Vai al contenuto
Luca Masrè Passaro
Laboratorio AI

luca@masrepassaro.com WhatsApp

home / blog

Social engineering: il colloquio era l’attacco

Social engineering: due colloqui finti, un compito da scaricare e uno strumento AI interno. Così, secondo Binance, è partito il furto da 6,34 miliardi.

LMP Luca Masrè Passaro
·
04.11.2026
Illustrazione in stile anime: sulla soglia di un laboratorio illuminato, uno sconosciuto con una maschera sorridente di carta offre un regalo a una persona giovane, mentre nell'ombra del giardino piccole creature scure aspettano di entrare

In breve

Martedì 3 novembre 2026 Binance, la più grande piattaforma di scambio di criptovalute al mondo, ha pubblicato il primo rapporto sul furto del 29 ottobre: circa 6,34 miliardi di dollari. Secondo Binance l’attacco è stato preparato per mesi. A giugno un ingegnere cercava su un motore di ricerca un noto strumento di intelligenza artificiale per programmare e ha installato una versione manomessa di Homebrew, un programma che serve a installare altri programmi. A settembre un secondo ingegnere è stato contattato su una piattaforma di ricerca del lavoro, ha fatto due colloqui con un’azienda inventata e ha scaricato un «compito» con dentro un programma malevolo. Il 20 ottobre gli attaccanti hanno usato quel computer e uno strumento AI interno di Binance per prendere il controllo dei computer di altri due ingegneri. L’FBI attribuisce il furto a un gruppo della Corea del Nord. Il colloquio è social engineering, l’arte di farsi aprire la porta da chi sta dentro. E tutte e due le volte il programma malevolo è entrato perché qualcuno l’ha fatto entrare: a giugno dopo un annuncio, a settembre dopo un colloquio.

Due colloqui di lavoro. Il primo in videochiamata, con una persona delle risorse umane che, per farsi conoscere, ti mostra un suo profilo social con foto e video personali. Il secondo con l’amministratore delegato dell’azienda. Poi la prova pratica, come capita in tanti colloqui per programmatori: scarica questo codice, fallo partire, facci vedere come lavori.

L’azienda era inventata. Il sedicente amministratore delegato recitava una parte. E la prova, una volta fatta partire, ha aperto il computer agli attaccanti.

È una delle tappe del furto che Binance ha raccontato martedì 3 novembre, nel suo primo rapporto sull’attacco del 29 ottobre: circa 6,34 miliardi di dollari in criptovalute, il furto di criptovalute più grande mai registrato secondo Fortune e The National. Binance è la più grande piattaforma di scambio di criptovalute al mondo. Il gruppo che l’ha colpita, secondo l’FBI, lavora per la Corea del Nord.

La cifra fa titolo. A me interessa un’altra cosa. Nel racconto di Binance, le prime due porte le hanno aperte, senza saperlo, due dipendenti che facevano cose di tutti i giorni: cercare un programma, rispondere a un’offerta di lavoro, fare una prova. Si chiama social engineering, ingegneria sociale: un attacco in cui qualcuno viene ingannato e consegna da sé quello che servirebbe rubare.

Ed è la parte che riguarda anche te, anche se magari non hai mai comprato una criptovaluta.

Quattro tappe, da giugno al 29 ottobre

Il rapporto è un primo resoconto: l’indagine continua e i risultati passeranno da esperti esterni. Il rapporto originale non sono riuscito ad aprirlo: il sito di Binance blocca i programmi che leggono le pagine in automatico. Le frasi che riporto arrivano quindi dalle testate che lo citano: Fortune, CNBC, Reuters, BleepingComputer, The Verge, The National, crypto.news. Secondo Punto Informatico, l’accesso è avvenuto in quattro fasi.

Giugno: uno strumento AI cercato online

Un ingegnere della squadra che gestisce l’infrastruttura dei portafogli di Binance, nel rapporto «Wallet DevOps Engineer A», cerca su un motore di ricerca un noto strumento di intelligenza artificiale per programmare. Per installarlo scarica Homebrew, il programma che sui Mac e su Linux serve a installare altri programmi. Ma non lo prende dai canali dell’azienda. Secondo Fortune ha cliccato un annuncio su internet che proponeva una versione manomessa. Quale fosse lo strumento AI e quale il motore di ricerca, Binance non l’ha detto, nota The National.

