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Luca Masrè Passaro
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Google Vids: per l’avatar basta una foto

Google Vids ora crea un avatar AI da una tua foto e lo fa parlare in italiano. In Italia l’avatar registrato dal vivo resta escluso: cosa cambia e cosa fare.

LMP Luca Masrè Passaro
·
03.11.2026
Illustrazione: in un laboratorio al tramonto una maschera bianca su un supporto, illuminata da dentro, davanti a un microfono; accanto una cornice girata e, sugli scaffali, un grammofono con tante trombe diverse

In breve

Il 2 novembre 2026 Google ha annunciato che in Google Vids, la sua app per fare video dentro Workspace, puoi caricare una foto dal computer, da Drive o da Google Foto e farne un avatar che legge il tuo testo, anche in italiano, con una voce scelta da un elenco. La funzione arriva nei piani Business ed Enterprise, fra gli altri, e secondo Google non ha un controllo dedicato per gli amministratori, che però possono gestire l’accesso a Vids e spegnere le funzioni di AI generativa, quelle che creano contenuti. Nella stessa app esiste anche l’avatar «personale», che si registra dal vivo con il telefono, volto e voce, ed è riservato al titolare dell’account maggiorenne: quello, per ora, nello Spazio economico europeo, Italia compresa, non è disponibile. Qui, sulla carta, resta la strada della foto. Per chi lavora, le domande diventano due: di chi è il volto, e come lo sa chi guarda.

Una foto. Un testo. Un video in cui quella faccia parla.

Da lunedì sera è una funzione ufficiale di Google Vids. L’annuncio è uscito sul blog degli aggiornamenti di Google Workspace il 2 novembre 2026, alle 18:48 ora italiana, con un titolo che non lascia dubbi: carica un’immagine per creare un avatar personalizzato.

Detta così sembra una comodità in più per chi fa video di formazione. Lo è. Ma dentro la stessa app, nelle pagine di aiuto di Google, c’è un dettaglio che cambia il senso della notizia, soprattutto per chi lavora in Italia. Te lo racconto con ordine, perché riguarda una cosa che chi comunica dà per scontata da sempre: metterci la faccia.

Cosa fa, da adesso, Google Vids

Google Vids è l’app di Google per montare video, accanto a Documenti e Presentazioni. Aveva già gli avatar: alcuni pronti, ognuno con il suo aspetto e la sua voce, e la possibilità di costruirne uno da zero scegliendo genere, età, origine e abito. La novità è il terzo modo: parti da una foto.

Il percorso, secondo l’annuncio e la pagina di aiuto, è questo. Scegli un’immagine dal computer, da Drive o da Google Foto. La ritocchi dentro Vids: sfondo, luce, e anche «decorazioni festive», scritto proprio così. Scegli una voce da un elenco, dopo averle ascoltate. Scrivi il testo, e l’avatar lo recita dentro la scena. L’avatar resta salvato nel progetto: per usarlo in un altro file, copi il progetto.

Fra le lingue in cui gli avatar di Vids leggono il testo c’è l’italiano. Ci sono anche dei limiti: per molti utenti fino a 25 generazioni di avatar al mese, e ogni video dell’avatar dura al massimo 60 secondi. Google stesso suggerisce l’uso: video di formazione e presentazioni.

Chi ce l’ha? L’annuncio elenca Business Starter, Standard e Plus, Enterprise Starter, Standard e Plus, Education Plus e altre edizioni, più gli account personali con Google AI Pro e Ultra. Su questi ultimi c’è una piccola contraddizione: la pagina che riassume le funzioni AI di Vids, oggi, scrive ancora che gli account personali hanno solo gli avatar già pronti. Se usi Vids per l’azienda, il discorso è più semplice. Di cosa offre Google alle imprese con Gemini ho scritto nel pezzo su Gemini per le imprese.

Poi i tempi. Workspace distribuisce le novità su due binari, che sceglie chi amministra l’account: sul rilascio rapido le funzioni arrivano fra le prime, su quello programmato almeno una settimana dopo. Per gli avatar da foto il rilascio rapido è partito venerdì 30 ottobre, in modo graduale, con fino a 15 giorni perché la funzione compaia; quello programmato parte venerdì 20 novembre, e la funzione compare in 1–3 giorni.

Infine una riga per chi gestisce l’account aziendale: per gli amministratori, scrive Google nell’annuncio, questa funzione non ha un controllo dedicato. La pagina sulle funzioni AI di Vids precisa però che, negli account di lavoro o di scuola, l’amministratore controlla l’accesso a Vids e può spegnere l’accesso alle funzioni di AI generativa, cioè quelle che creano contenuti. L’interruttore dedicato agli avatar da foto manca; quelli su Vids e sull’AI generativa ci sono.

