Vai al contenuto
Luca Masrè Passaro
Laboratorio AI

luca@masrepassaro.com WhatsApp

home / blog

Cervello: le scoperte di ottobre 2026

Le scoperte sul cervello di ottobre 2026: il sonno che slitta, le emozioni senza firma, chi invecchia prima. Neuroscienze del cervello umano, con le fonti.

LMP Luca Masrè Passaro
·
29.10.2026
Illustrazione in stile Ghibli: una bambina seduta su una collina al tramonto guarda un sentiero tortuoso dove salgono alcuni viandanti, mentre in basso un villaggio accende le prime luci elettriche

Ottobre 2026 ha portato cinque scoperte sul cervello umano che, lette una dopo l’altra, raccontano un’abitudine. Quella di spedire il merito e la colpa all’indirizzo più comodo.

La colpa del sonno perso al telefono. Il merito della calma a un’area del cervello che si accende. Il vanto al bambino che corre avanti agli altri. Il fiuto per ciò che resterà in testa a chi l’ha disegnato. E poi, in fondo, duecentoventi bambini, sette anni e mezzo in media, che per scegliere da chi imparare guardano anche la strada fatta.

Cinque scoperte delle neuroscienze, quattro indirizzi comodi e un’eccezione. Con le fonti, così controlli tu.

In breve

Le scoperte sul cervello più interessanti di ottobre 2026: secondo le stime, in dieci anni i Toba/Qom del nord dell’Argentina si addormentano quasi un’ora più tardi, e né l’elettricità né lo smartphone bastano da soli a spiegarlo; su fino a 2.175 persone sane, tre modi di misurare quanto sai gestire le emozioni non convergono su una firma comune nel cervello; nei campioni studiati, chi da bambino si sviluppa in fretta nel corpo tende a invecchiare più in fretta a metà vita, mentre per lo sviluppo sociale il legame va al contrario; gli artisti riescono a rendere un’opera memorabile più facilmente che a renderla dimenticabile, e un’intelligenza artificiale prevede cosa verrà ricordato meglio di loro; intorno ai sette anni i bambini preferiscono imparare da chi ha faticato piuttosto che da chi partiva avvantaggiato.

1. In dieci anni ci si addormenta quasi un’ora più tardi. E il telefono è solo uno degli indiziati

Nord dell’Argentina, provincia di Formosa. Tre comunità Toba/Qom, un popolo un tempo di cacciatori-raccoglitori. Una vive accanto a una cittadina di circa ventimila abitanti e ha avuto la corrente per tutto lo studio. Le altre due, una sessantina di chilometri più a nord, l’hanno vista arrivare fra il 2016 e il 2017.

Dal 2012 al 2024 ricercatori argentini e dell’Università di Washington hanno messo al polso di 156 persone un braccialetto che registra il movimento, e quindi il sonno.

Secondo le stime degli autori, fra il 2014 e il 2024 ci si addormenta quasi un’ora più tardi, in paese come in campagna. In paese ci si sveglia anche più tardi; in campagna no, perché — ipotizzano — il sole, il caldo, la legna e gli animali non aspettano. Così lì si perdono trentacinque minuti di sonno a notte. In entrambi i gruppi il sonno diventa meno regolare.

Arriva la corrente, arriva lo smartphone — nel 2018 nessun partecipante ne aveva uno, a ottobre 2024 circa la metà — e nelle comunità rurali la notte si accorcia. La storia che ti aspetti.

Il dettaglio scomodo è un altro. Messe nei calcoli sia l’elettricità sia l’era degli smartphone, nessuna delle due bastava da sola a spiegare lo slittamento. Uno studio precedente nelle stesse comunità aveva misurato quanto più tardi dorme chi ha lo smartphone: tredici minuti. Pochi, per spostare di un’ora un popolo. Gli autori parlano di modernizzazione, un pacchetto di cambiamenti che arrivano insieme, e precisano che corrente e telefono possono comunque contribuire.

