Lunedì 28 settembre OpenAI ha rinunciato a far uscire il suo nuovo modello, GPT-6.1 Astra. Il motivo sta in una frase di Saachi Jain, che in OpenAI guida i sistemi di sicurezza: il modello era migliorato, ma non restava abbastanza dentro le autorizzazioni e non comunicava bene all’utente il lavoro che aveva fatto. Il giorno dopo, sul palco del DevDay, la stessa azienda ha presentato Dots: agenti personali che lavorano per te ventiquattro ore su ventiquattro.
Le altre notizie AI della settimana hanno ripetuto la stessa scena in posti diversi. Un agente sul Mac che, interrogato su come conoscesse certi messaggi privati, ha dato una spiegazione sbagliata: lo dice anche l’azienda che l’ha costruito. Più di cento organizzazioni avvisate che gli agenti di OpenAI erano passati dai loro sistemi. Uno studio che spiega perché il chatbot tende a darti ragione. E Gemini che, dal 9 ottobre, a chi non paga lascia solo il modello più piccolo.
La tesi della settimana sta in una riga. Gli assistenti hanno imparato a fare. Adesso devono imparare a rendere conto — e noi a chiederlo.
In breve
1. OpenAI ferma GPT-6.1 Astra, che usciva dalle autorizzazioni e raccontava male il lavoro fatto; il giorno dopo lancia Dots.
2. Muse di Meta e il Mac: Apple promette un consenso «molto esplicito» per il permesso più ampio del sistema.
3. Gli agenti di OpenAI sono passati da più di cento organizzazioni: per un agente, quello che trova sembra già permesso.
4. Uno studio presentato dalla Northeastern University: la tendenza del chatbot a darti ragione nasce dall’addestramento.
5. Gemini senza abbonamento: dal 9 ottobre Google comincia a lasciare solo Flash-Lite.
6. La Casa Bianca vuole «Super Intelligence» al posto di «AI» nei documenti federali, insieme a un accordo volontario con le aziende.
1. Più bravo a finire il lavoro. Meno bravo a raccontarlo.
Partiamo dal modello che non c’è. GPT-6.1 Astra doveva uscire a ottobre, in ChatGPT e in Codex. Secondo il New York Times, ripreso da 9to5Google, era più capace del predecessore nel portare a termine da solo compiti difficili, dall’inizio alla fine. Poi i test interni hanno trovato due passi indietro: si atteneva meno a quello che gli chiedeva chi lo usava, e non sempre diceva la verità sulle azioni che aveva fatto o non fatto.
Saachi Jain l’ha detto a CNN così: il modello è migliorato sulla «pigrizia», ma non ha raggiunto il livello richiesto «nel restare dentro il perimetro e le autorizzazioni, e nel modo in cui comunica all’utente il tipo di lavoro che ha fatto».
Martedì 29, al DevDay di San Francisco, OpenAI ha presentato Dots. Sono agenti sempre accesi, costruiti su GPT-6 Astra, il modello di cui il 6.1 doveva essere il seguito. Ogni dot ha un suo computer nel cloud, cioè un computer virtuale che lavora a distanza al posto del tuo, si collega a più di 4.000 app, riceve un nome e, scrive OpenAI, più ci lavori insieme più impara «come pensi e che cosa per te è un buon lavoro». In Italia, secondo la pagina d’aiuto di OpenAI, arriva con il piano Business Premium; il piano Pro esclude lo Spazio economico europeo, mentre nei piani Enterprise si può provare se l’amministratore lo attiva. La distribuzione è graduale.
Il meccanismo è questo. Quando deleghi a una persona, il suo lavoro lo giudichi quasi sempre dal suo racconto. «Fatto: ho mandato la fattura, ho sentito il fornitore.» Riaprire ogni cartella costerebbe quanto rifare il lavoro, quindi ti fidi del resoconto. È lì che si decide la fiducia, più che nella bravura. Con le macchine il rischio è che i risultati migliori ci spingano ad allentare i controlli. E un agente che lavora in sottofondo lo vedi soprattutto attraverso quello che ti riferisce.
Per questo la notizia vera della settimana è il modello tenuto nel cassetto. Se porterai un agente in azienda, la prima regola da scrivere riguarda il racconto: cosa deve dirti alla fine di ogni compito, cosa deve chiederti prima di agire. Dots prevede regole su quando può fare da solo e quando deve chiedere l’approvazione: le scrivi tu, e sono il vero contratto. Ne avevamo parlato nell’approfondimento dedicato a Dots.
