Dieci virgola otto.
È il numero che da ieri gira nelle redazioni italiane. Secondo un rapporto di OpenAI, nelle piccole e medie imprese italiane gli utenti dei suoi agenti AI sono cresciuti di 10,8 volte fra maggio e l’inizio di ottobre. Seconda nell’Unione europea, dietro il Belgio. Davanti a Francia, Spagna e Germania.
Suona come una gara vinta. E ogni volta che un numero suona come una gara vinta, conviene fare la domanda che resta sempre fuori dai titoli: 10,8 volte che cosa?
Un moltiplicatore racconta la velocità. Il punto di partenza lo tiene per sé.
In breve
Il 14 ottobre 2026 OpenAI ha pubblicato il rapporto «Europe’s Agentic Opportunity». Nelle imprese con al massimo 200 utenti associati, gli utenti attivi ogni settimana di ChatGPT Work e Codex, i suoi strumenti che portano a termine compiti in più passaggi, sono cresciuti di 8,1 volte nell’Unione europea e di 10,8 volte in Italia fra la prima settimana di maggio e quella a cavallo fra settembre e ottobre. Fra i clienti aziendali del campione, in Italia il 65% del testo prodotto dall’AI passa da questi agenti (nell’Unione, a fine settembre, più della metà). Il rapporto però non dice da quanti utenti si partiva, guarda solo i clienti di OpenAI e misura il testo prodotto, non il tempo risparmiato. Per il quadro di tutte le imprese serve l’Istat: nel 2025 usava almeno una tecnologia di AI il 15,7% delle PMI italiane con almeno 10 addetti.
Cosa dice il rapporto di OpenAI
Mercoledì 14 ottobre OpenAI ha pubblicato un rapporto della sua divisione di ricerca economica, OpenAI Economic Research: poche pagine, sette grafici. Il titolo è «Europe’s Agentic Opportunity», l’occasione agentica dell’Europa. La tesi sta in una riga: nell’Unione europea l’uso dell’AI si è allargato, adesso deve andare in profondità.
La parola chiave è «agentico». Vuol dire che smetti di fare una domanda e aspettare una risposta, e cominci ad affidare un compito che lo strumento porta a termine, dalla pianificazione alla consegna. Gli agenti di OpenAI di cui parla il rapporto sono due. Codex, nato per lavorare sul codice. E ChatGPT Work, lanciato il 9 luglio insieme al modello GPT-5.6: raccoglie il contesto dalle app e dai file che colleghi e prepara documenti, fogli di calcolo, presentazioni.
Dentro il rapporto ci sono quattro misure.
- Gli utenti nelle piccole imprese. Per questa analisi OpenAI considera piccola o media un’impresa con al massimo 200 utenti associati. Fra la settimana dall’1 al 7 maggio e quella dal 29 settembre al 5 ottobre, gli utenti attivi settimanali di ChatGPT Work o Codex in queste imprese sono cresciuti di 8,1 volte nell’Unione. Il Belgio è a 12,1, l’Italia a 10,8, il Lussemburgo a 10. La Francia a 9,2, la Spagna a 8,8, la Germania a 7,5. Ogni paese ha superato le cinque volte. E gran parte della crescita, scrive OpenAI, è arrivata dopo il lancio di ChatGPT Work.
- Il peso degli agenti. Fra i clienti dei piani aziendali di ChatGPT (Enterprise e Business) nel campione dell’Unione, nei 28 giorni chiusi il 30 settembre Codex e ChatGPT Work producevano il 55% dei token, cioè dei pezzetti di testo che i modelli generano; il 45% veniva dalla chat classica. Il conto, nel grafico, lascia fuori la voce «altro». In Italia la quota degli agenti arriva al 65%: decimo posto, sopra la Francia (55%) e la Germania (51%), sotto la Lituania (85%), molto sopra la Spagna (30%) e la Slovenia (22%).
