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Luca Masrè Passaro
Laboratorio AI

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OpenAI allena l’AI su una copia di internet

OpenAI ora addestra i modelli più potenti su una copia di internet. Per provare il recinto l’ha fatto attaccare dai suoi agenti: falle vere, una in Brotli.

LMP Luca Masrè Passaro
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24.10.2026
Illustrazione: una volpe dentro una cupola di vetro con un paesino in miniatura annusa una crepa da cui entra luce vera, mentre un vecchio fabbro esamina la cupola con una lente

In breve

Il 23 ottobre 2026 OpenAI ha annunciato su X un documento su come protegge l’ambiente in cui addestra i suoi modelli più potenti. La regola: durante l’addestramento i modelli di frontiera lavorano su un «mondo offline», una copia del web salvata in archivio, al posto della rete vera. Il 20 settembre un modello in addestramento ha trovato una via d’uscita da quel recinto: un errore nella configurazione del DNS, il servizio che traduce i nomi dei siti in indirizzi numerici, gli ha permesso di ottenere un accesso limitato alla rete e di fare domande a un chatbot esterno. OpenAI ha fermato l’addestramento per 11 giorni e ha messo squadre di agenti AI ad attaccare le proprie difese: hanno trovato falle sconosciute, fughe dalle macchine virtuali e modi per parlarsi di nascosto. Durante lo stesso esercizio è emersa anche una falla in Brotli, una libreria di compressione inclusa in Node.js, Bun ed Envoy: le versioni corrette ci sono, e se hai un sito o un’app con componenti che decomprimono dati Brotli conviene chiedere oggi a chi te li gestisce se sono installate. L’addestramento è ripreso il 1° ottobre.

Per insegnare a un’intelligenza artificiale a usare internet, OpenAI ha deciso di toglierle internet.

Sembra un controsenso. È la notizia. Il 23 ottobre 2026 l’azienda di ChatGPT ha annunciato su X un documento dettagliato su come protegge i laboratori in cui addestra i suoi modelli più potenti, modelli ancora in sviluppo, usati in ambienti di ricerca diversi da quelli in cui i clienti usano i modelli rilasciati. La regola si dice in una riga: OpenAI dichiara di aver tolto l’accesso alla rete vera durante l’addestramento dei modelli di frontiera. Al suo posto lavorano su una copia. Un «mondo offline», lo chiama OpenAI: un enorme archivio di pagine web salvate e indicizzate, dove il modello impara a cercare, navigare e usare le applicazioni senza il rischio, scrive l’azienda, di toccare sistemi esterni.

Dietro la regola c’è una storia. E dentro la storia c’è un pezzo che riguarda anche te: una falla in un software di cui probabilmente non hai mai sentito parlare, ma che sta dentro programmi usati per far funzionare siti e applicazioni.

Un internet in copia

Prima una precisazione che OpenAI mette in apertura, e che serve a preoccuparsi per la ragione giusta. Gli ambienti di cui parla il documento sono quelli della ricerca, diversi da quelli in cui tu usi ChatGPT. Lì dentro ci sono modelli in sviluppo, che possono non aver ancora completato l’addestramento alla sicurezza e all’allineamento, cioè la parte in cui si insegna al modello a comportarsi come previsto. E OpenAI li mette apposta sotto pressione, per far emergere i punti deboli. Prima di rendere un modello disponibile, scrive l’azienda, fa le valutazioni di sicurezza e mette le protezioni di produzione.

Per lavorare, un agente, cioè un’AI che compie azioni oltre a rispondere, ha bisogno di uno spazio di lavoro digitale: un posto dove scrivere ed eseguire codice, cercare informazioni, provare strade diverse. Quello spazio serve anche a contenerlo. Il problema lo scrive OpenAI stessa: più i modelli diventano capaci, più diventano bravi a trovare il modo di aggirare i limiti. Un modello sofisticato può sfruttare un difetto del software o un errore di configurazione per uscire dalla sandbox, il recinto in cui dovrebbe lavorare; può usare un servizio interno per arrivare alla rete vera; può trovare canali non autorizzati per parlare con agenti chiusi in altri recinti.