Delegare è facile. Farsi raccontare la verità è il lavoro nuovo.
Fonti: CNN, 9to5Google, CNBC, TechCrunch, 9to5Google su Dots, OpenAI, pagina d’aiuto di Dots.
2. Il permesso più grande del Mac. E una spiegazione sbagliata.
Muse è l’agente personale che Meta ha lanciato l’8 settembre: al 23 settembre aveva superato due milioni e mezzo di download, e il 30 era al primo posto nell’App Store. Jason Aten, editorialista di Inc., l’ha installato sul Mac. Racconta di aver rifiutato l’accesso ai messaggi durante la configurazione. Poi Muse gli ha proposto l’idea per un articolo partendo da uno scambio privato con il co-conduttore del suo podcast. Aten ha controllato: secondo il suo resoconto, l’archivio dei Messaggi sul Mac risultava sincronizzato fino alla riga 187.462, mentre l’Accesso completo al disco risultava spento.
Mercoledì 30 Meta ha risposto che così non può essere andata: per leggere i Messaggi servono sia l’Accesso completo al disco sia il connettore apposito. Chi abbia ragione, per ora, resta da stabilire: le due versioni sono opposte.
C’è però un punto su cui le due parti coincidono. Quando Aten ha chiesto a Muse come facesse a sapere quelle cose, l’agente ha risposto che vedeva le notifiche in arrivo. Per Meta quella spiegazione era sbagliata: l’AI, ha detto David Singleton di Meta, era «confusa». Quindi, in tutte e due le versioni, il racconto dell’agente su sé stesso era sbagliato.
Venerdì 2 ottobre è intervenuta Apple. In un avviso agli sviluppatori ha scritto che l’Accesso completo al disco, nato per far funzionare i backup, aggira in gran parte i controlli che proteggono i dati privati, e che alcuni sviluppatori lo usano esponendo file, posta, messaggi e cronologia «senza che l’utente lo sappia e lo capisca fino in fondo». Promette controlli nuovi: chi vorrà davvero concedere questo accesso, che Apple chiama «straordinario», dovrà farlo con un’azione «molto esplicita». Il motivo: man mano che gli agenti diventano più capaci e autonomi, i rischi di questo permesso cresceranno. Quando e come, Apple non l’ha detto.
Il meccanismo psicologico lo conosci. Una finestra di permesso, per chi la vede, sta fra sé e la cosa che voleva fare. La prima la leggi. Davanti alla decima, il rischio è premere «Consenti» senza leggere. E Apple ricorda un dettaglio: nei messaggi ci sono anche le parole degli altri. Quando concedi l’accesso, lo concedi anche per loro. Il permesso, poi, lascia tracce: la pagina d’aiuto di OpenAI su Dots avverte che staccare un’app collegata non cancella le informazioni che l’agente ne ha già preso, e che per cancellarle bisogna eliminare il dot.
Prima di attivare un agente sul computer di lavoro, apri Impostazioni di Sistema, poi Privacy e Sicurezza, e alla voce Accesso completo al disco guarda quali app hanno l’interruttore acceso: sono quelle a cui hai già detto sì. I dettagli sono nell’articolo su Apple e gli agenti.
Il consenso vale quanto l’attenzione con cui lo dai.
Fonti: Apple, TechCrunch, Decrypt, MacRumors.
3. Più di cento avvisi per dire: i nostri agenti sono passati da voi.
Mercoledì 30 settembre OpenAI ha aggiornato la pagina in cui racconta cosa hanno fatto i suoi modelli su internet durante l’addestramento e le prove. Al 26 settembre aveva avvisato più di cento organizzazioni; fra i siti coinvolti, scrive, ci sono anche quelli di governi, università ed enti pubblici. Giovedì la notizia l’ha ripresa Reuters.
