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Luca Masrè Passaro
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Gmail e pubblicità: la promessa ha un «a meno che»

Privacy Google: dal 16 ottobre Gmail e Foto possono servire agli annunci, se li colleghi alla Ricerca con l’AI. In Italia la funzione per ora manca.

LMP Luca Masrè Passaro
·
24.10.2026
Illustrazione: cassetta della posta piena di lettere e foto accanto a un muro di pietra con una porta nuova ancora chiusa; oltre il muro un mercato illuminato, un gatto osserva dall'alto

In breve

Dal 16 ottobre 2026 l’informativa privacy di Google, anche nella versione italiana, ha una frase più lunga. Prima diceva: «Non mostriamo annunci personalizzati basati sui tuoi contenuti di Drive, Gmail o Foto». Ora continua: «a meno che tu non scelga di rendere disponibili i dati di questi servizi ad altri servizi Google che supportano gli annunci personalizzati». Il caso tipico è Personal Intelligence, che permette all’intelligenza artificiale di Google di usare i dati delle tue app per personalizzare le risposte: in Gemini attinge a Gmail, Foto, Ricerca e YouTube, nella Ricerca con AI Mode a Gmail, Calendar e Foto. Google dice che collegare le app è una scelta volontaria e che gli annunci non saranno basati «direttamente» sulla casella di posta o sulla libreria di foto; la sua guida aggiunge che riassunti, estratti e deduzioni tratti da quelle app possono servire anche a mostrarti annunci. In Italia, secondo le pagine di Google, quel collegamento oggi non è disponibile. La frase, però, è già scritta nell’informativa in italiano.

Da tempo, nell’informativa privacy di Google, c’era una riga che faceva da muro. Corta, netta, senza appigli: «Non mostriamo annunci personalizzati basati sui tuoi contenuti di Drive, Gmail o Foto».

Dal 16 ottobre 2026 quel muro ha una porta. La riga è rimasta al suo posto, ma adesso prosegue: «Non ti mostriamo annunci personalizzati basati sui tuoi contenuti di Drive, Gmail o Google Foto, a meno che tu non scelga di rendere disponibili i dati di questi servizi ad altri servizi Google che supportano gli annunci personalizzati».

Google non l’ha annunciato. L’ha scritto. Il cambio l’ha notato Android Authority, Techlicious ne ha scritto il 19 ottobre, e il 23 ottobre The Verge e Ars Technica ne hanno fatto una notizia; Ars ha anche ottenuto una dichiarazione dell’azienda. Nelle ricerche di stamattina non ho trovato testate italiane che ne abbiano scritto.

Questa è una storia di pubblicità, di intelligenza artificiale e di una porta che in Italia, per ora, è murata. Soprattutto, però, è una storia di parole. Di come una promessa, invece di rompersi, si allunga.

Cosa c’era scritto, cosa c’è scritto

Una cosa va detta subito, perché è giusta: Google tiene un archivio pubblico di tutte le versioni della sua informativa, con una pagina che mette a confronto l’ultima con la precedente, riga per riga. È trasparenza vera. Solo in ottobre le versioni sono tre: 1, 12 e 16 ottobre. Chi vuole sapere cosa è cambiato, lo trova.

Fra la versione del 12 e quella del 16 ottobre cambiano, nella sostanza, tre passaggi. Più una voce nuova nel glossario.

Il permesso

Nella parte su come Google personalizza i servizi compare un paragrafo che prima non c’era: «Puoi scegliere di consentire a determinati servizi Google, inclusi servizi come la Ricerca o le app Gemini, di accedere ai dati di altri servizi Google che utilizzi, come Google Foto e le app Workspace come Gmail e Drive, al fine di offrirti un’esperienza più personalizzata, in conformità alle norme e alle impostazioni del servizio che accede ai dati». La frase successiva: «Ad esempio, la Ricerca potrebbe trattare alcuni dei dati a cui l’autorizzi ad accedere per personalizzare i contenuti, inclusi gli annunci».

Le ultime tre parole sono quelle che pesano.

Gli annunci

Prima Google scriveva che poteva mostrarti annunci personalizzati «in base ai tuoi interessi e alla tua attività sui servizi Google». Ora scrive «in base ai tuoi interessi, alla tua attività o ai contenuti personalizzati dei servizi Google». Una voce in più nell’elenco, nella stessa frase.

La promessa

È la riga da cui siamo partiti, con la coda nuova: «a meno che tu non scelga di rendere disponibili i dati di questi servizi ad altri servizi Google che supportano gli annunci personalizzati».

