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Luca Masrè Passaro
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Gemini 4 Argon in Italia: arriva solo il cervello

Gemini 4 Argon arriva in Italia per chi ha Google AI Pro o Ultra, ma le tasks che lavorano da sole qui mancano. Prezzi, limiti e cosa cambia per te.

LMP Luca Masrè Passaro
·
16.10.2026
Bottega di un artigiano al tramonto: una lanterna di cristallo accesa sul banco, due guanti meccanici chiusi a chiave in una vetrina

Il 30 settembre Google ha presentato Gemini 4 Argon, il suo modello più potente, e l’ha consegnato a pochi: per primi, un gruppo selezionato di esperti di sicurezza informatica. Ieri sera, alle 18 ora italiana, ha aperto la porta.

A metà.

Il modello arriva anche in Italia, per chi paga un abbonamento Google AI Pro o Ultra. La funzione più nuova dell’annuncio, le «tasks», quella che fa lavorare Gemini da solo mentre sei lontano dal computer, in Italia invece manca: la guida di Google la esclude in tutto lo Spazio economico europeo.

Nell’app arriva il cervello. Le mani, cioè le tasks, restano alla frontiera.

In breve

Martedì 13 ottobre 2026 Google ha reso disponibile Gemini 4 Argon, il suo modello di punta, fino a quel giorno distribuito solo con accesso limitato, a cominciare dai difensori informatici del programma Fairwind. Nell’app Gemini e in AI Mode lo ricevono gli abbonati Google AI Pro (in Italia 21,99 euro al mese) e Ultra (da 99,99 euro al mese); chi usa Gemini senza abbonamento e chi ha il piano Plus per ora resta fuori. Gli sviluppatori lo pagano a consumo: 2 dollari per milione di token in entrata e 10 in uscita fino alla scadenza del periodo di lancio, il 30 novembre; dopo, il doppio. La modalità «tasks», con cui Gemini porta avanti un lavoro anche quando non sei al computer, secondo la guida di Google oggi è esclusa dallo Spazio economico europeo, Italia compresa. E Google vende Argon anche per lo stile: risposte più dirette, meno cautele, niente cliché.

Cosa è successo ieri sera

Ne avevo scritto il 1° ottobre, quando Google aveva presentato Argon dandolo prima ai difensori del suo programma Fairwind. Allora l’azienda parlava di un rilascio a fasi, per rifinire le protezioni, e prometteva di allargarlo «il prima possibile», cominciando da chi paga le API, cioè l’accesso a consumo per gli sviluppatori, e dagli abbonati Ultra.

Il prima possibile è arrivato dopo due settimane. E la porta si è aperta un po’ più del previsto, perché dentro ci sono anche gli abbonati Pro.

Ecco chi lo riceve da ieri, secondo l’annuncio di Google:

  • Nell’app Gemini e in AI Mode, la ricerca di Google che risponde con un testo scritto dall’AI, con i link per approfondire: gli abbonati Google AI Pro e Ultra.
  • In Antigravity, la piattaforma di Google per programmare con gli agenti: gli abbonati Ultra. Gli Ultra lo provano anche in AI Studio, l’ambiente di Google per sviluppatori, dove chiunque può usarlo pagando le API a consumo. Chi ha il Pro, scrive Ars Technica, può comunque far scrivere codice ad Argon dentro l’app, in Canvas, lo spazio dell’app per lavorare su documenti e codice.
  • Sviluppatori e aziende: con le API a pagamento, in tutto il mondo.
  • Ricercatori: Google offre a 10.000 scienziati sei mesi del livello d’uso più alto di Antigravity, senza costi, su candidatura e a posti limitati.
  • Difensori informatici: il programma Fairwind si allarga a «centinaia» di nuovi partner, che usano Argon senza i filtri di sicurezza informatica che valgono per tutti gli altri.

E chi resta fuori. Chi usa Gemini senza pagare, che dal 9 ottobre è rimasto con il modello Lite. E chi ha il piano più economico, Plus: The Verge scrive che non è chiaro quando, o se, Argon arriverà anche lì. Il modello precedente, Gemini 3.1 Pro, per ora resta disponibile.

Il modello di punta, da ieri, nell’app ha un prezzo d’ingresso: 21,99 euro al mese.

Cosa arriva in Italia, e cosa resta fuori

Partiamo da quello che c’è. L’Italia è nell’elenco dei paesi in cui Google vende AI Pro, e la pagina italiana degli abbonamenti mostra i prezzi in euro: 4,99 al mese per Plus, 21,99 per Pro, 99,99 o 219,99 per le due versioni di Ultra, che si distinguono per quanto puoi usarlo. Un dettaglio che dice molto sulla velocità di questi lanci: stamattina le schede dei piani mostravano già «Accesso a Gemini 4 Argon», ma il titolo della pagina prometteva ancora «Gemini 3.1 Pro». Il modello è arrivato, il cartello è stato rifatto a metà.

