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Luca Masrè Passaro
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Gemini e i giornali: il parere guarda la risposta

Intelligenza artificiale e diritto d’autore: per l’avvocato generale Ue le risposte di un chatbot possono, in certi casi, violare i diritti degli editori.

LMP Luca Masrè Passaro
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04.11.2026
Illustrazione in stile Ghibli: un piccolo robot di ottone esamina con la lente una pila di fogli di giornale bianchi in una vecchia tipografia, mentre altri fogli volano dalla finestra e diventano uccelli diretti verso un palazzo con la cupola

Martedì 3 novembre, Lussemburgo. Nella prima causa sull’intelligenza artificiale generativa arrivata alla Corte di giustizia dell’Unione europea parla l’avvocato generale. Da una parte un editore ungherese, Like Company. Dall’altra Google, con il suo chatbot Gemini.

Due delle quattro domande arrivate da Budapest riguardano l’addestramento: un’azienda può far studiare alla sua AI gli articoli dei giornali senza chiedere il permesso all’editore?

L’avvocato generale Maciej Szpunar, il membro della Corte che propone ai giudici una soluzione, su questo ha risposto quasi a margine, «per completezza». E ha spostato il punto altrove. Il problema, per lui, può nascere nella risposta che il chatbot dà a chi gli chiede le notizie del giorno.

In breve

Il 3 novembre 2026 l’avvocato generale Maciej Szpunar ha presentato le sue conclusioni nella causa C-250/25, Like Company contro Google, la prima sull’AI generativa arrivata alla Corte di giustizia Ue. Le due domande sull’addestramento di Gemini, secondo lui, vanno dichiarate irricevibili: non ci sono prove che gli articoli dell’editore siano stati usati, e l’addestramento non è un «utilizzo online». Per completezza aggiunge che addestrare un modello è, di norma, consentito dall’eccezione per l’estrazione di testo e dati. Le risposte del chatbot, invece, possono violare i diritti degli editori «in determinate circostanze». Per il diritto di riproduzione indica due fattori: se il chatbot è entrato in modo illecito, per esempio aggirando un paywall, e se la risposta riprende in modo riconoscibile la forma dell’articolo, al punto che chi legge non ha più bisogno dell’originale. Il parere non vincola la Corte: i giudici cominciano adesso a deliberare.

Cosa è successo a Lussemburgo

Like Company gestisce vari portali web in Ungheria. Ha fatto causa a Google davanti al Tribunale regionale di Budapest, sostenendo due cose: che Google avrebbe usato i suoi articoli per addestrare i modelli di Gemini, e che il chatbot li avrebbe riprodotti e messi a disposizione del pubblico più volte, fra il 13 giugno 2023 e il 31 maggio 2024.

Il diritto che l’editore invoca ha un nome preciso: è il diritto che l’Unione europea riconosce agli «editori di testate giornalistiche» sull’«utilizzo online» delle loro pubblicazioni. Sta nella direttiva sul diritto d’autore del 2019.

Il tribunale ungherese ha sospeso il processo e ha girato quattro domande alla Corte di giustizia, con quello che si chiama rinvio pregiudiziale: un giudice nazionale, davanti a una lite, chiede alla Corte come si interpreta una regola europea. Due domande riguardano l’addestramento. Le altre due riguardano le risposte che il chatbot dà agli utenti.

Prima dei giudici parla l’avvocato generale. Il suo compito, scrive la Corte, è «proporre alla Corte, in piena indipendenza, una soluzione giuridica». Il suo parere si chiama «conclusioni». Le conclusioni non vincolano nessuno. I giudici adesso cominciano a deliberare, e la sentenza arriverà «in una data successiva»: il comunicato non indica il giorno.

Una proposta, quindi, e non una sentenza. Ma la causa è la prima sull’AI generativa arrivata alla Corte, e la linea che propone adesso è scritta nero su bianco.