Poi c’è il glossario, dove Google spiega cosa intende per «personalizzare i contenuti». La voce nuova nomina la funzione: «Se scegli di consentire a determinati servizi di trattare i dati provenienti da altri servizi, anche per funzionalità come Personal Intelligence, gli stessi dati potrebbero essere utilizzati per personalizzare la tua esperienza». L’esempio è una prenotazione d’albergo: se chiedi alla Ricerca qualcosa sul tuo ultimo soggiorno, la Ricerca potrebbe prendere i dettagli dall’email di conferma e suggerirti cosa fare vicino all’hotel.

Letti in fila, i pezzi raccontano una sequenza. Se colleghi la posta alla Ricerca, la Ricerca potrebbe usare alcuni dei dati a cui le dai accesso per personalizzare quello che ti mostra. E fra le cose che ti mostra, dice l’informativa, ci sono anche gli annunci.

Il muro c’è ancora. Ha una porta, e la maniglia sta dalla tua parte.

La porta si chiama Personal Intelligence

Personal Intelligence è la funzione con cui Google lascia che la sua intelligenza artificiale peschi nei tuoi dati. Secondo Ars Technica è uscita all’inizio del 2026. Nella pagina ufficiale di Gemini, Google la descrive così: Gemini «collega i puntini» fra le tue app Google, come Gmail, Foto, la Ricerca e YouTube, per darti suggerimenti cuciti sul tuo mondo. Decidi tu quali app collegare, e puoi cambiare le impostazioni quando vuoi.

C’è poi la versione per la Ricerca. Lì si collegano Google Workspace, per ora Gmail e Calendar, e Google Foto, al servizio di AI Mode, la ricerca di Google che risponde con un testo scritto dall’intelligenza artificiale. Con qualche limite in più: Calendar, scrive la guida, si collega solo negli Stati Uniti e in inglese, e Foto non è disponibile in tutte le regioni. L’esempio di Google è questo: se chiedi un ristorante, AI Mode può tenere conto delle prenotazioni che hai già fatto.

Utile. Davvero. Chi non vorrebbe un assistente che ricorda dove ha cenato bene?

Nella stessa guida, però, c’è una nota che vale la pena leggere due volte. Collegare le app di contenuti alla Ricerca significa che tutti i servizi della Ricerca potranno accedere a Workspace, cioè per ora Gmail e Calendar, e a Google Foto. E i servizi della Ricerca, elenca Google, sono sette: la Ricerca, che comprende AI Mode e Discover, poi Maps, Shopping, Voli, Hotel, Traduttore e News. Accendi la luce per una stanza, e la corrente arriva in tutta l’ala della casa.

Un’ultima precisazione, per dare a ogni cosa il suo peso. Secondo Ars Technica, l’app Gemini oggi non mostra annunci; la pubblicità può comparire negli strumenti di ricerca con l’AI. La porta, insomma, si apre soprattutto dal lato della Ricerca.

La comodità sta in un’app. Il permesso vale per sette servizi.

Tutto il peso su un avverbio

Ad Ars Technica, Google ha mandato questa dichiarazione, che riporto per intero: «Collegare le app è una scelta del tutto volontaria. Gli annunci continueranno a essere pertinenti a cose come la tua domanda, il contesto della risposta e i tuoi interessi. Gli annunci non saranno basati direttamente sulla tua casella Gmail o sulla tua libreria di Foto e, come sempre, le informazioni sensibili non saranno usate per personalizzare gli annunci».

Un portavoce ha aggiunto, sempre secondo Ars, che il chiarimento non cambia il modo in cui Google tratta i tuoi dati con i partner pubblicitari: l’azienda non scandaglia l’intera casella di posta per arricchire il tuo profilo e non passa questi dati a terzi. The Verge aggiunge che gli inserzionisti non vedono le informazioni di Drive, Gmail e Foto. Per nome e indirizzo email, l’informativa di Google precisa che non li condivide con gli inserzionisti, a meno che tu non abbia dato il permesso. E Google esclude gli annunci personalizzati basati su categorie sensibili come etnia, orientamento sessuale, religione o salute.

Fin qui, rassicurante. Adesso guarda la parola che regge tutta la dichiarazione: «direttamente».

La stessa parola sta nella guida di Google su come collegare le app alla Ricerca, fra le domande frequenti. Alla domanda se, collegando le app, la casella Gmail o la libreria di Foto saranno usate per mostrarti annunci, la risposta comincia così: gli annunci «non saranno basati direttamente» sulla tua casella o sulla tua libreria. E prosegue: se colleghi le app, la Ricerca può attingere a «riassunti, estratti e deduzioni» tratti da queste fonti per personalizzare la tua esperienza e fare cose per te. Poi la frase che chiude il cerchio: «Le stesse informazioni possono essere usate per mostrarti annunci, così ti sono ancora più utili».