La sicurezza di Binance se ne accorge. Sostituisce il computer, cambia le credenziali per precauzione. Ma intanto, scrive l’azienda nel passaggio riportato da CNBC, il ruolo di quell’ingegnere e quello dei colleghi della squadra dei portafogli erano già finiti sotto gli occhi dell’attaccante. Il computer era stato cambiato. Ma il ladro sapeva già chi cercare.

Settembre: il colloquio

Un secondo ingegnere, «Software Engineer B», viene contattato su una piattaforma vera di ricerca del lavoro, LinkedIn secondo Fortune e Punto Informatico. Gli scrive qualcuno che si presenta come responsabile di progetto (project director) di un’azienda che non esiste. Il profilo dell’ingegnere, riporta Fortune citando il rapporto, parlava della sua esperienza in Binance.

Primo colloquio: una videochiamata dal vivo con una persona che si presenta come addetta alle risorse umane e che, scrive BleepingComputer, condivide un account social con foto e video personali per creare fiducia. Secondo colloquio, su una nota app di messaggistica, con qualcuno che dice di essere l’amministratore delegato. Alla fine la richiesta: scaricare un compito di programmazione da un archivio di codice online. Secondo crypto.news, sul computer di lavoro.

Dentro c’era un programma malevolo mai osservato prima, che Binance chiama «0-day malware» e che, scrive, usava tecniche raffinate per nascondersi ed eludere i controlli. La protezione installata sui computer dei dipendenti non l’ha rilevato. Il programma ha sostituito pyenv, uno strumento che i programmatori usano per tenere più versioni del linguaggio Python sullo stesso computer, con una copia truccata collegata a un server degli attaccanti. E l’attaccante, scrive Binance, ha nascosto l’attività e cancellato le tracce dell’intrusione. A giugno i sistemi di sicurezza avevano visto l’intrusione. A settembre no.

20 ottobre: lo strumento AI interno

Qui il rapporto, nella frase riportata da Fortune, è asciutto: l’attaccante «ha sfruttato il computer compromesso dell’ingegnere B e ha usato uno strumento AI interno per ottenere il controllo» di due ingegneri dei portafogli, A, quello di giugno, e un terzo, C. Cioè, precisano Reuters e crypto.news, dei loro computer. Poco dopo scopre che sul computer di A c’è un token per pubblicare container.

Traduco. Un token è un lasciapassare: un codice che ti fa entrare senza password. Un container è un pacchetto con dentro un programma pronto a girare su un server. Chi ha quel token può mettere in funzione programmi nei sistemi di Binance.

29 ottobre: il furto

Dal computer di C, con le credenziali rubate ad A, gli attaccanti mettono in funzione un container e fanno partire uno script, cioè una sequenza di comandi, che arriva al servizio che firma le transazioni dei portafogli. Secondo il rapporto citato da crypto.news, fra le 20:05 e le 20:09 UTC cinque portafogli caldi di Binance, quelli collegati alla rete per le operazioni di tutti i giorni, trasferiscono 233,46 milioni di XRP a un indirizzo degli attaccanti. Seguono altre criptovalute, su più blockchain, i registri digitali dove vengono annotate le transazioni.

C’è un dettaglio che spiega perché fermare i prelievi non è bastato. Con il servizio di firma, gli attaccanti hanno dato a un loro programma il permesso di muovere fondi da un portafoglio su Ethereum, usando un meccanismo chiamato EIP-7702, che permette a un portafoglio di affidare le operazioni a un altro codice. Sospendere i prelievi non cancellava quei permessi. E il portafoglio usava una firma divisa fra più parti, chiamata MPC: nessuno aveva la chiave intera. Il rapporto, nella frase riportata da The Verge, lo dice così: non c’era una chiave privata unica con cui revocare subito le autorizzazioni. L’ultimo trasferimento non autorizzato si è chiuso alle 23:56 UTC. La delega è stata cancellata alle 00:10 del 30 ottobre.

Ogni tappa, presa da sola, sembra piccola. Messe in fila, valgono 6,34 miliardi di dollari.

Il colloquio, letto da chi studia la persuasione

Qui entro nel mio campo, e lo dico chiaro: il rapporto racconta i fatti, quella che segue è la mia lettura di come sono costruiti. Perché il colloquio di settembre ha la forma di una sequenza persuasiva fatta bene. Ogni passo prepara il successivo.

Il primo passo è il canale. Il contatto arriva da una piattaforma vera, dove le persone cercano davvero lavoro. La fiducia che hai nella piattaforma, senza accorgertene, la presti a chi ti scrive lì sopra. Il messaggio arriva in un posto rispettabile, quindi sembra rispettabile anche lui.