- Le imprese «di frontiera». Fra le aziende del campione con un piano Enterprise o Business, OpenAI chiama così il 10% che produce più token per utente attivo. A settembre quelle dell’Unione producevano, per utente attivo, più di quattro volte i token delle aziende tipiche dell’Unione; quelle di frontiera fuori dall’Unione, più del doppio di quelle di frontiera dell’Unione. E di tutte le aziende di frontiera di questo campione, nel mondo, solo il 10% ha sede nell’Unione, contro il 65% del Nord America.
- Cosa ci fanno gli italiani. Un’analisi a parte, sui messaggi di lavoro degli utenti con abbonamenti personali (dal piano Free al Pro), cerca per ogni paese l’attività più tipica rispetto alla media dell’Unione. Per Italia, Cechia e Grecia è la stessa: esaminare materiali e documenti per verificarne l’esattezza o la conformità.
A commentare i numeri, nel rapporto, c’è Sarah Friar, la direttrice finanziaria di OpenAI: «L’Europa è entrata in una nuova era dell’AI, con strumenti che svolgono compiti per le persone». E poco dopo: «c’è ancora molto spazio perché l’uso dell’AI cresca in tutta l’Unione».
Fin qui, i fatti. Adesso guardiamo come sono confezionati.
Un moltiplicatore senza punto di partenza
Dieci virgola otto volte. Rispetto a quanti utenti? Il rapporto non lo dice. Né per l’Italia né per l’Unione: ci sono solo multipli, nessun numero assoluto, né di partenza né di arrivo. Lo fa notare anche Il Sole 24 Ore, che sul rapporto ha scritto uno dei pezzi più attenti.
Prova a immaginarla così. Se a maggio gli utenti fossero stati mille e a ottobre diecimila e ottocento, la crescita sarebbe di 10,8 volte. Se fossero stati centomila e diventati un milione e ottantamila, la crescita sarebbe identica. Due mondi diversi. Lo stesso numero.
C’è un dettaglio in più, e sta nelle date. ChatGPT Work è arrivato a luglio. Nella misura del rapporto, quindi, gli utenti «agentici» delle piccole imprese a maggio erano quelli di Codex, uno strumento nato per chi scrive codice. A ottobre il conteggio comprende anche ChatGPT Work, un agente pensato per il lavoro d’ufficio. OpenAI scrive che gran parte della crescita è arrivata dopo il suo lancio, ma dai dati pubblicati non si può separare quanto pesi il prodotto nuovo. Il punto è che si confrontano due cose diverse: a maggio un solo strumento, per programmatori; a ottobre due. È la parte che il titolo non racconta.
Funziona come l’ancoraggio, quel meccanismo per cui il primo numero che senti diventa il metro di tutto il resto: ne ho scritto a proposito di perché il primo numero decide la trattativa. Qui però c’è un passo in più. Il numero arriva senza la sua base, cioè senza sapere da quanti utenti si partiva, e la nostra testa la riempie da sola. Leggi «10,8 volte» e pensi «tante imprese». È una conclusione che il rapporto non scrive da nessuna parte: la mette chi legge.
Un moltiplicatore senza base è un tachimetro senza strada: ti dice quanto corri, tace su dove sei.
Chi misura, cosa misura, su chi
Davanti a ogni numero che arriva da un’azienda, tre domande bastano a rimetterlo al suo posto.
La prima: chi misura. Qui misura OpenAI, sui propri clienti, guardando come vengono usati i propri prodotti. Il Sole 24 Ore lo dice senza giri di parole: è quello che Sam Altman vede guardando i suoi server. È un’osservazione legittima e anche preziosa, perché nessun altro ha quei dati. Ma resta la fotografia di una clientela. OpenAI stessa, riporta Engage, precisa che i numeri descrivono l’uso dei suoi servizi nelle aziende del campione e non misurano quanto l’AI sia diffusa fra le imprese europee. E le differenze fra paesi, scrive il Sole, stanno dentro la base utenti di OpenAI: leggerle come una classifica dell’innovazione europea sarebbe una forzatura.