La rassicurazione e l’ammissione stanno nella stessa risposta, a una riga di distanza. Non serve nemmeno l’interpretazione dei giornalisti. Ars Technica, comunque, la legge allo stesso modo: secondo la testata, la dichiarazione di Google è un modo tortuoso di confermare che i dati di Workspace e Foto possono contare per gli annunci. E il portavoce, nella parafrasi di Ars, lo dice in chiaro: se fai passare dati personali da uno strumento di ricerca con l’AI, gli annunci che ti mostra potrebbero basarsi su quelle informazioni.

E guarda come è costruita l’ultima frase della guida. Non dice «useremo i tuoi dati per la pubblicità». Dice che le informazioni possono servire agli annunci «così ti sono ancora più utili». Il costo arriva vestito da regalo.

Proviamo a tradurlo in una scena, del tutto ipotetica. Hai collegato le app e chiedi ad AI Mode di ritrovarti la conferma di quel volo per Lisbona. In questa scena le informazioni ricavate dalla mail potrebbero contribuire a personalizzare anche gli annunci: Google scrive che saranno pertinenti «alla tua domanda» e «al contesto della risposta». Quanto è sottile la distanza fra la mail e quello che se ne ricava? Nella stessa guida, parlando di addestramento dei modelli e di revisione da parte di persone, Google precisa che quando un’email è breve o particolarmente rilevante per la domanda, il riassunto può essere l’email stessa.

Le due affermazioni possono essere vere insieme. È proprio questo il punto. Una frase rassicura sul contenitore. L’altra lascia aperto quello che ne esce.

Per l’addestramento e la revisione umana, quello che Google chiama riassunto può contenere un’email intera.

E in Italia?

Qui arriva la parte che negli articoli americani manca, e che a te interessa di più.

La pagina ufficiale di Personal Intelligence dice che la funzione è in beta e arriva agli utenti idonei in tutto il mondo, con quattro eccezioni: lo Spazio economico europeo, cioè l’area europea di cui fa parte anche l’Italia, la Svizzera, il Regno Unito e la Nigeria. La stessa pagina chiede di avere più di 18 anni e un account Google personale: la beta, scrive Google, è esclusa per gli account Workspace di lavoro, delle grandi aziende e della scuola.

Per la Ricerca il quadro torna. La guida su come collegare le app di contenuti ai servizi della Ricerca riserva la funzione a chi ha almeno 18 anni e ha un elenco dei paesi in cui è disponibile. L’Italia non c’è. Nella sezione «Europa, Medio Oriente e Africa» compaiono paesi come Albania, Serbia, Montenegro e Moldavia; dell’Unione europea, nessuno. E la memoria di AI Mode, quella che ricorda le tue preferenze da una ricerca all’altra, secondo la guida di Google funziona negli Stati Uniti, in inglese.

Tradotto: secondo le pagine di Google, oggi dall’Italia questo collegamento delle app non è disponibile. L’esclusione riguarda questa funzione e basta: la cronologia e la personalizzazione degli altri servizi hanno impostazioni proprie, e su quelle torniamo fra poco.

Eppure la frase c’è. L’informativa in italiano porta la scritta «In vigore dal giorno 16 ottobre 2026» e contiene, parola per parola, il «a meno che» e l’esempio dell’albergo. Le pagine di Google non dicono se e quando Personal Intelligence arriverà in Europa. Nella parte dedicata ai requisiti europei, l’informativa ricorda che per alcuni scopi specifici Google chiede il tuo consenso e che puoi ritirarlo quando vuoi.

È uno schema che chi segue Google dall’Italia conosce già. Lo avevamo visto con Gemini 4 Argon arrivato in Italia senza le funzioni che lavorano da sole: il cervello arriva subito, le mani più tardi. Questa volta arriva prima ancora il regolamento.

La frase è già tradotta in italiano. La porta, per ora, è murata.

Come si allunga una promessa

Le grandi aziende raramente rompono una promessa. La aggiornano. Aggiungono una virgola, un «salvo», un «a meno che». La frase di prima resta intatta, sopravvive dentro quella nuova, e chi la ricordava continua a riconoscerla. È la tecnica più elegante che esista per cambiare idea senza che sembri: tenere le parole vecchie e cambiare quello che viene dopo.