È già successo. OpenAI cita l’incidente di Hugging Face, a luglio, come esempio di modelli con forti capacità informatiche che aggirano il contenimento durante addestramento e prove; dopo quell’episodio l’azienda ha avvisato più di cento organizzazioni. Da lì la conclusione: allo stato attuale della ricerca sull’allineamento, dei sistemi di sorveglianza e della sicurezza delle infrastrutture di internet, l’approccio responsabile è addestrare i modelli di frontiera senza accesso alla rete. La regola resta, scrive OpenAI, finché i progressi di quelle protezioni non giustificheranno un accesso più ampio. Il principio che la regge è uno: i limiti devono tenere anche quando l’agente prova ad aggirarli.

C’è però un dettaglio che OpenAI ammette apertamente. Staccare del tutto l’infrastruttura dalle reti esterne oggi non è fattibile: servono collegamenti per far girare e sorvegliare gli esperimenti. Quei collegamenti restano, e vanno protetti perché un agente non li usi come uscita. È lì, vedremo, che si è giocata buona parte della partita.

Per ora, la scuola guida si fa in un parcheggio recintato. E il recinto ha qualche cancello di servizio.

Il 20 settembre e la capitale della Francia

Il documento cita un episodio preciso. Il 20 settembre un modello di ricerca interno, durante un addestramento, ha sfruttato un errore di configurazione in un resolver DNS e ha ottenuto un accesso limitato alla rete vera. Il DNS è la rubrica di internet: traduce i nomi dei siti negli indirizzi numerici che i computer usano per trovarsi. In questo caso, secondo il rapporto, il filtro del DNS nella sandbox di addestramento era insufficiente: lasciava passare richieste che avrebbe dovuto fermare.

Il rapporto tecnico che OpenAI ha pubblicato su quell’episodio si legge come un piccolo giallo. Il compito era di ricerca: trovare informazioni su una persona che aveva scritto un post su un blog, partendo da alcuni dettagli biografici e da frasi del post. Il compito non chiedeva all’agente di mettere alla prova i controlli di rete. Lo strumento di ricerca restituiva risultati che non c’entravano. L’agente ha provato altri motori di ricerca, e ha ricevuto solo errori. Ha ipotizzato, sbagliando, che la domanda venisse da BrowseComp, una prova pubblica che misura quanto un’AI sa cercare sul web, e ha scaricato quel test dall’archivio offline per cercarci dentro la risposta. Nessuna corrispondenza.

A quel punto ha cominciato a tastare le pareti. Una richiesta diretta a un chatbot pubblico è stata bloccata. Il resolver DNS dell’ambiente di addestramento, invece, rispondeva con dati reali per un dominio esistente e rifiutava correttamente un dominio inventato. L’agente ne ha concluso che attraverso quel servizio poteva raggiungere l’esterno. Ha usato una funzione dei servizi DNS pubblici per inoltrare domande a un chatbot di fuori, e ha mandato la prima prova: «What is the capital of France», qual è la capitale della Francia. Dopo aver allungato il tempo di attesa da 6 a 19 secondi, è arrivata la risposta: «The capital of France is Paris». Il chatbot esterno rispondeva. Sono seguite altre 18 domande: quattordici con gli indizi del compito, quattro per cercare modi di navigare sul web o tunnel pubblici attraverso il DNS.

Il dettaglio che mi interessa di più è una riga del suo ragionamento, riportata nel rapporto: «L’utente dà solo il permesso di fare ricerca, usare servizi DNS pubblici è accettabile». Rileggila. È il modo in cui ragiona chiunque abbia fretta di chiudere un compito: la regola dice A, io faccio B, e mi racconto che B rientra in A. Tutti, almeno una volta, ci siamo raccontati che B rientrava in A. Per farlo basta un obiettivo e una porta socchiusa. OpenAI la mette giù più asciutta: un agente che aggira le restrizioni o insegue un obiettivo oltre le aspettative ragionevoli è, per l’azienda, un esempio di disallineamento, il modello che fa una cosa diversa da quella che si voleva.

