiarire le regole sulla gestione algoritmica e proteggere meglio i diritti dei lavoratori. Il comunicato la dà come «in arrivo», dopo la seconda fase di consultazione con le parti sociali, senza indicare una data.
Le regole italiane, dunque, sono scritte. Resta incerto chi, dentro l’azienda, le legge.
Il conto lo fa l’AI. La spiegazione tocca a te
Nel comunicato c’è una frase di Roxana Mînzatu, la vicepresidente esecutiva della Commissione che si occupa di lavoro e competenze. Tre aziende su quattro si aspettano che l’AI migliori la qualità del lavoro. Trasformare questo ottimismo in vite lavorative migliori, dice, richiede investimenti nelle competenze delle persone, la tutela dei diritti dei lavoratori e la supervisione umana delle decisioni che li riguardano.
La parte che mi interessa è l’ultima. Supervisione umana delle decisioni significa una cosa molto concreta, e il decreto italiano la scrive per esteso. Dal 23 ottobre il lavoratore ha diritto di chiedere, e di ottenere da una persona, una motivazione comprensibile della decisione che lo riguarda: quanto ha pesato l’AI, quali sono stati i parametri principali.
Prova a immaginare la scena. Un tuo collaboratore entra e chiede: perché a me questi turni? Perché questa valutazione? Tu hai davanti il suggerimento del software, e hai detto sì. Adesso devi spiegare con parole tue un ragionamento che ha fatto qualcun altro.
Saperlo spiegare è metà del controllo. L’altra metà è aver guardato davvero la proposta, con la possibilità di cambiarla. Se ti trovi a dire «l’ha deciso il sistema», hai appena dato ragione alla macchinetta del caffè.
La spiegazione è il momento in cui si vede chi ha preso la decisione.
Come portarlo nel tuo lavoro
Se dirigi una piccola impresa, o uno studio, e un software ti aiuta già con turni, obiettivi o valutazioni, ecco da dove partirei. Le parti di legge vanno viste con il consulente del lavoro: qui c’è il metodo, le regole precise le conosce lui.
- Fai la mappa. Scrivi su un foglio dove un sistema automatico tocca le persone: turni, obiettivi, valutazioni, scelta di chi va in formazione, selezione dei curriculum. Spesso è più roba di quanto pensi, perché arriva dentro programmi comprati per altro. Le regole cambiano da voce a voce: la selezione dei curriculum, per esempio, il decreto la tiene fuori dalle decisioni finali riservate a una persona.
- Per ogni punto, scrivi chi decide e come può dire di no. E annota le volte in cui succede. Se in tre mesi il suggerimento del software non è mai stato cambiato, chiediti se è perché era sempre giusto o perché nessuno lo guardava più.
- Racconta prima di accendere. Cosa misura, cosa resta fuori, a cosa serve, chi vede i dati, con parole di tutti i giorni. Per i sistemi di AI che rientrano nell’articolo 41, dal 23 ottobre c’è anche l’informativa da dare prima di avviare il trattamento: cosa scriverci lo decidi con il consulente del lavoro. Meglio che il primo racconto arrivi da te.
- Prepara la spiegazione. Per ogni decisione presa con l’aiuto dell’AI, devi saper dire cosa ha pesato. Se il fornitore del software non ti sa dire quali criteri usa, hai un problema prima ancora di averlo con il dipendente.
- Chiama chi segue la sicurezza. Se l’AI cambia ritmi, turni o modo di lavorare, va nella valutazione dei rischi.
- Chiedi al team. Prima e dopo. La paura di essere sorvegliati è un ostacolo citato da un’azienda su tre: una riunione è il primo passo per farla venire fuori.
Insegnare a un gruppo di lavoro a usare l’AI, e a parlarne, è parte del mio lavoro: i corsi sono nella pagina Formazione. E se fra i dati che passano dentro questi strumenti ci sono quelli dei tuoi collaboratori, vale la pena rileggere cosa non scrivere mai in ChatGPT.
L’AI può misurare il lavoro di tutti. A misurare l’AI resti tu.