Per la foto da caricare, Google consiglia un file di buona qualità, orizzontale in formato 16:9, con un volto umano ben visibile e illuminato su uno sfondo neutro.

Due strade per lo stesso volto

Ora il dettaglio. In Vids esiste anche un altro avatar, che Google chiama «personale». Si crea così: apri Vids dal computer, inquadri un codice QR con il telefono o il tablet e registri il tuo volto e la tua voce seguendo le istruzioni sullo schermo. Le regole sono precise. Devi avere almeno 18 anni. Deve farlo il titolare dell’account, di persona. Dietro di te non devono esserci altre persone né immagini di volti. A un certo punto ti viene chiesto di girare la testa da una parte e poi tornare al centro.

Leggo questi passaggi come accorgimenti per avere una registrazione dal vivo, fatta dal titolare. È la mia lettura: Google prescrive che sia il titolare a completare la procedura, ma la pagina non spiega come lo verifichi.

E poi c’è la riga che la pagina segna come importante: gli avatar personali, per ora, non sono disponibili nello Spazio economico europeo, in Svizzera e nel Regno Unito. E funzionano solo in inglese. Perché questi paesi restino fuori, Google lì non lo spiega. Posso immaginare che c’entrino le regole europee sui dati biometrici, quelli che permettono di riconoscere una persona dal volto o dalla voce, ma resta una mia ipotesi.

Metto le due strade una accanto all’altra.

La prima ti registra dal vivo, vuole che tu sia maggiorenne e titolare dell’account, ti chiede uno sfondo senza altri volti, e nello Spazio economico europeo è chiusa. La seconda chiede un file. Nelle pagine ufficiali che ho letto, per la foto c’è un consiglio sulla qualità dell’immagine e il rimando alla politica di Google sugli usi vietati. Richieste su chi debba essere la persona nella foto, lì, non ne trovo. La pagina con l’elenco delle funzioni AI di Vids dice che si usano in tutti i paesi dove esistono gli account Workspace, e l’annuncio non pone limiti geografici; dall’Italia non l’ho ancora provata.

Nello Spazio economico europeo, oggi, la porta con la registrazione dal vivo è chiusa. Sulla carta resta aperta quella con il campo di caricamento, con i suoi requisiti di piano e la politica di Google sugli usi vietati.

Quando l’avatar ha il volto di una persona vera

In fondo alla pagina di aiuto sugli avatar c’è una frase che vale la pena leggere due volte: gli avatar AI sono creati con l’intelligenza artificiale generativa e non sono persone vere.

Tecnicamente è esatto. Il video lo genera un modello, e nessuno ha davvero detto quelle parole davanti a una telecamera. Ma se la foto di partenza è di una persona reale, il volto sullo schermo è suo. E chi guarda vede quel volto, non il modello.

Qui entra il mio mestiere. In italiano «metterci la faccia» vuol dire una cosa precisa: mi espongo, rispondo io di quello che dico. Per come la vedo io, la faccia in un video funziona come una firma: prima di ascoltare le parole, chi guarda registra chi le dice. Per me è il motivo per cui un video del titolare convince più di un volantino con lo stesso testo: per come la vedo io, il linguaggio del corpo arriva prima delle frasi, e una faccia che conosci porta con sé tutto quello che sai di quella persona.

Un avatar costruito dalla tua foto prende in prestito proprio quella firma. Ti dà la presenza senza chiederti di esserci. È la sua forza, ed è anche il suo punto fragile: chi scopre a cose fatte che non eri tu, rilegge con sospetto anche quello che era vero. La fiducia, quando si rompe, si rompe all’indietro.

Metterci la faccia voleva dire esserci. Con Vids può bastare caricarla.

Cosa dice la legge quando il volto è di qualcuno

Qui serve precisione: riassumo i passaggi delle norme che contano.

L’AI Act, il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, definisce il deepfake così: un contenuto di immagine, audio o video generato o manipolato con l’AI che somiglia a persone, oggetti, luoghi, entità o eventi esistenti e che a qualcuno potrebbe sembrare falsamente autentico o veritiero. L’articolo 50, al paragrafo 4, aggiunge un obbligo per chi usa un sistema che genera o manipola contenuti di questo tipo: dichiarare che il contenuto è stato generato o manipolato artificialmente. Se il contenuto fa parte di un’opera chiaramente artistica, creativa, satirica o di finzione, l’obbligo si riduce a segnalare che quel contenuto c’è, in un modo che non rovini l’opera. E il paragrafo 5 dice quando: in modo chiaro e riconoscibile, al più tardi alla prima esposizione. Queste regole si applicano dal 2 agosto 2026. Ne ho scritto più in largo nel pezzo sull’AI Act in Italia.