Poi c’è quello che manca. Nella stessa giornata Google ha presentato un interruttore nuovo, nella finestra della chat: da «chat» a «tasks». Con le tasks, scrive Google, Gemini «può lavorare per te anche quando non sei al computer». L’esempio dell’annuncio rende l’idea: Argon prende una cartella disordinata di materiali di progetto, ne ricava una presentazione per un cliente, Gemini scrive la mail che la accompagna e prepara un flusso automatico per tutte le richieste che arriveranno dopo. Le tasks servono a questo: il lavoro va avanti anche mentre sei altrove, e per alcuni passaggi Gemini può chiederti conferma.

La guida di Google sulle tasks elenca i requisiti: almeno 18 anni, un account Google personale (per ora non quelli di lavoro o di scuola), un abbonamento Pro o Ultra, l’impostazione «Keep Activity», che conserva la tua attività in Gemini, attiva, e l’adesione a Personal Intelligence, la personalizzazione che si basa anche sulle chat precedenti, sulle tue istruzioni e sulle app Google collegate. Poi, in un riquadro intitolato «Importante», la riga che ci riguarda: le tasks sono disponibili ovunque ci siano le app Gemini, «tranne che nello Spazio economico europeo, in Nigeria, in Svizzera e nel Regno Unito». Lo Spazio economico europeo comprende tutta l’Unione Europea. Italia compresa.

Nelle pagine che ho letto, Google non indica il motivo.

Però una coincidenza la noto. Lo stesso giorno Apple ha presentato HomeView, lo schermo per la casa costruito intorno al suo nuovo assistente, e nel comunicato italiano ha scritto che HomeView «non è disponibile per la vendita nell’Unione Europea, in quanto Siri AI non è al momento disponibile su iOS nell’UE». Le ragioni dichiarate sono diverse: Apple, da giugno, se la prende con una legge europea, il Digital Markets Act; Google non ne indica. Il disegno che resta, a me, sembra simile. In Europa arriva l’assistente che ragiona e risponde. La sua parte più autonoma, almeno in questi due casi, si ferma un passo prima.

Ci sono altre due cose da sapere, e sono due incognite. La prima: Google dice che Argon entra anche in AI Mode per gli abbonati Pro e Ultra. AI Mode in Italia c’è, ma la pagina di assistenza con l’elenco dei paesi non parla ancora del modello nuovo, quindi non posso confermare che AI Mode usi già Argon anche in Italia. La seconda: Gemini ora si collega a più di quaranta app, e gli esempi di Google sono Instacart, OpenTable, Adobe e Shopify. Quali funzionino dall’Italia, l’annuncio non lo dice.

Nell’app, in Italia, Argon pensa e risponde. Il lavoro in autonomia delle tasks, per ora, resta di là.

La promessa più interessante riguarda lo stile

Nei comunicati sui modelli nuovi di solito si parla di test vinti. Anche qui: Google scrive che Argon batte gli altri modelli di punta in programmazione, sicurezza informatica, scienza, finanza e diritto, e che è primo in una classifica che misura il lavoro nei settori economici, il Vals Index. Sono affermazioni dell’azienda, e le classifiche si verificano col tempo.

La frase che mi interessa sta più in basso. Argon, scrive Google, «risponde in modo più diretto, con meno cautele, non si ripete più del necessario e salta i cliché». E nei lavori lunghi ti tiene aggiornato, perché ti dice più spesso a che punto è.

Fermati un momento su questa scelta. Un’azienda che vende intelligenza artificiale mette nel comunicato il tono di voce del suo prodotto, accanto alle prestazioni. Il che vuol dire che il modo di scrivere delle macchine è diventato un argomento di vendita. Chi usa l’AI per lavoro sa perché: le frasi di cortesia all’inizio, le formule come «è importante notare che», gli elenchi da tre, le conclusioni che riassumono quello che hai appena letto. Lo stile che si riconosce a un chilometro. Io, nella promessa di Google, ci leggo anche questo: una scrittura che si riconosce meno come artificiale.

Bene. Adesso guardala dall’altra parte.