La settimana scorsa Meta ha fatto il gesto opposto: dalle condizioni per le aziende che entrano in vigore il 30 ottobre ha tolto la parola «addestrare», mentre il permesso di entrare nei siti collegati è rimasto. Meta ha tolto una parola. Google ha aggiunto una condizione. Le mosse sono diverse. A me pare che in tutti e due i casi le parole si siano spostate più vicino a quello che il prodotto chiede di fare.

Poi c’è il modo in cui ci si arriva, alla porta. Ars Technica osserva che Personal Intelligence è davvero facoltativa, ma che Google usa inviti e finestre a comparsa per spingere ad attivarla senza spiegare fino in fondo le conseguenze; tanto che, scrive, potresti averla accesa senza rendertene conto. È un meccanismo che conosci, perché funziona su tutti: il vantaggio è concreto e immediato, il ristorante giusto, il volo ritrovato in un secondo. Il costo è astratto e lontano, e sta scritto in un documento che si apre di rado. Una scelta presentata così ha già un lato in discesa.

Lo dicevamo a proposito di come le parole creano la realtà: chi sceglie le parole sceglie anche cosa vedrai per primo. «Esperienza più personalizzata» è una formula che fa venire voglia di dire sì. «Annunci basati sulla tua posta» farebbe venire voglia di pensarci. Descrivono la stessa porta.

E qui il ribaltamento finale. La trasparenza, in questa storia, c’era tutta: archivio pubblico, versioni datate, pagina di confronto. La modifica era pubblica dal 16 ottobre. Techlicious ne ha scritto il 19; il 23 sono arrivati gli articoli di The Verge e Ars Technica. Per giorni il cambio è rimasto lì, alla luce del sole, prima di arrivare sulle testate grandi.

La trasparenza funziona a metà. L’altra metà tocca a chi legge.

Come portarlo nel tuo lavoro

In Italia il collegamento delle app descritto qui oggi non è disponibile. Puoi comunque capire fin da ora cosa prevede l’informativa, senza dare per scontato che la funzione arrivi. Se un giorno comparirà un invito, lo valuterai con le condizioni di quel momento, e con qualche domanda già pronta.

La prima domanda è: quale servizio riceverà i dati? Per il collegamento alla Ricerca, la guida attuale prevede l’accesso per tutti e sette i servizi della Ricerca e il possibile uso di riassunti ed estratti anche per gli annunci. Per Gemini valgono le sue condizioni e le sue impostazioni; secondo Ars Technica, oggi l’app non mostra annunci. In Gemini, scrive Google, scegli tu quali app collegare. Puoi accettare, perché il servizio ti è utile. Puoi rifiutare. L’importante è che sia una scelta.

La seconda riguarda chi lavora con un account personale. Se gestisci i clienti dalla Gmail di casa, lì dentro ci sono fatture, contratti, preventivi, magari le foto dei cantieri. È esattamente il tipo di contenuto che quella clausola rende disponibile, se colleghi le app. E la guida della Ricerca aggiunge due cose che pesano più della pubblicità. Se colleghi le app, Google può usare quei dati per migliorare i suoi servizi, anche addestrando i suoi modelli di AI. E una parte dei dati trattati da AI Mode, compresi riassunti ed estratti delle tue email, viene rivista da persone, anche fornitori di servizi formati allo scopo; prima che la vedano i fornitori, Google dice di staccarla dal tuo account e di ridurre le informazioni personali, salvo i casi di abusi o danni. Il consiglio, lo scrive Google stessa: non collegare le app se contengono informazioni personali o riservate che non vorresti far vedere a un revisore. Google scrive anche che la beta di Personal Intelligence in Gemini è esclusa per gli account Workspace di lavoro. Per me, separare le due caselle è una scelta di ordine: i documenti dei clienti da una parte, la vita privata dall’altra.

La terza è sapere dove guardare. Ars Technica indica due strade: le impostazioni di Gemini dedicate a Personal Intelligence, dove si scollegano le app, e nell’account Google la sezione dei dati e della privacy, poi le impostazioni di personalizzazione, fino ai consigli personalizzati dei servizi della Ricerca e alle app di contenuti collegate. Già oggi, invece, puoi controllare quali attività Google conserva. La nuova cronologia dei servizi della Ricerca raccoglie, per esempio, le tue ricerche e le risposte dell’intelligenza artificiale, e secondo la guida di Google serve a personalizzare consigli e annunci e ad addestrare i suoi modelli di AI; se la spegni, la tua attività futura resta fuori dall’addestramento, salvo i commenti che invii tu. Google la sta introducendo gradualmente: se non la trovi, la guida spiega che cronologia e consigli dei servizi della Ricerca sono ancora gestiti da Attività web e app. Un dettaglio in più, sempre dalla guida: scollegare un’app o cancellare i dati dentro l’app non cancella quello che sta già nella cronologia dei servizi della Ricerca. Quello va eliminato a parte.