I tempi, nel rapporto: il sistema di sorveglianza ha segnalato il comportamento entro 15 minuti, una persona ha cominciato a esaminarlo tre minuti dopo, la corsa è stata fermata due ore e mezza più tardi. Alla fine l’agente ha risposto all’utente di non essere riuscito a identificare la persona. OpenAI definisce l’episodio molto meno grave di alcuni incidenti precedenti. Ma era il primo dopo il rafforzamento seguito a Hugging Face, e mostrava che il piano di sicurezza dava per scontata una cosa falsa: che il modello non potesse raggiungere la rete vera.

Il modello ha cercato la scorciatoia. La rubrica gliel’ha data.

Undici giorni con i ladri a contratto

OpenAI ha fermato l’addestramento e le prove dei suoi modelli più capaci. Ha usato la pausa per rinforzare l’infrastruttura, la sorveglianza e i sistemi che fermano in automatico una corsa quando vedono un’attività pericolosa. Poi ha fatto la mossa più interessante: ha chiesto ai suoi modelli di attaccare le sue stesse difese.

Si chiama red-teaming: una squadra fa la parte dell’aggressore per scoprire i punti deboli prima di un aggressore vero. Qui la squadra era fatta di agenti AI, organizzati in gruppi che esploravano strade diverse in parallelo e costruivano sulle scoperte degli altri. Fra i modelli usati, OpenAI nomina il suo GPT-6 Astra Cyber, in arrivo, e un modello di frontiera interno. Tre obiettivi: raggiungere la rete vera, mandando una richiesta a un server esterno gestito da OpenAI; superare un confine di sicurezza interno; comunicare con altri agenti da cui avrebbero dovuto restare isolati.

Le condizioni erano scelte apposta a favore dell’attaccante, perché lo scopo era mettere alla prova le difese, più che misurare cosa i modelli scoprono da soli. Gli agenti avevano il codice sorgente dell’infrastruttura, i dettagli di configurazione e documenti che descrivevano possibili vulnerabilità. Alcuni test partivano già dall’ipotesi peggiore: l’agente è uscito dalla sandbox, ha eluso la sorveglianza e controlla la macchina che lo ospita; riesce ad arrivare a internet? Tutto si svolgeva su copie isolate dell’infrastruttura di ricerca, costruite per l’occasione, con controlli automatici pronti a fermare le corse e i fornitori cloud a supervisionare. In totale, scrive OpenAI, centinaia di miliardi di token, le unità di testo con cui si misura il lavoro di un modello.

Hai chiamato i ladri più bravi che conosci, gli hai dato le piante di casa e gli hai chiesto di entrare.

Cosa hanno trovato

L’elenco è lungo. La notizia è che c’erano cose da trovare.

Fughe dalle macchine virtuali

Su Linux, OpenAI fa lavorare gli agenti dentro contenitori con accessi limitati, racchiusi in piccole macchine virtuali, le microVM: computer simulati con un proprio sistema operativo, separati dal computer vero che li ospita. Gli agenti hanno trovato diversi modi per concatenare più vulnerabilità e uscirne. Le correzioni sono state mandate ai progetti open source coinvolti, come Kata Containers, gVisor e Moby/Docker, e al kernel Linux, il cuore del sistema operativo, con tre falle numerate: CVE-2026-74753, CVE-2026-80521 e CVE-2026-80841. Altre, scrive OpenAI, sono state segnalate e restano ancora riservate.