Della stanchezza che lasciano i social ho scritto in Stanchezza da social. Quanto sonno recupereresti togliendo il telefono dal comodino, questo studio non lo misura: misura un mondo che cambia tutto insieme.

Il telefono ha un interruttore. Il resto della vita moderna resta acceso.

Current Biology, ottobre 2026. Su 156 persone e oltre 12.000 notti, studio osservazionale: tre comunità seguite dal 2012 al 2024, senza interventi.

2. Quanto sai gestire le emozioni? Tre misure, tre risposte diverse

Una delle strategie più studiate per gestire un’emozione si chiama rivalutazione cognitiva: cambiare il modo in cui guardi una cosa, per cambiare l’effetto che ti fa. È al centro della terapia cognitivo-comportamentale, quella che lavora su pensieri e comportamenti, ed è un pezzo dell’autoregolazione di cui parlo in Intelligenza emotiva.

Nelle risonanze, quando una persona rivaluta un’immagine negativa, si accendono zone della corteccia prefrontale, quella dietro la fronte, e spesso l’amigdala, una piccola struttura legata alle reazioni emotive, si calma. Da lì l’idea: chi ha quel freno più attivo è più bravo a regolarsi.

Un consorzio di trentadue gruppi, con prima firma Maurizio Sicorello dell’Istituto centrale di salute mentale di Mannheim, ha riunito quaranta raccolte di dati: fino a 2.175 persone sane, circa venti volte i tentativi precedenti. Poi ha confrontato le tre misure usate per dire «questa persona è brava»: il questionario sulle tue abitudini, quanto cala il disagio che dichiari quando rivaluti, quanto cala l’attività dell’amigdala.

Le tre misure convergono poco. Quello che dichiari nel questionario non si lega agli altri due numeri, né al cervello mentre rivaluti. L’unico legame, fra disagio e amigdala, è così debole che per vederlo servirebbero più di mille persone. Nessuna misura si lega come previsto ai circuiti prefrontali del freno. E quei circuiti lavorano anche mentre l’emozione nasce.

A settembre ti avevo avvertito che un’amigdala che si quieta è un segnale, non un voto. Qui la cautela arriva in grande: gli autori invitano a non dedurre da un’area accesa quanto una persona sa regolarsi. Restano validi i risultati su cosa succede dentro la stessa persona; e in chi soffre di un disturbo le cose potrebbero cambiare.

Le abitudini che dichiari e il cervello che rivaluta, per ora, viaggiano su binari separati.

Nature, ottobre 2026. Fino a 2.175 adulti sani, 40 raccolte di dati di risonanza funzionale (l’esame che segue l’attività del cervello), analisi con un piano dichiarato in anticipo.

3. Crescere in fretta e invecchiare in fretta vanno insieme. Maturare in fretta, al contrario

Nuova Zelanda, città di Dunedin. Fra l’aprile del 1972 e il marzo del 1973 nello stesso ospedale nascono 1.037 bambini, e da allora un gruppo di ricercatori li segue. Le misure usate qui arrivano fino ai quarantacinque anni.

Il nuovo lavoro — prima firma J. Kathy Xie della Duke University, con Terrie Moffitt e Avshalom Caspi — parte da una domanda che molti genitori si fanno davanti a un figlio «avanti»: svilupparsi presto è un vantaggio che dura?

I ricercatori hanno costruito un indice della velocità di crescita del corpo con sei voci, fra cui il peso alla nascita rispetto alle settimane di gravidanza, quanto peso si prendeva da piccolissimi, l’età delle prime tappe dello sviluppo, il momento e la velocità dello scatto dell’adolescenza. E l’hanno messo accanto al ritmo dell’invecchiamento biologico a metà vita, misurato su più organi: cuore, metabolismo, reni, sistema immunitario, denti, polmoni.

Chi da bambino si era sviluppato più in fretta nel corpo, a metà vita invecchiava più in fretta. Il legame è tornato in un secondo campione americano, 1.537 adulti fra i 33 e i 44 anni: le ragazze che avevano avuto il primo ciclo prima invecchiavano più velocemente.