Il secondo è la scelta della persona. Il profilo citava Binance, e Binance era il bersaglio. Secondo un portavoce sentito da Fortune, in Binance i dipendenti con ruoli non esposti al pubblico non possono tenere un profilo su LinkedIn; il portavoce non ha voluto dire se l’ingegnere avesse violato la regola. Io aggiungo solo questo: quello che scrivi in pubblico per farti trovare dai selezionatori veri lo leggono anche quelli finti.

Il terzo è la faccia. Una videochiamata dal vivo, un profilo con foto e video personali. Una persona con una vita, delle foto, dei video, smette di essere uno sconosciuto. Diventa qualcuno che conosci un po’. E di chi conosci un po’, ti fidi di più.

Il quarto è l’autorità. Il secondo colloquio è con l’amministratore delegato. Salire di grado dice che la cosa si fa seria, e a chi sta in alto si dice di sì più volentieri. Robert Cialdini lo chiama principio di autorità, ed è uno dei sette di cui ho scritto nel pezzo sulla persuasione.

Il quinto è il compito, messo alla fine. Dopo due colloqui hai investito tempo, energia, speranza. Dire di no alla prova vorrebbe dire buttare via tutto proprio a un passo dal traguardo. È il principio di impegno e coerenza: chi ha detto sì ai primi passi tende a dire sì anche al successivo. Per Reuters l’ingegnere stava cercando un nuovo lavoro. L’esca, quindi, aveva la forma esatta del suo desiderio.

E qui sta il colpo vero. Dopo due colloqui, la prova di programmazione aveva l’aria di un passaggio previsto, quasi un buon segno. Il trucco stava nel percorso che la rendeva normale. Il rischio stava dove The Verge dice che lo si segnala da anni: far girare codice di sconosciuti su un computer che tocca il lavoro.

Non è una tecnica nuova. BleepingComputer ricorda le campagne nordcoreane chiamate Contagious Interview e Operation Dream Job: finti selezionatori, finti colloqui, compiti di programmazione con dentro un programma malevolo. A giugno 2025 la società di sicurezza Socket aveva segnalato una di queste campagne su LinkedIn, con 35 pacchetti di codice malevoli mandati agli sviluppatori. Binance non ha collegato il suo caso a una campagna precisa; BleepingComputer nota che lo schema è molto simile. The Verge lo dice in modo secco: del pericolo dei colloqui che chiedono di scaricare e far girare codice su computer che toccano materiale di lavoro si parla da anni. E Binance stessa, secondo Fortune, dice di aver individuato e bloccato nel 2026 57 tentativi di attacco legati alla Corea del Nord, e di aver già segnalato i tentativi di colpire i suoi dipendenti su LinkedIn.

Il rischio, quindi, Binance lo conosceva e l’aveva già segnalato. Per la mia lettura, riconoscerlo nel momento concreto è un’altra faccenda: sapere che un trucco esiste aiuta poco, quando il trucco ti offre proprio quello che stai cercando.

Dove c’entra l’intelligenza artificiale

All’inizio, scrive Fortune, molti avevano pensato che gli hacker avessero usato l’AI per entrare. Il racconto di Binance, scrive Fortune, mostra altro: per entrare sono serviti soprattutto metodi classici, cioè inganni e programmi truccati. Nel racconto dell’attacco l’AI compare in due punti. E tutti e due, secondo me, insegnano più di un’AI che attacca da sola.

La prima volta è all’inizio, ed è un’AI cercata. A giugno l’ingegnere voleva installare un noto strumento AI per programmare, l’ha cercato su un motore di ricerca e, secondo Fortune, ha cliccato un annuncio. È un gesto che oggi fanno in tanti: un nome sentito ieri, una ricerca veloce, il primo risultato. A fine ottobre ho raccontato uno schema simile nel pezzo sul download di Claude: annunci a pagamento in cima alle ricerche, pagine ospitate sul sito vero di Claude e, alla fine, un programma che ruba dati. Per come la vedo, uno strumento nuovo e desiderato fa da esca da solo: la voglia di provarlo può far abbassare l’attenzione.

La seconda volta l’AI è dentro l’azienda. Il 20 ottobre l’attaccante ha usato uno strumento AI interno per prendere il controllo dei computer di due ingegneri dei portafogli. Binance, nella frase riportata da The National, mette quello strumento compromesso nell’elenco delle tecniche usate, accanto ai finti colloqui e ai programmi scaricati. Come sia stato usato, le ricostruzioni che ho letto non lo dicono. The Verge lo fa notare: ci sono pochi dettagli su quello strumento e sul perché abbia potuto aiutare gli attaccanti. Binance dice di averlo ricostruito, insieme ai controlli di accesso.