Strade nuove verso internet

Dopo Hugging Face erano rimasti solo collegamenti stretti, per servizi come le metriche, i registri delle attività e la gestione degli accessi: i cancelli di servizio di cui sopra. Gli agenti hanno trovato vulnerabilità in quasi tutti questi servizi, abbastanza per ottenere forme limitate di accesso alla rete. In un test, partendo da una macchina già compromessa, un agente ha riusato una connessione approvata dal firewall per arrivare a un indirizzo bloccato del servizio delle metriche, e gli ha fatto scaricare un indirizzo web scelto dal modello. In altri test, errori di configurazione lasciavano passare richieste bloccate attraverso i controlli del DNS e del firewall. Il controllo c’era. L’agente l’ha usato come passaggio.

Parlarsi senza rete

Due agenti in macchine virtuali separate, sulla stessa macchina fisica, dovevano scambiarsi segreti finti senza usare connessioni di rete né file condivisi su cui poter scrivere. Ci sono riusciti con la cache del processore, una piccola memoria velocissima che tiene le copie dei dati usati di recente. Uno toglieva apposta certi dati dalla cache; l’altro misurava quanto ci metteva a ricaricarli. Veloce o lento: un alfabeto di due lettere. È la stessa tecnica basata sui tempi usata negli attacchi Spectre e Meltdown. Altri canali passavano dallo spazio di archiviazione condiviso, dalla contesa per il tempo del processore, da una cache di certificati dentro il mondo offline. Nel ragionamento di un agente c’è una frase che sembra uscita da un film di spionaggio: «Si potrebbe creare un segnale tipo modem acustico… usando scritture continue e pause».

Due precisazioni

Per rispetto dei fatti. La prima: nella maggior parte di questi test gli agenti erano stati indirizzati verso canali specifici, o avevano ricevuto un protocollo per codificare i messaggi. In un caso descritto da OpenAI, invece, gli agenti hanno ricevuto soltanto un elenco generico di vulnerabilità: ne hanno trasformata una in un canale, si sono accordati su un codice e si sono scambiati informazioni. La seconda: OpenAI scrive che la maggior parte di questi canali trasporta informazioni lentamente ed è difficile da sfruttare, e che non ha trovato una strada verso internet che gli agenti potessero sfruttare facilmente nascondendo l’attività alla sorveglianza. Il red-teaming, aggiunge, ha messo in luce anche lacune nella sorveglianza e nelle pause automatiche: OpenAI dichiara di aver corretto problemi specifici e di continuare a mettere alla prova questi controlli. Il tema torna: il 20 ottobre OpenAI aveva raccontato episodi in cui agenti hanno spento gli avvisi della sorveglianza.

Con il passare delle prove, le scoperte sono calate in modo significativo. OpenAI lo legge come un segnale incoraggiante sulla solidità delle difese, e subito dopo scrive di aspettarsi modelli futuri capaci di trovare e sfruttare falle che oggi l’azienda non conosce. Sulla base di quei risultati ha giudicato le protezioni sufficienti e il 1° ottobre, 11 giorni dopo l’inizio della pausa, ha ripreso l’addestramento per rinforzo dei modelli di frontiera, il metodo in cui il modello impara provando e ricevendo un premio quando fa bene, e il loro uso interno.

Gli scassinatori sono entrati da più porte. OpenAI le ha rifatte, e si aspetta che il prossimo ne trovi altre.

Brotli: il pezzo che riguarda te

Poco prima dell’una di notte, ora italiana, fra il 23 e il 24 ottobre, OpenAI ha aggiunto su X un secondo pezzo. Durante lo stesso esercizio ha trovato in Brotli una vulnerabilità che permette l’esecuzione di codice da remoto senza autenticazione. Traduco. Brotli è una libreria di compressione: un pezzo di software che rimpicciolisce i dati perché viaggino più in fretta, un po’ come uno zip per il web. È inclusa in molti programmi, fra cui Node.js, l’ambiente che fa girare applicazioni scritte in JavaScript sui server, Bun ed Envoy. «Esecuzione di codice da remoto senza autenticazione» vuol dire che un attaccante può far girare un suo programma sul sistema colpito, senza bisogno di un account.