La seconda: cosa misura. Il 65% italiano è una quota di token, cioè di testo prodotto. Un agente che completa molte operazioni una dopo l’altra può generare più testo di una singola risposta in chat, come nota Smartphonology. Che gli agenti pesino tanto nel conteggio, allora, dice prima di tutto che producono tanto testo. Il Sole usa un’immagine che vale la pena tenere: il contatore dei token mostra quanto gira veloce il motore, non quanta strada abbiamo fatto. Per sapere se il lavoro è migliorato servono altre misure, sempre secondo il Sole: tempo, costi, errori, qualità.
La terza: su chi. La «piccola e media impresa» del rapporto è un’organizzazione con al massimo 200 utenti associati, un criterio che non coincide con la definizione europea di PMI. Va bene per un’analisi interna. Diventa scivoloso quando il titolo di un giornale lo traduce in «PMI italiane», e il lettore ci vede la falegnameria sotto casa.
Poi c’è la parola scelta per chi sta in cima: «di frontiera». Nel rapporto è di frontiera l’azienda che produce più token per utente. Chiamarla così trasforma una misura di consumo in una medaglia. Il Sole lo dice in modo asciutto: uso alto vuol dire più token per utente, non per forza più efficienza.
E infine la conclusione. Per colmare il divario, scrive OpenAI, l’Europa deve aiutare le imprese a superare la fase degli esperimenti, dare ai lavoratori competenze e fiducia, rendere le funzioni avanzate più accessibili ed economiche. Tutte cose sensate. Arrivano da chi quelle funzioni le vende. Il rapporto può essere accurato ed essere, nello stesso momento, materiale di vendita: le due cose convivono benissimo, e saperlo ti fa leggere meglio entrambe.
La domanda giusta, davanti a un dato di un’azienda, riguarda la sua cornice prima ancora della sua verità.
L’altra fotografia: quella dell’Istat
Se vuoi sapere quante imprese italiane usano davvero l’AI, la fonte è un’altra: l’Istat. Il comunicato «Imprese e ICT — anno 2025», pubblicato il 15 dicembre 2025, racconta un paese che si muove, ma da lontano.
- Nel 2025 usava almeno una tecnologia di AI il 16,4% delle imprese italiane con almeno 10 addetti. Era l’8,2% nel 2024 e il 5% nel 2023. Raddoppio in un anno.
- Fra le grandi imprese la quota è salita dal 32,5% al 53,1%. Fra le piccole e medie dal 7,7% al 15,7%.
- La distanza fra grandi e piccole, nell’uso dell’AI, si sta allargando: circa 20 punti nel 2023, 25 nel 2024, 37 nel 2025.
- Quasi il 60% delle imprese che avevano valutato un investimento in AI e poi hanno rinunciato indica come freno la mancanza di competenze adeguate.
- Fra le imprese che usano l’AI, gli ambiti più frequenti sono marketing e vendite (33,1%), organizzazione dei processi amministrativi (25,7%), ricerca e sviluppo (20%).
Per avere un termine di paragone, il rapporto di OpenAI cita la media dell’Unione: nel 2025 usava l’AI il 20% delle imprese dell’Unione con almeno 10 addetti. L’Italia, con il suo 16,4%, sta sotto.
Messe una accanto all’altra, le due fotografie dicono cose diverse e compatibili. OpenAI racconta la velocità di chi è già salito, e fra le sue aziende clienti gli italiani corrono più di altri. L’Istat racconta quanti sono ancora a terra: nel 2025, fra le piccole e medie imprese italiane con almeno 10 addetti, più di otto su dieci non usavano nessuna tecnologia di AI. E la distanza dalle grandi cresce invece di ridursi.
Il treno accelera. La stazione è ancora piena.