L’addestramento, per Szpunar, resta fuori

Sulle due domande dell’addestramento Szpunar consiglia alla Corte di non rispondere. Le chiama «ipotetiche», per due ragioni. La prima: non ci sono prove che gli articoli di Like Company siano stati usati per addestrare i modelli di Gemini. La seconda: l’addestramento di un modello, per lui, non è una forma di «utilizzo online» delle pubblicazioni giornalistiche, cioè non rientra nel diritto che l’editore ha chiamato in causa.

Poi, «per completezza», aggiunge una frase che pesa più delle altre. L’uso di opere protette per addestrare un modello linguistico sarebbe, «di norma, liberamente consentito» grazie all’eccezione per l’estrazione di testo e dati. È il nome giuridico di una cosa semplice: un programma che legge enormi quantità di testi per ricavarne informazioni.

Il comunicato della Corte non spiega cosa ci sia dentro quel «di norma». La legge italiana sul diritto d’autore, dal 2021, ha due articoli su questa eccezione. Il 70-ter riguarda la ricerca scientifica e vale per soggetti precisi: gli organismi di ricerca, come le università, e gli istituti di tutela del patrimonio culturale, cioè biblioteche, musei e archivi aperti o accessibili al pubblico, con i requisiti che la norma elenca. Possono fare estrazione di testo e di dati, per scopi di ricerca scientifica, sui materiali a cui hanno accesso lecito. Il 70-quater non parla di ricerca né di soggetti particolari: consente l’estrazione da materiali «cui si ha legittimamente accesso», la consente «quando l’utilizzo delle opere e degli altri materiali non è stato espressamente riservato» da chi ne ha i diritti, permette di conservare le copie solo per il tempo necessario e chiede livelli di sicurezza almeno pari a quelli previsti dal 70-ter. La legge italiana sull’intelligenza artificiale, la 132 del 2025, ha aggiunto un articolo, il 70-septies, che rimanda proprio a queste regole: l’estrazione di testo e di dati fatta con modelli e sistemi di AI, «anche generativa», è consentita in conformità agli articoli 70-ter e 70-quater.

Tradotto: nel regime generale del 70-quater, ai materiali si deve arrivare in modo legittimo, e chi ne ha i diritti può riservarne l’uso, in modo espresso. L’eccezione del 70-ter, per la ricerca dei soggetti che la norma indica, resta a parte. Un segnale che OpenAI, Google, Microsoft e Anthropic hanno annunciato di sostenere, ancora allo stato di bozza e senza che la legge lo nomini, l’ho raccontato nell’articolo sul segnale comune contro l’addestramento AI nel robots.txt, il file con cui un sito dà istruzioni ai programmi che lo visitano.

Per il 70-quater, un no conta quando è espresso.

Per Szpunar il punto è la risposta

Per capire dove Szpunar sposta il problema serve una parola tecnica, che il comunicato stesso usa: RAG, «Generazione potenziata dal recupero», detta anche grounding. È il meccanismo con cui un chatbot, quando gli fai una domanda, va a cercare pagine sul web in quel momento e usa quello che trova per costruire la risposta. Secondo la Corte, serve a rendere le risposte più precise e affidabili. Ed è il motivo per cui puoi chiedere a Gemini le notizie di stamattina.

Per farlo, scrive la Corte, il chatbot «spesso recupera (o «estrae») articoli di stampa disponibili online».

Una cosa è quello che il modello ha studiato quando è stato addestrato. Un’altra è quello che va a leggere adesso, mentre tu aspetti, per raccontartelo. Il primo è l’addestramento, che Szpunar lascia fuori. Il secondo è la risposta, ed è lì che concentra il parere, perché è quella che conta nel processo ungherese.

Secondo Szpunar, quando un chatbot prende un articolo dal sito di un editore, lo riusa per generare una risposta e la consegna all’utente, il diritto dell’editore può essere violato «in determinate circostanze». Per capire se quell’uso rientri nel diritto di riproduzione, cioè nel diritto di fare copie, indica due fattori.

Il primo fattore riguarda la porta. Il chatbot è entrato in modo illecito? Per esempio aggirando «misure tecniche efficaci (come un paywall)», cioè la barriera che ti fa leggere un articolo solo se sei abbonato, oppure i sistemi che impediscono ai programmi di copiare le pagine.