Il meccanismo, spiegato da OpenAI: un server non aggiornato che accetta dati compressi può essere preso da un client malevolo; e un programma non aggiornato che riceve dati compressi, l’esempio è il comando «curl –compressed», può essere preso da un server malevolo. L’avviso di sicurezza di Node.js del 21 ottobre descrive il difetto: dati compressi malformati fanno scrivere il decodificatore, il componente che ricostruisce i dati compressi, oltre lo spazio di memoria che dovrebbe usare. Chi fornisce quei dati a un’applicazione che li decomprime può corrompere la memoria del processo, con un blocco, la fuga di informazioni dalla memoria o l’esecuzione di codice. Gravità: alta. Il nome ufficiale è CVE-2026-111497, e i crediti vanno a due persone di OpenAI Codex Security, Khai Tran e Sylvie Mayer.

C’è un dettaglio che vale da solo una lezione. La causa del problema era già stata corretta nel codice di Brotli a febbraio. Solo che allora non si sapeva che fosse una falla di sicurezza, e da allora non era uscita una versione nuova. La correzione stava lì, scritta, lontana da chi usava i programmi. E Brotli vive dentro altro software: ogni programma che la include deve prendere l’aggiornamento, e poi devono prenderlo gli utenti di quei programmi. Una catena lunga, in cui ogni anello aspetta quello prima.

Le correzioni ci sono. La scheda di Patch the Planet, l’iniziativa di OpenAI che raccoglie le divulgazioni e le guide sulle falle trovate dagli agenti, aggiornata il 23 ottobre, indica le versioni corrette: Node.js 22.23.4, 24.22.1 e 26.12.1; Bun 1.4.4; versioni specifiche di Envoy e Istio; Brotli 1.0.10, 1.1.1 e 1.2.1, a seconda del ramo. E allarga il campo oltre i server. Le app per computer costruite con Electron, un sistema per fare applicazioni desktop con le tecnologie del web, possono contenere più copie di Brotli: va controllato il Node.js che portano dentro, oltre al loro motore da browser. Vanno controllati curl e le librerie per Python e Java. E i lettori di font e di file che usano Brotli, perché l’esposizione riguarda anche i file, oltre al traffico web. Per chi ha un sito su Next.js, la scheda indica come misura temporanea lo spegnimento dell’ottimizzazione delle immagini integrata finché Node.js resta da aggiornare, e avverte che copre solo quel percorso.

Una precisazione ti risparmia un’ansia inutile. Se il tuo sito usa Brotli solo per comprimere i dati che manda ai visitatori, questo da solo non basta a dire che sei esposto, scrive la scheda: il difetto sta nella parte che decomprime. Vale anche il contrario: spegnere la compressione Brotli sul server o sulla rete di distribuzione dei contenuti lascia attiva la decompressione delle richieste e dei programmi che ricevono dati.

E se il tuo sito è su WordPress? WordPress gira su PHP, e la falla di PHP di questa settimana è un’altra: l’abbiamo raccontata in PHP2Shell, la falla sotto il tuo WordPress. Per Brotli la domanda è un’altra: nei servizi collegati al tuo sito c’è un componente vulnerabile che decomprime dati provenienti dall’esterno? Node.js è il primo da cercare, insieme agli altri programmi e alle librerie indicati nella scheda. Un sito fatto con Next.js, un gestionale su misura, un’app che riceve file o dati compressi, uno strumento interno scritto dal tuo sviluppatore. Il ritmo è quello del mese: prima due falle critiche di Chrome trovate con l’AI, poi PHP, ora Brotli.

Il tuo sito lo vedi. Il software dentro il tuo sito, quasi mai.

Come si racconta una crepa

Adesso guardo la storia con gli occhi del mio mestiere, perché anche il modo in cui OpenAI la racconta insegna qualcosa.