Poi il ribaltamento. Lo sviluppo sociale, misurato con una scala classica della maturità sociale, andava nella direzione opposta: chi da bambino era più avanti lì, a metà vita invecchiava più piano.

Sono associazioni, e gli autori le presentano come prime prove: dicono che le due cose viaggiano insieme, lasciando aperto il perché. Ma spostano la domanda. Davanti a un bambino «avanti», conta capire in cosa è avanti.

«Avanti» è una parola sola. Nei dati, porta a due conti diversi.

Psychological Science, ottobre 2026. Su 1.037 persone seguite dalla nascita più 1.537 adulti americani, studio osservazionale su due gruppi seguiti negli anni.

4. Cosa verrà ricordato? L’intelligenza artificiale lo prevede meglio degli artisti

All’Università di Chicago il laboratorio di Wilma Bainbridge ha lanciato un concorso d’arte nazionale con una consegna insolita. Fai un’opera che resti in testa. Oppure, se preferisci, un’opera che si dimentichi.

Poi le opere sono passate davanti a più di mille persone — 119 e 892 reclutate su due piattaforme online, più 62 visitatori di una galleria di Chicago — in test di memoria: questa l’hai già vista o no?

Gli artisti ci sono riusciti. Le opere pensate per restare in testa venivano ricordate di più, quelle pensate per sparire di meno. Con un’asimmetria, però: alzare la memorabilità riusciva più facilmente che abbassarla. Farsi ricordare si può progettare. Farsi dimenticare riesce molto meno.

La seconda parte è quella che punge. I ricercatori volevano anche sapere chi indovina in anticipo quali opere resteranno in testa: gli artisti, le persone comuni o ResMem, un programma di intelligenza artificiale — una rete neurale, cioè un sistema che impara dagli esempi — costruito per stimare quanto un’immagine è memorabile. Ha vinto la macchina, in modo costante. E le caratteristiche delle immagini che spiegano quasi metà delle differenze nel ricordo andavano d’accordo con lei, non con i giudizi delle persone.

Il che fa pensare che il fiuto per cosa resterà nella memoria degli altri sia meno affidabile di come lo senti, anche per chi crea di mestiere. Lo studio ha usato opere d’arte: per loghi, copertine e post resta da verificare, ma la domanda vale anche lì. Di macchine che provano a prevedere la reazione del pubblico ho scritto in Ora un’AI ti dice se un video diventerà virale; questo è un esperimento controllato su una domanda più stretta: cosa resta in memoria.

Chi crea sa cosa voleva ottenere. Cosa resterà, lo sa meglio la memoria degli altri.

Psychological Science, ottobre 2026. Su 1.073 adulti negli Stati Uniti, tre esperimenti.

5. I bambini preferiscono imparare da chi ha faticato che da chi partiva avvantaggiato

Università di Boston. Duecentoventi bambini, sette anni e qualche mese di media, in due esperimenti. Devono confrontare due persone arrivate a un risultato. Una ci è arrivata faticando. L’altra partiva con più mezzi — gli autori la chiamano endowed, «dotata». La domanda è semplice: da chi vuoi imparare?

Nel primo esperimento le due arrivano allo stesso punto. I bambini scelgono chi ha faticato. E più sono grandi, più gli riconoscono competenza.

Nel secondo i risultati delle due sono diversi, e la preferenza regge lo stesso. Anzi si allarga: è a chi ha faticato che i bambini vorrebbero chiedere informazioni in futuro, ed è con chi ha faticato che preferiscono fare amicizia.

La parte più bella sono le spiegazioni. Alcuni dicono «ne sa di più». Altri «perché si è impegnata». Per questi bambini la fatica è più di una virtù: è un indizio di conoscenza. Gli autori la mettono così: i bambini danno all’impegno un valore di sapere, e lo leggono come segno che di quella persona ci si potrà fidare anche dopo. Guardano il risultato, e insieme guardano la strada.