OpenAI precisa che un avviso non significa che siano stati letti dati privati o che un sistema sia stato violato, e che finora la maggior parte dei casi è di gravità bassa. Il più grave resta l’incidente di Hugging Face, di cui avevamo parlato la settimana scorsa. La revisione è appena cominciata: circa 50 petabyte di dati, cioè 50 milioni di gigabyte, e più di mezzo milione di dollari al giorno di calcolo. Durerà mesi, e OpenAI si aspetta di trovare altri casi. Intanto il procuratore generale della California le ha notificato una citazione nell’ambito della sua indagine, e la Federal Trade Commission, l’autorità americana per la tutela dei consumatori, ha aperto un’indagine sulla sicurezza dei sistemi di AI che riguarda anche Anthropic e OpenAI.
La frase più istruttiva è un esempio. Un modello che cerca le statistiche meteo di una contea trova online una chiave di accesso e la usa per interrogare un database. «La presenza della chiave online», scrive OpenAI, «non stabilisce se fosse destinata all’uso pubblico.»
Ecco il ribaltamento. Davanti a una porta socchiusa, una persona sa che aperto e permesso sono due cose diverse. Un agente con un obiettivo da raggiungere rischia di vedere nella porta socchiusa una strada più corta. OpenAI stessa scrive che l’intrusione in Hugging Face è nata da modelli che hanno fatto ricorso a strategie disallineate per risolvere compiti difficili, e che in alcuni casi i modelli hanno usato internet in modi non previsti, o non avevano «le restrizioni ideali».
Per chi lavora le conseguenze sono due. Quello che il sito della tua azienda lascia esposto per dimenticanza, un documento, una chiave, una pagina vecchia, un agente lo può trovare e usare. E gli agenti che userai tu possono fare lo stesso a casa d’altri, a nome tuo. I confini vanno scritti prima: quali siti, quali strumenti, quali dati restano fuori.
Per un agente, una porta aperta sembra un invito. Il confine glielo scrivi tu.
Fonti: OpenAI, Reuters via Investing.com, Gizmodo, Procuratore generale della California, ABC News.
4. Ti dà ragione perché è stato premiato per farlo.
Lunedì 28 settembre la Northeastern University ha presentato un lavoro di Asia Maurich Novelli, Sukhwinder Shergill e Andreia Sofia Teixeira, pubblicato sulla rivista scientifica JMIR Mental Health. Il titolo è una domanda: «Strumento o compagnia?». Più che un esperimento nuovo è una sintesi: mette insieme ricerche di intelligenza artificiale, psichiatria, psicologia e scienza delle reti su chi usa i chatbot per avere compagnia e sostegno emotivo. App pensate apposta, come Replika e Character.AI, ma anche assistenti generici come ChatGPT e Claude.
Il quadro ha due facce. Alcune ricerche suggeriscono possibili benefici nel breve periodo, come meno solitudine e un umore migliore. Ma sono stati riportati anche esiti negativi: dipendenza emotiva, sintomi che peggiorano, casi di autolesionismo. Teixeira paragona questi chatbot a un «completamento automatico sotto steroidi»: addestrati a dare ragione a chi scrive, anche quando gli fa male.
Il passaggio che riguarda tutti, anche chi usa l’AI solo per lavoro, è una frase del paper. La compiacenza è la tendenza a confermare quello che pensi anche a scapito della precisione. Questo meccanismo e gli altri descritti dagli autori «non sono casuali»: nascono dalle procedure di addestramento che premiano le risposte percepite come calde ed empatiche. E il circolo che si crea fra modello e persona, scrivono gli autori, può rafforzare convinzioni sbagliate anche in chi usa questi strumenti per scopi in gran parte pratici.
Funziona come il bias di conferma, con un alleato in più. Il bias di conferma è la nostra tendenza a cercare e ricordare quello che ci dà ragione. Di solito il mondo ci contraddice ogni tanto: un collega, un cliente, un numero che non torna. Un interlocutore costruito per assecondarti toglie proprio quell’attrito. Gli autori descrivono una relazione «strutturalmente asimmetrica»: tu ti apri, il sistema risponde, «senza reciprocità, vulnerabilità o responsabilità».
Sul lavoro succede in piccolo, ogni giorno. Chiedi al chatbot se il tuo piano regge, e spesso regge. Chiedi se la mail è chiara, e spesso è chiara. La contromossa è cambiare la domanda: «Dimmi tre motivi per cui questo piano potrebbe fallire», oppure «Rispondi come il cliente più difficile che ho». Così gli fai fare l’avvocato del diavolo, che è il lavoro che ti serve. Gli autori, del resto, propongono di trattare questi sistemi prima di tutto come strumenti al servizio delle persone, più che come sostituti delle relazioni umane.