Da qui in poi è la mia lettura, e la tengo distinta dai fatti. Uno strumento AI interno è utile proprio perché può fare cose: cercare, leggere, eseguire, parlare con altri sistemi per conto di chi lo usa. Se qualcuno prende il controllo del tuo computer o del tuo account, la domanda che conta è quali di quelle cose potrebbe fargli fare con i permessi che trova. Cosa potesse fare quello di Binance, le fonti non lo dicono. Dicono che è servito a passare da un computer ad altri due.

E c’è un altro dettaglio, meno vistoso. Il token per pubblicare container si trovava sul computer di A: un lasciapassare potente, sul computer di una persona che gli attaccanti erano riusciti a raggiungere. Come fosse custodito, le fonti non lo precisano. A me richiama il rischio che ho raccontato ieri nel pezzo sul LLMjacking: credenziali rubate che permettono a qualcun altro di operare a nome tuo.

L’AI, in questa storia, è un passaggio dentro casa. Il ladro l’ha trovato e l’ha usato.

Lo stesso copione, in piccolo

Non hai un portafoglio da miliardi e la Corea del Nord, con ogni probabilità, non sa che esisti. Va bene. Ma guarda le mosse con cui è cominciato tutto, una per una: un annuncio trovato cercando un programma, un profilo, due colloqui, il primo in videochiamata e il secondo su un’app di messaggistica, un compito da scaricare. La mia lettura è che nessuna di queste richieda i mezzi di uno Stato. Il programma mai osservato prima è la parte difficile, e secondo l’FBI dietro c’è un’attività della Corea del Nord. Ma per partire ha avuto bisogno della fiducia: secondo BleepingComputer, il computer è stato compromesso quando l’ingegnere ha fatto girare il codice del compito.

Se lavori in proprio o in un’azienda piccola, quelle mosse hanno facce che conosci. Faccio qualche esempio mio. Un cliente nuovo che ti manda un file da aprire «per il preventivo». Una proposta di collaborazione che chiede di installare un’app per una prova. Un selezionatore gentilissimo che cerca un collaboratore per il tuo studio e ti manda un link. E poi gli strumenti AI, che in questi mesi installi uno dopo l’altro, a volte in fretta, a volte dal primo risultato.

Poi c’è la parte che riguarda chi l’AI l’ha già collegata a tutto. Un assistente che legge la tua posta, il tuo Drive, il gestionale, è comodo per te. Per la mia lettura, può diventare comodo anche per chi riuscisse a prendere il tuo posto. Il caso Binance non dice come sia andata con il loro strumento. Dice che è servito, e tanto basta per chiedersi cosa potrebbe fare il tuo.

E la faccia in videochiamata? BleepingComputer descrive una videochiamata dal vivo con una persona che recitava il ruolo dell’addetta alle risorse umane. Le fonti che ho letto non parlano di deepfake, cioè di video falsi costruiti con l’AI, e sulla persona in video non dicono altro. La lezione però è la stessa del pezzo sulla truffa del CEO: prima di fidarti del volto sullo schermo, verifica chi c’è dietro con un contatto dell’azienda che trovi da solo, fuori dalla conversazione.

Il bottino era da miliardi. L’esca era un colloquio.

Come portarlo nel tuo lavoro

Sono consigli miei, ricavati dal caso, e valgono per una persona sola come per un ufficio di dieci.