Da adulti succede spesso il contrario. Si guarda il risultato e da lì si deduce tutto il resto: competenza, affidabilità, perfino simpatia. È l’effetto alone, quando un solo tratto contagia il giudizio su tutta la persona. Lo studio gli adulti non li ha misurati, quindi il confronto è mio. Ma la domanda dei bambini funziona anche a quarant’anni: questa persona sa come si arriva, o ha avuto la strada spianata?

Intorno ai sette anni, per scegliere da chi imparare, si guarda anche la strada. A quaranta conviene ricordarselo.

Communications Psychology, ottobre 2026. Su 220 bambini (100 + 120), due esperimenti.

Il filo del mese: il merito e la colpa vanno dove si vede

Rimettile in fila. La colpa del sonno perso data al telefono, che da solo non basta a spiegarlo. Il merito della calma dato a una zona del cervello che non lo porta scritto addosso. Il vanto per il bambino che si sviluppa prima, che nei dati va insieme a un invecchiamento più rapido. Il fiuto per ciò che resterà in testa, che una macchina ha più di chi crea. E i bambini dell’ultimo studio, intorno ai sette anni, che per scegliere da chi imparare guardano anche la strada fatta.

La mossa è sempre la stessa. Il merito e la colpa finiscono su ciò che si vede: l’oggetto che tieni in mano, l’area che si colora nella risonanza, il bambino più alto della classe, la firma sotto l’opera. Quello che non si vede — una vita che cambia tutta insieme, un cervello che lavora intero, la direzione in cui si cresce, la memoria degli altri, la fatica — resta senza indirizzo.

È una lettura mia, non una legge: i cinque studi misurano cose diverse. Ma lasciano una domanda sola, e costa poco. Prima di dare il merito o la colpa, chiediti se stai guardando la causa o soltanto la cosa più facile da vedere.

Il mito del mese: sei un tipo «visivo»

Forse te l’hanno detto a scuola, o in un corso. C’è chi è visivo, chi è uditivo, chi è cinestetico, cioè impara facendo. Scopri il tuo stile, studia in quel modo, e imparerai meglio. Intorno a questa idea sono nati test, guide e corsi di aggiornamento per insegnanti.

Nel 2008 quattro psicologi — Harold Pashler, Mark McDaniel, Doug Rohrer e Robert Bjork — ricevettero l’incarico di verificare se reggeva. Prima fissarono la prova che serviva: dividi gli studenti per stile, assegna a caso metodi d’insegnamento diversi, fai a tutti lo stesso esame. Se l’idea è vera, il metodo migliore per i «visivi» dev’essere diverso da quello migliore per gli «uditivi». Risultato: che le persone abbiano preferenze su come ricevere le informazioni è dimostrato. Che insegnare nello stile preferito faccia imparare di più, quasi per niente. Pochissimi studi usavano un metodo adatto a verificarlo, e diversi fra quelli lo contraddicevano apertamente.

Nel 2024 una meta-analisi — una sintesi statistica di 21 studi e 1.712 persone — ha trovato in media un piccolo vantaggio quando l’insegnamento era abbinato allo stile. Ma l’incrocio che servirebbe a dimostrare l’idea compariva solo in circa un quarto delle misure, e gli studi erano di bassa qualità. La conclusione delle autrici: benefici troppo piccoli e troppo rari per giustificarne l’uso diffuso.

Eppure il mito sta benissimo. Una revisione del 2020 su 37 indagini, oltre quindicimila educatori di diciotto paesi, ha trovato che in media l’89% crede che abbinare l’insegnamento allo stile funzioni, senza segni di calo: fra i futuri insegnanti, il 95%. In un’indagine del 2012 su insegnanti del Regno Unito e dei Paesi Bassi interessati alle neuroscienze, ci credeva il 93% dei britannici e il 96% degli olandesi. E chi sapeva più cose sul cervello credeva a più miti, non a meno.