L’Italia che controlla
Il dato che mi interessa di più è il meno appariscente, quello sui compiti. Fra i messaggi di lavoro che gli italiani scrivono a ChatGPT, l’attività che ci distingue dal resto dell’Unione è esaminare materiali e documenti per verificarne l’esattezza o la conformità. Il paese delle pratiche, dei moduli, delle firme e dei timbri chiede all’AI di fare la cosa che conosce meglio: controllare.
Ha senso. Il controllo è un lavoro ripetitivo, faticoso, pieno di dettagli che sfuggono a un occhio stanco, e il risultato si può verificare: la clausola c’è o manca, la cifra torna o non torna. È uno dei terreni in cui un secondo paio d’occhi instancabile vale davvero.
Ma ha un rischio preciso, e ha un nome: l’eccesso di fiducia nella macchina, quello che gli psicologi chiamano automation bias. Quando lo strumento ti dice «tutto in ordine», la tentazione è smettere di guardare. Ne ho parlato commentando le parole di Satya Nadella sugli agenti che lavorano mentre il freno resta a te, e il punto vale ancora di più qui: un controllo fatto dall’AI va a sua volta controllato. Quanto, lo decidono le conseguenze di un errore: i passaggi da cui dipendono una decisione o un adempimento si verificano direttamente. Per le professioni intellettuali, poi, la legge italiana sull’AI, la 132 del 2025, fissa il confine all’articolo 13: l’AI è ammessa per le attività strumentali e di supporto, il lavoro intellettuale del professionista deve prevalere e il cliente va informato. Ne ho parlato a proposito di commercialisti, avvocati e AI.
C’è anche un dettaglio di metodo che vale la pena notare. Quell’analisi viene dai messaggi degli abbonamenti personali, dal piano Free al Pro. Cioè da persone che, almeno in parte, fanno verifiche di lavoro con il proprio account. Se nel tuo studio succede la stessa cosa, la domanda da farsi è dove finiscono i documenti dei clienti che carichi, e cosa prevedono gli accordi che hai con loro.
Un controllore che nessuno controlla diventa soltanto un timbro più veloce.
Come portarlo nel tuo lavoro
Il rapporto di OpenAI ti dice che altri, in Italia, stanno già affidando compiti interi agli agenti. Quello che ti serve sapere è se conviene anche a te, e come cominciare con i piedi per terra.
- Fai le tre domande a ogni numero. Chi misura, cosa misura, su chi. E, se è un moltiplicatore o una percentuale, una quarta: rispetto a quale base. Vale per i rapporti delle aziende tecnologiche, per le promesse dei fornitori, e anche per i numeri che presenti tu ai tuoi clienti.
- Parti da un compito. Scegli un lavoro che ripeti ogni settimana, fatto di più passaggi, con un risultato che puoi verificare: il controllo di una pratica prima dell’invio, il confronto fra un preventivo e il listino, la verifica che un contratto contenga le clausole che ti servono. Lo strumento si sceglie dopo, in base al compito.
- Misura in minuti ed errori. Prima di provare un agente, cronometra due o tre volte il compito fatto a mano e annota gli errori che trovi dopo. Poi rifallo con l’agente, contando anche il tempo che passi a ricontrollare il suo lavoro. Se il conto torna, hai un dato tuo, molto più utile di qualsiasi moltiplicatore.
- Tieni l’ultima parola. L’agente prepara, tu decidi e firmi. L’autonomia di questi strumenti, come scrive il Sole, richiede supervisione. Ed è la direzione che sta prendendo anche la legge: quando un datore di lavoro usa l’AI nelle decisioni sul rapporto di lavoro, come valutazioni, provvedimenti disciplinari o licenziamenti, il decreto che adegua le norme italiane all’AI Act, in vigore dal 23 ottobre, riserva la decisione definitiva a una persona con un potere effettivo e autonomo (la ricerca e la selezione delle candidature restano fuori da questa regola), come ho raccontato in AI Act in Italia: l’ultima parola a una persona.