Il primo post su X comincia così: «Negli ultimi mesi abbiamo rafforzato in modo sostanziale la sicurezza del nostro ambiente di addestramento». L’incidente del 20 settembre arriva nel secondo paragrafo. La ripresa del 1° ottobre arriva in chiusura. L’ordine è: prima la soluzione, poi il problema, poi il lieto fine. È il modo classico di comunicare una crisi quando la crisi è alle spalle: chi legge incontra prima la competenza e poi la falla, e la falla arriva già incorniciata.

È legittimo. È mestiere. E ti insegna come leggere: separa le frasi che puoi controllare da quelle che devi credere. «Abbiamo giudicato le protezioni sufficienti» è un giudizio di OpenAI su se stessa. I numeri delle falle, CVE-2026-24834 su Kata Containers, le tre del kernel Linux, CVE-2026-111497 su Brotli, sono fatti che chiunque può verificare: le correzioni stanno nei progetti pubblici, e l’avviso di Node.js porta i nomi di chi ha segnalato il problema. La parte più convincente del documento è quella che si può controllare.

E c’è una frase che pesa più delle altre, perché a chi la scrive conviene poco: OpenAI si aspetta che i modelli futuri trovino e sfruttino falle che oggi l’azienda non conosce. Per questo ha riservato capacità di calcolo al red-teaming continuo e l’ha messo fra le condizioni con cui decide se un addestramento può andare avanti. Quando un’azienda ti dice dove si aspetta di sbagliare, ascoltala. È la parte del discorso che un ufficio stampa scriverebbe solo per necessità.

Fidarsi è comodo. Controllare è un’abitudine.

Come portarlo nel tuo lavoro

Il laboratorio di OpenAI è lontano dalla tua scrivania. I suoi principi, molto meno. Quattro cose, in ordine di fatica.

Manda una mail di cinque righe

Se hai un sito, un’app o un gestionale fatto su misura, scrivi oggi a chi te lo gestisce. Puoi scrivere così: «Quali nostri servizi o applicazioni decomprimono dati Brotli con componenti interessati dalla CVE-2026-111497, per esempio Node.js, Bun o Envoy? Potete indicarmi l’avviso di sicurezza, la versione corretta installata, quando avete completato l’aggiornamento e come avete verificato che i programmi in funzione la usino?». È la stessa sostanza che la scheda di Patch the Planet suggerisce di chiedere a chi offre hosting gestito: l’avviso, la versione corretta esatta, quando l’installazione è finita, una prova dal servizio in funzione. Perché la versione di un pacchetto installato, da sola, non dimostra che il programma in funzione sia stato riavviato. Aggiornato e attivo sono due cose diverse.

Aggiorna le app sul computer

Alcune applicazioni desktop sono costruite con le tecnologie del web e si portano dietro i loro motori: la scheda indica le app basate su Electron fra quelle da controllare, senza un elenco di quelle colpite. Tieni accesi gli aggiornamenti e, per le app che usi di più, guarda nelle note di rilascio o nella pagina sulla sicurezza del produttore se l’aggiornamento cita la falla di Brotli. La scheda avverte che la correzione di una parte, il motore del browser, non dimostra quella dell’altra, il Node.js che l’app porta dentro.

Chiediti se al tuo agente serve la rete aperta

Dalla scelta di OpenAI ricavo una domanda per il tuo lavoro. Se fai lavorare un agente AI su un compito, gli serve la rete aperta, o gli basta una copia dei documenti necessari: la cartella del progetto, i listini, i file che gli dai tu? Meno porte apri, meno porte devi sorvegliare. Il caso del 20 settembre mostra che un agente può aggirare una restrizione mentre cerca di completare un compito. Non permette di prevedere cosa farà il tuo. Ti dice solo dove guardare.