Il secondo riguarda la copia. La risposta si limita a riportare i fatti dell’articolo, o ne riusa «la forma di espressione» in modo riconoscibile, «al punto che l’utente, leggendo tale risposta, sia del tutto esonerato dall’accedere alla pubblicazione originale»?

Il comunicato non dice se i due fattori debbano esserci insieme o se ne basti uno. Per saperlo serve il testo integrale delle conclusioni, che nel comunicato non c’è.

C’è poi un terzo passaggio, su un altro diritto dell’editore: quello di mettere i suoi articoli a disposizione del pubblico. Secondo Szpunar è, «di norma», violato quando la forma dell’articolo è «sistematicamente riconoscibile» nelle risposte del chatbot alle domande collegate, «nella misura sopra descritta»: cioè al punto che chi legge non ha più bisogno dell’originale. La parola che pesa è «sistematicamente»: conta che succeda risposta dopo risposta.

E infine la responsabilità. Chi fornisce il chatbot ne risponde quando quegli usi sono «inerenti alla strategia commerciale», cioè fanno parte del modo in cui guadagna, oppure quando non ha messo in campo misure adeguate per contrastarli «in modo credibile ed efficace».

Nel parere, insomma, il problema si sposta dalla memoria della macchina a quello che la macchina ti porge.

Fatti liberi, forma protetta: la linea di Szpunar

Il passaggio che mi interessa di più è una distinzione che chi scrive conosce bene, anche senza averla mai chiamata così.

Il diritto dell’editore, scrive l’avvocato generale, «non tutela i semplici fatti riportati nelle pubblicazioni giornalistiche, ma solo la forma specifica di espressione». Lo scopo è quello di proteggere l’investimento necessario a realizzare la pubblicazione, «non di conferire agli editori il monopolio sulle notizie stesse».

Che un ponte è crollato è un fatto. Il modo in cui un giornalista te lo racconta — l’attacco, l’ordine dei dettagli, la frase che ti resta in testa — è la forma. Il fatto può girare. La forma specifica della pubblicazione, per questo diritto, è protetta a favore dell’editore; i diritti di chi l’ha scritta, l’autore, restano a parte.

La legge italiana ha già un criterio molto simile, scritto per un’altra occasione. L’articolo 43-bis della legge sul diritto d’autore, quello che recepisce il diritto degli editori, esclude dalla tutela i collegamenti ipertestuali, le singole parole e gli «estratti molto brevi». E definisce l’estratto molto breve così: «qualsiasi porzione di tale pubblicazione che non dispensi dalla necessità di consultazione dell’articolo giornalistico nella sua integrità».

Il comunicato della Corte non cita la legge italiana: l’accostamento è mio. Ma le due frasi fanno la stessa domanda. Dopo aver letto, ti serve ancora l’originale?

C’è però una differenza da tenere a mente. Per Szpunar non conta solo che tu sia soddisfatto della risposta: la risposta deve anche riprendere in modo riconoscibile la forma dell’articolo. Una risposta fatta di soli fatti può accontentarti e restare, per l’avvocato generale, fuori da questo diritto.

Un criterio che guarda anche il lettore

Mi occupo di comunicazione, e questa è la parte che trovo più interessante: il secondo fattore proposto da Szpunar non si ferma al testo. La forma deve essere riconoscibile, ma la misura è il lettore: «al punto che» chi legge sia «del tutto esonerato» dall’andare alla fonte.

Nel comunicato non c’è un conteggio di parole uguali, né una percentuale dell’articolo oltre la quale scatta la violazione. C’è una forma riconoscibile, e c’è una domanda: dopo la risposta, a chi legge serve ancora l’originale? Per come lo leggo io, il criterio tiene insieme le due cose: la forma ripresa e l’effetto che fa su chi legge.