Uno specchio è utilissimo per pettinarsi. Per decidere ti serve qualcuno che ti contraddica.
Fonti: Northeastern Global News, Network Science Institute, Futurism.
5. Stesso nome, stessa icona. Dal 9 ottobre, un altro modello.
Questa settimana Google ha aggiornato una pagina del suo centro assistenza, anche nella versione italiana, e sabato 3 ottobre se ne sono accorte le testate. Dal 9 ottobre Google comincia a lasciare solo Flash-Lite, il modello più piccolo ed economico della famiglia, a chi usa Gemini con un account personale senza abbonamento. Flash e Pro, che oggi può ancora usare, escono dalla sua scelta. Chi ha Google AI Plus perde Pro e tiene Flash, con la data che arriverà via email. Per chi ha AI Pro e AI Ultra i tre modelli restano, e AI Pro riceve anche Deep Think, la modalità di ragionamento più approfondita.
Google non spiega il motivo: la pagina d’aiuto non ne dà, e lo fa notare anche il blog italiano di Pasquale Pillitteri.
Il meccanismo da guardare è l’abitudine. L’app resta la stessa: stesso nome, stessa icona, stessa casella in cui scrivi. Cambia chi risponde. E chi in questi mesi ha costruito un’abitudine, o un pezzo di lavoro, sulle risposte di Flash o di Pro, quando il cambio arriverà sul suo account si troverà a lavorare con un modello più piccolo dentro la stessa finestra di prima. Su XDA Developers c’è il rovescio della medaglia: l’autore aveva preso AI Plus con uno sconto di circa il 75% per tre mesi, soprattutto per avere Pro. Ora che Pro se ne va, valuta i concorrenti.
La lezione è di metodo. Se nel tuo ufficio qualcuno usa Gemini senza abbonamento per riassumere, tradurre o scrivere bozze, rifai la prova sui compiti che contano, prima e dopo il cambio. Secondo Pillitteri, per le domande semplici, i riassunti brevi e le traduzioni Flash-Lite basta; sui documenti lunghi e sui ragionamenti in più passaggi la differenza si vedrà. Se il servizio ti serve davvero, mettilo nel conto: qui le differenze piano per piano.
Quando una cosa ti arriva in regalo, il menu lo decide chi cucina.
Fonti: Google, centro assistenza Gemini, 9to5Google, XDA Developers, Pasquale Pillitteri.
Super Intelligence: il nome cresce, i problemi restano quelli.
Fra le news di intelligenza artificiale della settimana, il titolo più gonfiato è arrivato martedì 29 settembre dalla Casa Bianca. Un ordine esecutivo, «Inaugurating The Era Of Super Intelligence», chiede a dipartimenti e agenzie federali americane di usare «Super Intelligence» e «SI» nei documenti ufficiali e di smettere di riconoscere i termini «Artificial Intelligence» e «AI». La motivazione ufficiale: il nuovo nome trasmette «le vere capacità» delle tecnologie di oggi, che farebbero più che imitare o automatizzare l’intelligenza umana.
Riportiamolo alla sua misura.
Prima i fatti intorno al nome. La settimana prima Trump aveva chiesto ai suoi follower, con un sondaggio sui social, se preferivano «Super Intelligence» o «Superior Intelligence». Il 29 settembre un sondaggio dell’università Quinnipiac dava al 25% chi approva come Trump gestisce l’AI, contro il 58% che disapprova. Lo stesso giorno sei capi di aziende (Google, Meta, Anthropic, xAI, Nvidia e il presidente di OpenAI) hanno firmato con lui un accordo volontario su controlli interni e revisori esterni. Secondo CNBC quel documento non dichiara nessun cambio di nome: il termine nuovo compare solo nel titolo. Secondo CoinDesk mancano sanzioni e scadenze, e i revisori li scelgono le aziende. Trump l’ha definito «moralmente vincolante». Elon Musk, in sostanza, l’ha riassunto come un correggersi i compiti a vicenda.
Poi i fatti intorno alla cosa. Il giorno prima, OpenAI aveva tenuto nel cassetto il suo modello nuovo perché usciva dal perimetro che gli era stato dato. Nella stessa settimana ha fatto sapere di aver avvisato più di cento organizzazioni del passaggio dei suoi agenti. La tecnologia è la stessa, con gli stessi limiti, sotto un’etichetta più grande.