Come spesso succede con i miti sul cervello, anche questo parte da un fatto vero: immagini, suoni e movimenti il cervello li elabora in zone diverse. Solo che quelle zone sono fittamente collegate e si scambiano informazioni di continuo.

Il mio sospetto è che il mito piaccia per lo stesso motivo del filo di questo mese: dà un indirizzo comodo al merito e alla colpa. Se una lezione non entra, il problema diventa lo stile, e la domanda su cosa aiuti davvero a imparare resta in un cassetto.

Le preferenze ce le hai, ed è giusto conoscerle. Ma il cervello che impara è uno solo, e usa tutte le porte.

Fonti: Pashler, McDaniel, Rohrer e Bjork, Psychological Science in the Public Interest, 2008, rassegna; Clinton-Lisell e Litzinger, Frontiers in Psychology, 2024, meta-analisi di 21 studi; Newton e Salvi, Frontiers in Education, 2020, revisione sistematica di 37 studi; Dekker, Lee, Howard-Jones e Jolles, Frontiers in Psychology, 2012, indagine su 242 insegnanti.

Domande frequenti

Lo smartphone fa dormire meno?

Può contribuire, ma in questo studio da solo non bastava a spiegare il cambiamento. La ricerca pubblicata su Current Biology a ottobre 2026, che ha seguito 156 persone delle comunità Toba/Qom in Argentina dal 2012 al 2024, stima che in dieci anni l’addormentamento si sia spostato quasi un’ora più tardi; né l’arrivo dell’elettricità né quello degli smartphone bastavano da soli a spiegare lo spostamento. In uno studio precedente nelle stesse comunità, chi aveva lo smartphone dormiva in media solo 13 minuti più tardi di chi non ce l’aveva.

Si può vedere dal cervello se una persona sa gestire le emozioni?

Per ora le prove invitano alla cautela. L’analisi pubblicata su Nature a ottobre 2026, su 40 raccolte di dati di risonanza magnetica e fino a 2.175 persone sane, ha trovato che tre misure della capacità di rivalutare un’emozione — questionari, voti di disagio e attività dell’amigdala — non convergevano su una firma cerebrale comune, e nessuna si legava come previsto ai circuiti prefrontali del controllo. Gli autori sconsigliano di dedurre questa capacità dall’attivazione di singole aree.

Gli stili di apprendimento esistono?

Le preferenze sì: le persone dicono volentieri se preferiscono immagini, parole o ascolto. Le prove che insegnare nello stile preferito faccia imparare di più, invece, sono scarse. La rassegna di Pashler e colleghi del 2008 non ha trovato quasi nessuna prova dell’effetto richiesto, e una meta-analisi del 2024 su 21 studi ha concluso che i benefici sono troppo piccoli e troppo rari per giustificarne l’uso diffuso.

Un bambino che si sviluppa in fretta invecchia prima?

Nello studio pubblicato su Psychological Science a ottobre 2026, su 1.037 persone seguite dalla nascita a Dunedin, in Nuova Zelanda, uno sviluppo fisico più rapido nell’infanzia era associato a un invecchiamento biologico più rapido a metà vita, con una replica su 1.537 adulti americani. Uno sviluppo sociale più rapido era invece associato a un invecchiamento più lento. Sono associazioni, presentate dagli autori come prime prove.

Per approfondire sul blog

Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana — Luca Masrè Passaro
// dal libro
Ti è piaciuto? Nel libro vado più a fondo.

31 capitoli su come funzioniamo. In uscita 16 settembre 2026.

Scopri il libro →
Luca Masrè Passaro
// scritto da
Luca Masrè Passaro

Comunicazione, psicologia e persuasione. Autore del Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana.

leggi la mia storia →
// LA MAIL

Hai letto fino a qui.

Continua sulla mail.

Una al mese, al massimo. Solo quando ho qualcosa di buono da dirti.

// continua a leggere

Altri pezzi dalla stessa categoria