  1. Gli strumenti AI si scaricano dal sito ufficiale. Scrivi l’indirizzo a mano o parti dalla pagina del produttore, e salta gli annunci in cima alle ricerche. Fai doppia attenzione ai programmi che si installano copiando un comando nel Terminale, come Homebrew: quel comando fa tutto quello che c’è scritto, e lo fa con i tuoi permessi.
  2. La prova di un colloquio gira lontano dal lavoro. Se un’offerta ti chiede di scaricare e far partire del codice, usa un computer che non tocca niente di tuo: account aziendali, password salvate, documenti dei clienti restano altrove. Oppure chiedi di fare la prova in un altro modo, a voce o su una piattaforma loro.
  3. Verifica chi ti cerca da un secondo canale. L’azienda ha un sito, una sede, un numero di telefono, persone che trovi anche fuori dalla piattaforma? Un’offerta vera regge una telefonata al centralino. Vale per i selezionatori e vale per i clienti nuovi con molta fretta.
  4. Togli i lasciapassare dal portatile. Token e chiavi API, cioè i codici che autorizzano l’accesso a servizi e funzioni, stanno meglio in un gestore di password o in un servizio fatto per custodirli. Il mio consiglio: permessi limitati al necessario e, quando si può, una scadenza.
  5. Guarda cosa può fare l’AI che hai collegato. Per ogni assistente con accesso a posta, Drive o gestionale, chiediti: se qualcuno si sedesse al mio posto, cosa potrebbe fargli fare? Poi dagli i permessi che servono al suo lavoro, e solo quelli.
  6. Rendi normale chiedere. Per me la difesa più forte contro il social engineering è una persona che può dire «mi è arrivata una cosa strana» senza sentirsi stupida. In un ufficio piccolo basta una regola detta ad alta voce: prima di aprire, scaricare o installare qualcosa che arriva da fuori, si chiede.

Un colloquio vero regge una domanda in più. È quella che vale la pena fare.

Domande frequenti

Cos’è il social engineering?

È un attacco in cui qualcuno viene ingannato e fa da sé quello che serve all’attaccante: rivela un’informazione, apre un file, installa un programma, consegna una credenziale. In italiano si dice ingegneria sociale. Nel caso Binance ha preso la forma di un falso colloquio di lavoro, con una prova da scaricare.

Come è avvenuto il furto a Binance?

Secondo il rapporto pubblicato da Binance il 3 novembre 2026, in quattro fasi: a giugno un ingegnere installa una versione manomessa di Homebrew cercando uno strumento AI per programmare; a settembre un secondo ingegnere scarica un compito infetto dopo due colloqui finti; il 20 ottobre gli attaccanti usano quel computer e uno strumento AI interno per prendere il controllo dei computer di altri due ingegneri; il 29 ottobre, con le credenziali rubate, arrivano al servizio che firma le transazioni e trasferiscono circa 6,34 miliardi di dollari in criptovalute.

Che ruolo ha avuto l’intelligenza artificiale?

Due ruoli, secondo il racconto di Binance. All’inizio come esca: l’ingegnere di giugno cercava un noto strumento AI per programmare. Poi come passaggio interno: il 20 ottobre gli attaccanti hanno usato uno strumento AI di Binance per prendere il controllo dei computer di altri due ingegneri. Come l’abbiano usato, le ricostruzioni che ho letto non lo dicono. Per Fortune, per entrare sono serviti soprattutto metodi classici di inganno.

Chi c’è dietro l’attacco?

L’FBI, in un avviso del 31 ottobre 2026, lo attribuisce alla Corea del Nord e chiama questa attività «TraderTraitor». Secondo Reuters la Corea del Nord ha respinto l’accusa. Secondo CNBC, il co-amministratore delegato di Binance, Richard Teng, non ha attribuito personalmente l’attacco alla Corea del Nord, ma ha riconosciuto che l’FBI lo collega ad attaccanti nordcoreani del gruppo TraderTraitor.

I clienti di Binance hanno perso soldi?

Binance dice di no: Teng ha scritto che nessun utente sopporta la perdita. Secondo l’azienda, il 98% delle criptovalute colpite era già stato rimpiazzato al 31 ottobre e circa 2,85 miliardi di dollari erano stati congelati o intercettati al 3 novembre. Binance ha chiesto scusa: «Non sarebbe dovuto succedere».

Come riconosco un falso selezionatore?

Dalle richieste più che dai modi, che possono essere ottimi. Il segnale che conta è una richiesta che esce dal colloquio ed entra nel tuo computer: scaricare codice, installare un’app, aprire un file da far girare. Prima di farlo, verifica l’azienda da un secondo canale e, se la prova è vera, falla su un computer che non tocca niente di tuo.

Fonti

Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana — Luca Masrè Passaro
// dal libro
Ti è piaciuto? Nel libro vado più a fondo.

31 capitoli su come funzioniamo. In uscita 16 settembre 2026.

Scopri il libro →
Luca Masrè Passaro
// scritto da
Luca Masrè Passaro

Comunicazione, psicologia e persuasione. Autore del Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana.

leggi la mia storia →
// LA MAIL

Hai letto fino a qui.

Continua sulla mail.

Una al mese, al massimo. Solo quando ho qualcosa di buono da dirti.

// continua a leggere

Altri pezzi dalla stessa categoria