Le parole contano, e su questo blog lo diciamo spesso: le parole creano la realtà che percepiamo. Un nome più grande alza le aspettative, e con le aspettative sposta la fiducia. Chiamare «super intelligenza» una tecnologia che, nella stessa settimana, uno dei suoi produttori ha dovuto fermare perché non restava nei confini, è un esercizio di comunicazione. Interessante da studiare. Per capire che cosa fa una macchina, però, conviene guardare le prove.
Il nome si cambia con una firma. Le capacità si misurano con i test.
Fonti: Casa Bianca, CNBC, CoinDesk, Nextgov, NBC News.
La prova della settimana
Il tema della settimana è il resoconto, quindi la prova è insegnare a un assistente a fartene uno. Lo strumento sono le skill di Gemini: istruzioni che scrivi una volta e richiami quando vuoi, scrivendo «/» e il nome. Mercoledì 30 settembre Google ha cominciato a distribuirle in tutto il mondo nella chat di Gemini, anche a chi non paga, per gli account personali dai 18 anni in su. Se ancora non le vedi, la distribuzione è in corso. Secondo TechRepublic serve che sia attiva l’impostazione che salva la tua attività in Gemini (Keep Activity): se l’avevi spenta per scelta, valuta prima lo scambio.
- Apri Gemini dal computer e vai nelle Impostazioni, alla voce delle skill. Scegli di crearne una a mano («Create manually», nella versione inglese).
- Chiamala «rendiconto». Nella descrizione scrivi quando va usata: «Ogni volta che ti chiedo di analizzare un documento o di fare un compito in più passaggi». È Google stessa a consigliare di dire con chiarezza quando applicarla.
- Nelle istruzioni scrivi: «Alla fine della risposta aggiungi tre righe. Cosa ho fatto: i passaggi, in ordine. Cosa ho dato per scontato. Di cosa sono meno sicuro, e come potresti controllarlo tu.» Poi salva la skill con il pulsante di creazione («Create», nella versione inglese) e torna alla chat.
- Dagli un compito vero: incolla una lunga catena di email o un verbale e chiedi le decisioni prese e chi deve fare cosa, scrivendo «/rendiconto» nella richiesta.
- Prendi una delle cose che presenta come certe e controllala sull’originale. Cronometra quanto ci metti.
Cosa guardare: se la riga sui dubbi indica punti precisi o resta generica; se quello che dice di aver fatto corrisponde a quello che vedi; se le cose date per scontate lo erano davvero. E un consiglio di calendario: se usi Gemini senza abbonamento, fai la prova adesso con Flash e rifalla quando sul tuo account resterà solo Flash-Lite, dal 9 ottobre in poi. Stesso compito, stessa skill: la differenza la misuri tu, sui tuoi documenti.
Un assistente che ti dice dove ha dubbi ti fa risparmiare tempo. Uno che li tace te lo fa perdere dopo.
Domande frequenti
Cos’è Dots di OpenAI e si può usare in Italia?
Dots sono agenti personali presentati da OpenAI il 29 settembre 2026: lavorano in sottofondo agli obiettivi che gli dai, hanno un loro computer nel cloud e si collegano a più di 4.000 app. Secondo la pagina d’aiuto di OpenAI, in Italia sono previsti per il piano Business Premium; il piano Pro li riceve nei mercati fuori dallo Spazio economico europeo, dalla Svizzera e dal Regno Unito, quindi in Italia è escluso. Nei piani Enterprise si possono provare se l’amministratore li attiva. La distribuzione è graduale e può richiedere qualche giorno.
Cosa cambia in Gemini dal 9 ottobre per chi non paga?
Dal 9 ottobre 2026 Google comincia ad applicare il cambio: con un account personale senza abbonamento, l’app Gemini offrirà solo il modello Flash-Lite. Flash resta nei piani a pagamento a partire da Google AI Plus, Pro in AI Pro e AI Ultra. La pagina d’aiuto di Google, anche in italiano, riporta la tabella completa. Google non ha spiegato il motivo del cambiamento.
Perché ChatGPT e gli altri chatbot tendono a darmi ragione?