- Guarda dove carichi i documenti. Se lavori con dati di clienti, decidi con quale account lo fai e verifica cosa prevedono gli accordi con loro, prima di trovarti a doverlo spiegare.
- Investi prima nelle competenze. Secondo l’Istat, la mancanza di competenze adeguate frena quasi il 60% delle imprese che hanno valutato un investimento in AI e poi ci hanno rinunciato. Un abbonamento si attiva in un minuto; saper dare un compito a un agente e controllarne il risultato richiede pratica. Se vuoi costruirla con il tuo gruppo di lavoro, è quello che faccio nei corsi di formazione.
Il numero che conta, alla fine, è quello che misuri tu.
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Domande frequenti
Cosa sono gli agenti AI?
Sono strumenti di intelligenza artificiale a cui affidi un obiettivo invece di una domanda. Pianificano i passaggi, usano altri strumenti, lavorano su documenti o codice e portano a termine il compito con un certo grado di autonomia, che richiede comunque la supervisione di una persona. Nel rapporto di OpenAI gli agenti sono Codex e ChatGPT Work.
Cos’è ChatGPT Work?
È l’agente di OpenAI per il lavoro d’ufficio, lanciato il 9 luglio 2026 insieme al modello GPT-5.6. Raccoglie il contesto dalle app e dai file che colleghi e prepara documenti, fogli di calcolo, presentazioni. Secondo OpenAI, gran parte della crescita degli utenti attivi settimanali degli agenti, nelle piccole e medie imprese del campione dell’Unione europea, è arrivata dopo il suo lancio.
Cosa vuol dire che in Italia gli utenti degli agenti AI sono cresciuti di 10,8 volte?
Che nelle imprese clienti di OpenAI con al massimo 200 utenti, gli utenti attivi settimanali di ChatGPT Work o Codex nella settimana dal 29 settembre al 5 ottobre 2026 erano 10,8 volte quelli della settimana dall’1 al 7 maggio. Il rapporto non dice quanti fossero in partenza né quanti siano oggi, quindi il dato indica la velocità di crescita fra i clienti di OpenAI, non quante imprese italiane usino gli agenti.
Quante imprese italiane usano l’intelligenza artificiale?
Secondo l’Istat, nel 2025 il 16,4% delle imprese con almeno 10 addetti usava almeno una tecnologia di AI: il 53,1% delle grandi e il 15,7% delle piccole e medie. La media dell’Unione citata nel rapporto di OpenAI è del 20%.
Il rapporto dimostra che gli agenti fanno risparmiare tempo?
No. Misura quanti utenti usano gli agenti e quanto testo producono, non il tempo risparmiato né la qualità del lavoro. Lo sottolinea anche Il Sole 24 Ore: per saperlo servono misure di tempo, costi, errori e qualità. Il modo più affidabile per scoprirlo è misurarlo su un tuo compito, prima e dopo.
Fonti
- OpenAI, The EU’s next chapter in AI is agentic, 14 ottobre 2026
- OpenAI Economic Research, Europe’s Agentic Opportunity: Moving from breadth to depth with AI agents (PDF), ottobre 2026
- Il Sole 24 Ore, Agenti Ai, in Italia utenti cresciuti di 10,8 volte: il 65% dei token contro il 55% dell’Ue, 15 ottobre 2026
- Engage, AI agentica, OpenAI: nelle PMI italiane gli utenti crescono di oltre 10 volte in cinque mesi, ottobre 2026
- Smartphonology, OpenAI, agenti IA: Italia seconda nell’UE per crescita nelle PMI, 14 ottobre 2026
- Axios, OpenAI releases GPT-5.6 and ChatGPT Work tool, 9 luglio 2026
- Istat, Imprese e ICT — anno 2025, 15 dicembre 2025