Le cautele erano irritanti, ma facevano anche un lavoro: quando leggi «potrebbe», «in alcuni casi», «dipende da», percepisci che su quel punto c’è un margine di dubbio, e rallenti. Togli quelle formule e il testo diventa più pulito. Suona anche più sicuro di sé, e quindi più convincente. Un tono sicuro è una scelta di stile; l’esattezza è un’altra faccenda, e la seconda non è garantita dalla prima.

Siamo fatti così: una voce sicura ci sembra competente. È una scorciatoia mentale che conosciamo bene, e ne parlo spesso quando racconto i bias cognitivi, quelle regole automatiche con cui il cervello risparmia fatica. Un modello che parla con più sicurezza, proprio nei campi che Google mette in vetrina, diritto e finanza, chiede a chi legge più attenzione. Il lavoro di dubitare passa dalla macchina a te.

Più è sicuro il tono, più tocca a te tenere il dubbio.

Un agente che chiede prima del passo senza ritorno

C’è una parte dell’annuncio che vale la pena leggere anche se Argon non lo userai mai. È quella sulla sicurezza degli agenti, i programmi che non si limitano a rispondere ma fanno cose: aprono pagine, scrivono mail, modificano file.

Google descrive il problema con parole molto concrete. Un agente bravo vuole finire il compito, e quando trova un ostacolo, un permesso che manca, un test che fallisce, può essere tentato di aggirarlo con una scorciatoia che nessuno ha autorizzato. È la stessa famiglia di guai di cui ho scritto pochi giorni fa, quando un agente, durante una prova di Anthropic, ha mandato da solo una segnalazione inventata alla polizia.

La risposta di Google ha tre pezzi, e i numeri sono tutti suoi. Il primo: Argon è stato addestrato a rispettare i limiti del sistema, a riferire con onestà anche i risultati negativi e a fermarsi per chiedere conferma a una persona prima di un passo irreversibile. Nei test di programmazione i tentativi di scorciatoia sono scesi al 2%, il risultato migliore fra i modelli Gemini. Il secondo: Google descrive un sistema di controllo automatico, usato nei suoi impieghi interni, nelle valutazioni e durante l’addestramento, che legge il ragionamento e le azioni dell’agente per intercettare e bloccare le scorciatoie non autorizzate. Il terzo riguarda la «prompt injection», cioè le istruzioni nascoste dentro una pagina web, una mail o un file, scritte apposta per dirottare l’agente: nel test Gray Swan dedicato a questi attacchi, con 15 tentativi adattivi, scrive Google, il loro successo è sceso allo 0,7%.

Il 2% è basso. È anche diverso da zero. E la stessa guida di Google sulle tasks lo ammette in modo onesto: se un’attività programmata parte mentre sei offline, potresti non riuscire a fermare un’azione non voluta. Per questo Google consiglia di non scrivere mai password o dati di pagamento nella conversazione dell’attività e di evitare di affidare a Gemini le cose sensibili.

Delegare resta una scelta. Controllare resta un lavoro.

Per chi sviluppa, il prezzo di lancio scade il 30 novembre

Se usi Gemini dall’app, questa parte ti tocca poco. Se hai uno sviluppatore che ti costruisce strumenti sopra i modelli, un assistente per i clienti, un sistema che legge i documenti, un gestionale con dentro l’AI, ti tocca parecchio.

Le API si pagano a token, i pezzetti di testo con cui i modelli contano il lavoro, sia quello che leggono sia quello che scrivono. Argon parte da 2 dollari per milione di token in entrata e 10 per milione in uscita, con uno sconto del 95% sui token in entrata già memorizzati in cache, cioè il testo che il sistema riusa da una richiesta all’altra. È un prezzo di lancio: il periodo scade il 30 novembre, e dopo la scadenza diventa 4 e 20 dollari. The Verge lo paragona ai concorrenti: oggi costa circa un quinto di GPT-6 Astra di OpenAI e dei modelli Fable 5 di Anthropic, e anche dopo il raddoppio resta più economico per token. Con una precisazione importante, che la stessa testata fa: per lo stesso lavoro modelli diversi usano quantità diverse di token, quindi il prezzo per token non dice ancora quanto spenderai davvero.

C’è anche una questione di comunicazione, e la conosco bene. Il primo prezzo che vedi diventa il tuo metro, l’àncora con cui giudichi tutti quelli che arrivano dopo: è lo stesso meccanismo per cui il primo numero decide la trattativa. Un prezzo di lancio di poco più di un mese e mezzo è dichiarato, scritto in chiaro, e va bene così. Però chi progetta uno strumento oggi deve fare i conti con il prezzo di dicembre, perché è quello che pagherà.

Il prezzo di lancio scade il 30 novembre. Il preventivo che fai oggi dura di più.