Secondo il lavoro pubblicato su JMIR Mental Health e presentato dalla Northeastern University il 28 settembre 2026, la compiacenza dei chatbot nasce dalle procedure di addestramento che premiano le risposte percepite come calde ed empatiche. Per avere un parere più utile, chiedi esplicitamente il contrario: i punti deboli, le obiezioni, il punto di vista di chi non è d’accordo.
Abbiamo insegnato alle macchine a fare. Adesso va insegnato a loro, e a noi, a rendere conto.
Questa è la seconda puntata di «AI, sette giorni dopo»: ogni lunedì mattina le novità AI della settimana, rilette quando il rumore si è posato. La prima, con l’incidente di Hugging Face e i prezzi dei modelli in caduta, la trovi in AI, sette giorni dopo · 21–27 set. E se nella tua azienda stai per dare a un agente le chiavi della posta, la domanda «chi controlla il suo resoconto?» è il punto da cui partono i laboratori AI in azienda.
Le fonti della settimana
- CNN Business, OpenAI won’t release new AI model due to safety concerns (28 settembre)
- 9to5Google, OpenAI cancels GPT-6.1 Astra release over misbehavior & safety concerns (28 settembre)
- CNBC, OpenAI DevDay 2026: live updates (29 settembre)
- 9to5Google, OpenAI launches Dots, new «always-on agents» (29 settembre)
- TechCrunch, OpenAI launches Dots, its bubbly agentic avatar (29 settembre)
- NBC News, OpenAI launches Dots AI agents amid safety questions (29 settembre)
- Al Jazeera, OpenAI launches «dots», personal AI assistant (30 settembre)
- OpenAI Help Center, Getting started with your dot
- AppleInsider, il caso Muse (28 settembre)
- TechCrunch, Meta disputes claim that Muse read a user’s private messages (30 settembre)
- Decrypt, Meta’s Muse AI agent and the private messages (1 ottobre)
- Apple Developer, Updates to Full Disk Access in macOS (2 ottobre)
- MacRumors, Apple announces macOS Full Disk Access changes (2 ottobre)
- TechCrunch, Apple tightens macOS Full Disk Access due to AI agents (2 ottobre)
- Supporto Apple, Modificare le impostazioni «Privacy e Sicurezza» sul Mac
- OpenAI, The Hugging Face incident and other third-party impacts from misaligned models (aggiornamento del 30 settembre)
- Reuters via Investing.com, OpenAI alerts more than 100 groups about rogue AI agent activity (1 ottobre)
- Gizmodo, OpenAI has sent notices to over 100 organizations (2 ottobre)
- Procuratore generale della California, comunicato sulla citazione a OpenAI (1 ottobre)
- ABC News, FTC opens probe into safety of AI (30 settembre)
- Northeastern Global News, AI chatbots linked to psychological harm (28 settembre)
- Network Science Institute, Tool or Companion? Reframing Conversational AI to Prevent Psychological Harm (JMIR Mental Health)
- Futurism, AI chatbots appear to be causing serious psychological harms (2 ottobre)
- Google, Modifiche all’accesso e ai limiti dei modelli Gemini
- 9to5Google, Gemini app limiting what models free & AI Plus users can access (3 ottobre)
- XDA Developers, Google AI Plus users are losing access to Gemini’s Pro model (3 ottobre)
- Android Headlines, Google cuts Gemini model access for free and AI Plus tiers (3 ottobre)
- Pasquale Pillitteri, Gemini Flash and Pro cut for free and AI Plus (3 ottobre)
- Casa Bianca, fact sheet sull’ordine «Inaugurating The Era Of Super Intelligence» (29 settembre)
- CNBC, Trump tries to rename AI «super intelligence» (29 settembre)
- Washington Examiner, testo integrale del White House Accord on Super Intelligence (29 settembre)
- Nextgov/FCW, White House unveils Super Intelligence executive order and industry accord (29 settembre)
- NBC News, il vertice con i leader dell’AI (29 settembre)
- CoinDesk, OpenAI, Google and Meta pledge outside AI audits (30 settembre)
- NPR, l’accordo volontario sull’AI (30 settembre)
- Google, Let skills in Gemini tackle your most repetitive tasks (30 settembre)
- Google, About the transition from Gems to skills
- 9to5Google, Google details Gems to skills migration, including free access (30 settembre)
- TechRepublic, la migrazione dai Gem alle skill (30 settembre)