La quarta vale se le informative le scrivi tu. Uno studio, un negozio online, un’agenzia: anche tu hai promesse scritte verso i clienti, e prima o poi qualcuna cambierà. Da Google prendi la parte buona, l’archivio con le versioni e il confronto riga per riga. E aggiungi quella che è mancata: dire il cambiamento dove le persone guardano, con parole che lo descrivono per quello che fa. Per me ogni promessa che cambia in silenzio, quando viene scoperta, costa più fiducia di quella che una mail di due righe avrebbe chiesto.

La quinta è un’abitudine piccola che ripaga sempre. Quando accetti le condizioni di un servizio di intelligenza artificiale, cerca nel testo tre parole: «a meno che», «salvo», «ad eccezione». È lì che le promesse si piegano. Bastano trenta secondi con la ricerca della pagina, e sai dove il fornitore si è tenuto la porta aperta. Se ti serve aiuto per allenare il tuo team a leggere così gli strumenti AI, è il lavoro che faccio nei corsi.

Le promesse si leggono fino alla fine della frase. Spesso il punto sta dopo la virgola.

👉 Leggi anche: Meta rinvia al 20 novembre. Le parole restano

Domande frequenti

Google legge le mie email per mostrarmi la pubblicità?

Secondo l’informativa in vigore dal 16 ottobre 2026, Google non mostra annunci personalizzati basati sui contenuti di Drive, Gmail e Foto, a meno che tu non scelga di renderli disponibili ad altri servizi Google che supportano gli annunci, come la Ricerca collegata alle tue app. Google dichiara che gli annunci non saranno basati «direttamente» sulla casella di posta o sulla libreria di foto e che gli inserzionisti non vi hanno accesso. La sua guida, però, precisa che se colleghi le app la Ricerca può usare riassunti, estratti e deduzioni tratti da quelle fonti, e che le stesse informazioni possono essere usate per mostrarti annunci.

Cambia qualcosa per chi vive in Italia?

La frase nuova è anche nell’informativa in italiano, in vigore dal 16 ottobre. Il collegamento che la rende concreta, secondo le pagine di Google, oggi in Italia non è disponibile: la beta di Personal Intelligence in Gemini esclude lo Spazio economico europeo, la Svizzera, il Regno Unito e la Nigeria, e l’elenco dei paesi in cui si collegano le app alla Ricerca non comprende l’Italia. Google non dice se e quando arriverà. La cronologia e la personalizzazione degli altri servizi hanno impostazioni proprie.

Cos’è Personal Intelligence di Google?

È la funzione che permette all’intelligenza artificiale di Google di usare i dati delle tue app per personalizzare le risposte. Il collegamento è facoltativo. In Gemini attinge a Gmail, Foto, Ricerca e YouTube, e scegli tu quali app collegare. Nella Ricerca la guida descrive i collegamenti a Google Workspace, che per ora comprende Gmail e Calendar, e a Google Foto: questi collegamenti danno l’accesso a sette servizi, cioè la Ricerca, che comprende AI Mode e Discover, Maps, Shopping, Voli, Hotel, Traduttore e News.

Vale anche per la Gmail aziendale di Google Workspace?

La pagina ufficiale di Personal Intelligence dice che la beta in Gemini è riservata agli account Google personali ed esclusa per gli account Workspace di lavoro, delle grandi aziende e della scuola. Chi gestisce clienti e documenti di lavoro da una Gmail personale rientra invece fra gli account a cui la funzione è destinata, nei paesi dove è disponibile.

Come si scollegano Gmail e Foto dalla Ricerca e da Gemini?

Dove la funzione è disponibile, la guida della Ricerca dice che puoi cambiare le impostazioni e scollegare le app in qualsiasi momento. Ars Technica indica due strade: le impostazioni di Gemini per Personal Intelligence, da cui si scollegano le app, oppure l’account Google, partendo dalla sezione dei dati e della privacy e seguendo le impostazioni di personalizzazione fino ai consigli personalizzati dei servizi della Ricerca e alle app di contenuti collegate. La guida di Google ricorda che scollegare un’app lascia nella cronologia dei servizi della Ricerca quello che è già stato conservato: va cancellato a parte.

Fonti

Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana — Luca Masrè Passaro
// dal libro
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31 capitoli su come funzioniamo. In uscita 16 settembre 2026.

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Luca Masrè Passaro
// scritto da
Luca Masrè Passaro

Comunicazione, psicologia e persuasione. Autore del Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana.

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