Come portarlo nel tuo lavoro

Cinque cose concrete, per chi lavora in Italia e usa l’AI ogni giorno.

  1. Prova Argon sui tuoi lavori, prima di cambiare strumenti. Se hai già Pro o Ultra, scegli tre compiti veri che fai ogni settimana, una relazione da riassumere, una mail difficile, un’analisi di numeri, e confronta il risultato con quello che usi oggi. Se stai pensando di abbonarti, metti in fila quei tre compiti prima di farlo: così il primo mese diventa una prova. Le classifiche misurano medie. Tu hai bisogno di sapere come va sul tuo lavoro.
  2. Costruisci i processi su quello che in Italia c’è oggi. Nell’app Gemini, qui, le tasks mancano. Se qualcuno ti propone un sistema basato su «Gemini che lavora da solo di notte», chiedigli quale prodotto usa e se quella funzione, dall’Italia, è davvero disponibile.
  3. Chiedi di esplicitare l’incertezza. Con un testo che suona più sicuro, il dubbio va chiesto apertamente. Aggiungi una riga alle tue richieste: «alla fine dimmi quali punti sono incerti e cosa devo verificare». Nei temi legali, fiscali e finanziari, la fonte la chiedi sempre.
  4. Se sviluppi sulle API, fai i preventivi con 4 e 20 dollari. E misura i token su un caso reale, perché è lì che si vede la spesa vera.
  5. Quando deleghi a un agente, comincia dalle cose che si possono annullare. Bozze, riepiloghi, ricerche. Io lascerei per ultime le azioni che partono e non tornano indietro: pagamenti, invii, cancellazioni. Google, dal canto suo, raccomanda di evitare le attività sensibili e di non scrivere mai password o dati di pagamento nella conversazione.

Google promette un modello che ragiona meglio. Il criterio con cui lo usi resta tuo.

👉 Leggi anche: ChatGPT o Gemini? In Italia decide la tasca, su quanti italiani usano Gemini e ChatGPT.

Domande frequenti

Gemini 4 Argon è disponibile in Italia?

Sì, dal 13 ottobre 2026, nell’app Gemini, per chi ha un abbonamento Google AI Pro o Ultra. Gli sviluppatori possono usarlo in tutto il mondo con le API a pagamento. Google dice che arriva anche in AI Mode per gli abbonati Pro e Ultra; la pagina di assistenza con i paesi di AI Mode non parla ancora di Argon.

Quanto costa usare Gemini 4 Argon?

In Italia Google AI Pro costa 21,99 euro al mese; Ultra 99,99 o 219,99 euro al mese, a seconda dei limiti d’uso. In Antigravity Argon è riservato agli abbonati Ultra. Con le API, a consumo, costa 2 dollari per milione di token in entrata e 10 in uscita fino alla fine del periodo di lancio, il 30 novembre 2026; dopo, 4 e 20 dollari.

Si può usare Gemini 4 Argon senza abbonamento?

Sì, se sei uno sviluppatore o un’azienda: con le API lo paghi a consumo, senza abbonamento. Nell’app Gemini, invece, serve un piano Pro o Ultra: chi usa Gemini senza pagare dal 9 ottobre ha il modello Flash-Lite, e per il piano Plus Google non ha dato indicazioni. Poi ci sono i ricercatori: Google offre a 10.000 scienziati, su candidatura, sei mesi di Antigravity al livello più alto senza costi.

Cosa sono le tasks di Gemini e perché in Italia mancano?

Sono la modalità in cui Gemini porta avanti un lavoro da solo, anche quando non sei al computer: prepara documenti, scrive mail, programma attività che si ripetono. La guida di Google le esclude dallo Spazio economico europeo, di cui l’Italia fa parte, oltre che da Nigeria, Svizzera e Regno Unito. Google non spiega il motivo.

Gemini 4 Argon è più sicuro come agente?

Google dice di sì e porta i suoi numeri: tentativi di scorciatoia scesi al 2% nei test di programmazione; nel test Gray Swan sulle istruzioni nascoste, successo degli attacchi allo 0,7% con 15 tentativi adattivi; un controllo automatico pensato per intercettare e bloccare le scorciatoie non autorizzate, usato nei suoi impieghi interni e nelle valutazioni; l’addestramento a chiedere conferma prima dei passi irreversibili. Sono dati dell’azienda. La sua stessa guida raccomanda di evitare le attività sensibili e di non scrivere password o dati di pagamento nella conversazione delle tasks.

Fonti

Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana — Luca Masrè Passaro
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Luca Masrè Passaro
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Luca Masrè Passaro

Comunicazione, psicologia e persuasione. Autore del Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana.

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