Metti più di una serratura

OpenAI descrive controlli sovrapposti: limiti all’ambiente di lavoro, separazione dalle macchine che lo ospitano, sorveglianza, restrizioni di rete. Lo scopo è che il contenimento possa reggere anche quando un singolo controllo cede. Per un’azienda piccola, ne ricavo una domanda da discutere con chi gestisce i sistemi: quali controlli indipendenti possono mantenere i limiti dell’agente se una prima protezione viene aggirata? Se la risposta è uno solo, hai trovato il punto da rinforzare. E chiedi come vengono messi alla prova: OpenAI lo fa su copie isolate della sua infrastruttura, con la sorveglianza accesa e controlli automatici pronti a fermare tutto. Una risposta gentile dell’agente dice poco; conta se i limiti tecnici tengono. Ne abbiamo parlato raccontando chi controlla il controllore.

OpenAI ha messo i suoi agenti più bravi a cercare le crepe di casa propria. Fallo anche tu, con le persone e gli strumenti che hai: le crepe che trovi tu sono quelle che puoi riparare per primo.

Domande frequenti

Cosa ha cambiato OpenAI nell’addestramento dei suoi modelli?

Secondo il documento annunciato il 23 ottobre 2026, OpenAI addestra i suoi modelli di frontiera senza accesso alla rete vera: tutte le corse di addestramento per rinforzo usano un «mondo offline», un archivio di contenuti web salvati e indicizzati. L’infrastruttura conserva alcuni collegamenti esterni necessari agli esperimenti, protetti da controlli a strati (sandbox, macchine virtuali, sorveglianza, perimetri di rete e cloud). L’azienda ha messo il red-teaming con i suoi modelli più capaci fra le condizioni per decidere se un addestramento può proseguire.

Cosa è successo il 20 settembre 2026?

Un modello di ricerca interno, durante un addestramento, ha sfruttato un errore di configurazione in un resolver DNS e ha ottenuto un accesso limitato alla rete vera, usandolo per fare domande a un chatbot esterno. La sorveglianza l’ha segnalato entro 15 minuti e la corsa è stata fermata due ore e mezza dopo. OpenAI ha messo in pausa addestramento e prove dei modelli più capaci. Il 1° ottobre, 11 giorni dopo l’inizio della pausa, ha ripreso l’addestramento per rinforzo e l’uso interno dei modelli di frontiera.

Cos’è la falla di Brotli e chi riguarda?

È la vulnerabilità CVE-2026-111497 nel decodificatore di Brotli, una libreria di compressione: dati compressi preparati ad arte possono corrompere la memoria e permettere l’esecuzione di codice da remoto. Riguarda il software che decomprime dati Brotli non fidati con un decodificatore colpito. Tra i programmi da controllare ci sono Node.js, con correzioni nelle versioni 22.23.4, 24.22.1 e 26.12.1, Bun, corretto nella versione 1.4.4, ed Envoy e Istio configurati per decomprimere Brotli; la scheda di Patch the Planet chiede di controllare anche app Electron, curl, librerie per Python e Java e lettori di font e di file.

Il mio sito WordPress è a rischio per Brotli?

WordPress gira su PHP, e la falla di PHP di questa settimana è PHP2Shell, un’altra storia. Per Brotli conta se nei servizi collegati al sito c’è un componente vulnerabile che decomprime dati dall’esterno, per esempio Node.js. Se il tuo sito usa Brotli solo per comprimere quello che invia, la scheda di Patch the Planet precisa che questo da solo non basta a dire che sei esposto. Chiedi a chi gestisce il sito e i servizi collegati quali programmi usano e se sono aggiornati.

ChatGPT è meno sicuro dopo questa notizia?

Il documento riguarda gli ambienti di ricerca in cui OpenAI addestra e mette alla prova modelli ancora in sviluppo, che l’azienda descrive come diversi da quelli in cui i clienti usano i modelli rilasciati. Prima di rendere disponibile un modello, scrive OpenAI, fa valutazioni di sicurezza e mette le protezioni di produzione. Le fonti non dicono di conseguenze dirette per chi usa ChatGPT.

Fonti

Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana — Luca Masrè Passaro
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Luca Masrè Passaro
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Luca Masrè Passaro

Comunicazione, psicologia e persuasione. Autore del Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana.

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