Ed è lo stesso terreno su cui si muovono i motori di ricerca con l’AI. A ottobre Google ha annunciato più link dentro le risposte di AI Overview e AI Mode, mostrati più in alto e più spesso: ne ho scritto in AI Overview: Google rimette i link in vetrina. Non so se le due cose siano collegate, e nessuna delle due fonti lo dice. Il collegamento che faccio io riguarda il rapporto con la fonte: una risposta che basta a se stessa può togliere a chi legge il motivo per aprire l’articolo originale.

Anche le parole scelte meritano un’occhiata. «Monopolio sulle notizie» è una formula che parla a tutti e due i lati: rassicura chi teme che gli editori vogliano chiudere l’informazione dietro un recinto, e insieme dice agli editori che il recinto attorno alla loro forma resta in piedi. È la mia lettura, ma il risultato è una linea che entrambe le parti possono citare come una mezza vittoria.

Un parere che tutte e due le parti possono citare è più difficile da buttare via.

Cosa cambia per te, in Italia

Sul rapporto fra intelligenza artificiale e diritto d’autore, per oggi questa è una proposta: la Corte può seguirla o decidere diversamente, e il comunicato non indica la data della sentenza.

Quando arriverà, però, varrà oltre l’Ungheria. Lo scrive la Corte stessa: spetta al giudice nazionale decidere la lite, ma la decisione della Corte «vincola egualmente gli altri giudici nazionali ai quali venga sottoposto un problema simile». Un giudice italiano davanti a un editore, a un chatbot e a un problema simile dovrà partire da lì.

Il diritto di cui si parla è quello degli editori di testate giornalistiche. La legge italiana lo definisce in modo stretto: una pubblicazione «periodica o regolarmente aggiornata, recante un titolo unico, quale un quotidiano o una rivista», sotto la responsabilità editoriale di un editore o di un’agenzia di stampa. Se il blog della tua attività rientri o no in questa definizione non lo decido io: è una domanda da fare a un avvocato. Quello che il parere ti consegna, in ogni caso, è un modo di ragionare.

Ci sono tre posizioni da cui puoi guardare questa notizia.

Se usi un chatbot per informarti, sappi che la risposta sulle notizie del giorno spesso nasce da articoli letti un attimo prima. Il chatbot è un intermediario, e la fonte resta da qualche parte, con un nome e un lavoro dietro.

Se usi un chatbot per produrre contenuti — la rassegna per i clienti, la newsletter, il post sul settore — il parere parla della responsabilità del fornitore, non della tua. Io ne ricavo comunque un’indicazione di lavoro: controlla i fatti, scrivi un testo che sia davvero tuo, indica le fonti. Sono cautele da redazione. Se un uso sia lecito, invece, si valuta caso per caso, e lì serve un avvocato.

Se hai i diritti sui contenuti che pubblichi e vuoi sottrarli all’estrazione di testo e di dati prevista dal 70-quater, la riserva deve essere espressa; la ricerca scientifica del 70-ter segue regole sue. E se vuoi capire quanto siano mobili le regole dei grandi programmi che leggono i siti, guarda cosa è successo con la clausola sui crawler di Meta, cambiata in pochi giorni.

Sulla forma, la linea la propone l’avvocato generale. Sulla riserva, la legge italiana chiede già che sia espressa.

Come portarlo nel tuo lavoro

Ecco come userei questo parere, da domani, in cinque mosse concrete.

  1. Prima di pubblicare un testo nato da una risposta dell’AI, chiediti se chi lo legge ha ancora un motivo per aprire l’originale. Se il tuo testo lo sostituisce, rimettilo in discussione: controlla i fatti, aggiungi il tuo contributo, indica la fonte. La parafrasi e il link, da soli, non garantiscono che l’uso sia lecito.
  2. Metti un collegamento chiaro alla fonte. Per la legge italiana i collegamenti ipertestuali stanno fuori dal diritto degli editori, e a chi ti legge il rimando serve: può andare a vedere da sé.
  3. Quando un chatbot ti racconta un fatto di cronaca o di mercato, apri le pagine da cui l’ha preso. Lo dico per lavoro, prima che per il diritto: una risposta riassunta può perdere le cautele, le date, i «secondo».
  4. Se hai i diritti sui contenuti del tuo sito, decidi se vuoi riservarne l’uso per l’estrazione di testo e di dati. Per il 70-quater, la riserva deve essere espressa.
  5. Se la tua azienda ha, o sta pensando, un assistente che va a cercare pagine sul web per rispondere ai clienti, i due fattori del parere sono due domande utili da farsi subito: ci entra dalla porta giusta? Riporta i fatti o ricopia la forma? È la mia lettura, e prima di decidere vale la pena sentire chi si occupa di diritto d’autore.