👉 Leggi anche: Meno junior, più agenti: dentro Anthropic — cosa succede alle assunzioni e al lavoro quotidiano quando gli agenti AI lavorano più ore delle persone, nei dati interni di Anthropic.
Domande frequenti
Cos’è la gestione algoritmica?
È il nome che la Commissione europea usa per i sistemi digitali che aiutano chi dirige a organizzare il personale e a decidere su compiti, turni, prestazioni e organico. Possono usare l’intelligenza artificiale oppure no, e vanno dagli strumenti che decidono da soli a quelli che danno solo un suggerimento.
Quante imprese europee usano l’AI secondo l’Eurobarometro?
Il 42% delle piccole e medie imprese e mid-cap sentite (da 1 a 749 dipendenti) usa già l’AI o la gestione algoritmica: il 12% in modo esteso, il 30% in modo limitato o sperimentale. Un altro 21% pensa di farlo, il 35% non ha piani. Le interviste sono 12.826, fatte fra marzo e aprile 2026.
Perché il 42% è così diverso dai dati Istat ed Eurostat?
Perché misurano cose diverse. Eurostat dice che nel 2025 usava l’AI il 19,95% delle imprese dell’Unione, Istat il 16,4% delle imprese italiane con almeno 10 addetti. L’Eurobarometro parte da imprese con un solo dipendente e conta anche i software di gestione del personale che possono non usare l’AI. Sono numeri da affiancare, mai da confrontare come se fossero la stessa misura.
In Italia l’AI può valutare i dipendenti?
Può aiutare. Dal 23 ottobre 2026 il decreto legislativo 179/2026 stabilisce che le decisioni finali sul rapporto di lavoro, comprese le valutazioni delle prestazioni e i provvedimenti disciplinari, spettano a una persona con un potere effettivo e autonomo; il consenso del lavoratore lascia la regola com’è. Il datore di lavoro deve dare l’informativa prima di avviare il trattamento, e il lavoratore può chiedere una motivazione comprensibile della decisione. Per il caso concreto, la strada è il consulente del lavoro.
Cosa cambia con l’AI Act per chi usa questi sistemi?
L’AI Act considera ad alto rischio i sistemi che decidono sulle condizioni di lavoro, assegnano compiti in base al comportamento o controllano e valutano prestazioni e condotta. Per questi sistemi gli obblighi partono il 2 dicembre 2027: fra gli altri, la supervisione di una persona capace di scavalcare il risultato e l’obbligo per il datore di lavoro di informare i rappresentanti dei lavoratori e le persone coinvolte prima di usarli.
Ci sono i dati per l’Italia nell’Eurobarometro?
Nel comunicato, nella pagina della Commissione e nell’infografica che ho letto ci sono solo i dati dell’intera Unione. Il rapporto completo, con l’eventuale dettaglio per paese, è pubblicato sul sito dell’Eurobarometro.
Fonti
- Commissione europea, «Eurobarometer survey highlights growing use of AI in European companies», comunicato IP/26/2160 (14 ottobre 2026)
- Commissione europea, DG Occupazione, «Growing use of AI in European companies» (14 ottobre 2026)
- Flash Eurobarometro 578, infografica «Drivers and obstacles for the adoption of AI and algorithmic management in the workplace» (PDF)
- Eurobarometro, scheda del sondaggio sull’AI e la gestione algoritmica nelle PMI e mid-cap europee
- AgenSIR, «Eurobarometro: cresce l’utilizzo dell’Intelligenza artificiale nelle aziende europee» (14 ottobre 2026)
- Eurostat, «Use of artificial intelligence in enterprises»
- Istat, «Imprese e ICT — anno 2025» (15 dicembre 2025)
- Gazzetta Ufficiale, decreto legislativo 7 ottobre 2026, n. 179
- AI Act, articolo 14 (supervisione umana)
- AI Act, articolo 26 (obblighi di chi usa sistemi ad alto rischio)
- AI Act, allegato III (sistemi ad alto rischio)