In tutti e cinque i casi la mossa è la stessa: tenere separato quello che è successo da come qualcuno l’ha raccontato. È un’abitudine da giornalisti. Con l’AI di mezzo, diventa un’abitudine da tutti.

Se vuoi lavorarci con la tua squadra, sulla pagina della formazione trovi i corsi che faccio nelle aziende sull’uso dell’AI.

Domande frequenti

Chi è l’avvocato generale e che valore ha il suo parere?

È un membro della Corte di giustizia che, prima della sentenza, propone ai giudici una soluzione «in piena indipendenza». Il suo parere si chiama «conclusioni» e non vincola la Corte, che può seguirlo o decidere diversamente. Nella causa C-250/25 l’avvocato generale è Maciej Szpunar.

Quindi addestrare un’AI sugli articoli di giornale è legale?

Il parere non lo decide: suggerisce di non rispondere alle domande sull’addestramento perché in questo caso sono «ipotetiche». Per completezza aggiunge che l’addestramento è, «di norma», consentito dall’eccezione per l’estrazione di testo e dati. In Italia l’eccezione ha due binari: il 70-ter, per la ricerca scientifica svolta dagli organismi di ricerca e dagli istituti di tutela del patrimonio culturale che la norma indica; il 70-quater, il regime generale, che chiede un accesso legittimo, l’assenza di una riserva espressa di chi ha i diritti, copie conservate solo per il tempo necessario e livelli di sicurezza almeno pari a quelli previsti dal 70-ter.

Che cos’è il RAG di cui parla la Corte?

È la «Generazione potenziata dal recupero», detta anche grounding: il chatbot cerca pagine sul web nel momento in cui gli fai la domanda e le usa per costruire la risposta. È il meccanismo che gli permette di parlarti delle notizie del giorno, e quello su cui si concentra il parere.

Quando una risposta di un chatbot viola i diritti di un editore, secondo il parere?

Per il diritto di riproduzione, Szpunar indica due fattori: se il chatbot ha avuto accesso all’articolo in modo illecito, per esempio aggirando un paywall, e se la risposta riusa la forma dell’articolo in modo riconoscibile, al punto che chi legge non ha più bisogno di andare all’originale. Il comunicato non dice se servano tutti e due insieme. Per la messa a disposizione del pubblico conta che la forma sia riconoscibile in modo sistematico nelle risposte, fino a quello stesso punto. I semplici fatti, per l’avvocato generale, non sono protetti da questo diritto.

Quando arriverà la sentenza e varrà anche in Italia?

La Corte scrive che la sentenza sarà pronunciata «in una data successiva», senza indicarla. Quando arriverà, la causa ungherese la deciderà il giudice di Budapest, ma l’interpretazione della Corte vincolerà anche gli altri giudici nazionali, compresi quelli italiani, davanti a un problema simile.

Se uso ChatGPT o Gemini per scrivere una newsletter sulle notizie del mio settore, rischio qualcosa?

Il parere riguarda la responsabilità di chi fornisce il chatbot verso gli editori, non quella di chi lo usa. Io ne ricavo alcune cautele da redazione: controlla i fatti, scrivi un testo tuo, evita di ricopiare la forma degli articoli e indica la fonte. Se un uso sia lecito si valuta caso per caso: per un caso concreto serve un avvocato.

Fonti

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Luca Masrè Passaro

Comunicazione, psicologia e persuasione. Autore del Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana.

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