Un video con un avatar fatto dalla tua foto, realistico, che legge un testo come se fossi tu: secondo me rientra con buona probabilità in quella definizione. Non è un parere legale, è la lettura di chi la definizione l’ha letta parola per parola. Se cade lì dentro, la conseguenza pratica è semplice: chi guarda deve saperlo al più tardi quando lo vede.

Poi c’è la legge italiana. La legge 132 del 2025 ha aggiunto al codice penale l’articolo 612-quater, «Illecita diffusione di contenuti generati o alterati con sistemi di intelligenza artificiale». Punisce con la reclusione da uno a cinque anni chi causa un danno ingiusto a una persona diffondendo, senza il suo consenso, immagini, video o voci falsificati o alterati con l’AI e capaci di ingannare sulla loro autenticità. Si procede, di regola, su querela della persona offesa. Il caso estremo è lontano dal video di formazione. Ma la parola chiave è la stessa: consenso. Per la foto del collega presa dal sito aziendale, quella del socio o quella del cliente contento, io adotterei una regola semplice: un consenso scritto per quell’uso preciso. È una precauzione che consiglio io, più larga delle condizioni del reato appena descritto.

E c’è la politica di Google, a cui la funzione rimanda. Fra gli usi vietati elenca il fingersi un’altra persona, viva o morta, senza dichiararlo esplicitamente, per ingannare; usare dati personali o biometrici, cioè ricavati dalle caratteristiche del corpo o del comportamento per riconoscere una persona, senza il consenso richiesto dalla legge; presentare un contenuto generato come se l’avesse fatto solo un essere umano, sempre per ingannare. Le regole di Google, quindi, ci sono: stanno nella pagina a cui la funzione rimanda.

Se vuoi capire perché il tema è delicato anche fuori dalle aziende, ho raccolto qui cosa sono i deepfake e come riconoscerli.

L’AI Act, davanti a un deepfake, chiede di dirlo. Il codice penale colpisce chi lo diffonde senza consenso e fa un danno ingiusto.

Dove l’avatar regge e dove si spezza

Io lo tratterei come uno strumento con un campo d’uso preciso.

Regge dove il contenuto è un’informazione e chi guarda lo sa. La procedura per chiudere la cassa. Il benvenuto al nuovo collaboratore. Come si compila il modulo dei rimborsi. Le domande frequenti che ricevi ogni settimana, ripetute con calma. In questi casi chi guarda vuole il contenuto, e un volto familiare lo aiuta a seguirlo. Il limite di 60 secondi per ogni video dell’avatar, poi, ti costringe a scrivere corto, che in un video di formazione è un pregio.

Si spezza dove il valore del video è la relazione. Le scuse a un cliente. La presentazione a chi deve decidere se fidarsi di te. Il messaggio dopo un problema grave. Il ringraziamento personale. Lì chi guarda vuole sapere che c’eri, che ti sei preso il tempo, che hai rischiato la tua faccia vera. Un avatar, in quei momenti, dice il contrario di quello che dicono le parole.

C’è anche un effetto che riguarda chi il video lo fa. Quando registri te stesso, il testo lo senti in bocca: se una frase suona falsa, te ne accorgi mentre la dici. Con l’avatar quel filtro sparisce. Il testo lo scrivi, lo incolli, e la faccia lo recita, qualunque cosa ci sia scritto. Per questo, prima di generarlo, conviene leggerlo ad alta voce almeno una volta.

Il video più onesto che puoi fare con un avatar è quello che comincia dicendo che è un avatar.

Come portarlo nel tuo lavoro

Se in azienda usi Google Workspace, ecco cosa farei in questi giorni, prima che la funzione compaia a tutti.

  1. Scopri su che binario sei. Chiedi a chi amministra Workspace se l’account è sul rilascio rapido o su quello programmato. Nel primo caso gli avatar da foto possono comparire già adesso; nel secondo, dal 20 novembre.
  2. Scrivi tu la regola. Per gli avatar da foto Google non prevede un controllo dedicato: l’amministratore può gestire l’accesso a Vids o spegnere le funzioni di AI generativa, ma se le vuoi tenere accese, la regola sulle foto la scrivi tu. Per esempio: ognuno carica solo la propria foto, oppure quella di chi ha detto sì per iscritto, per quell’uso preciso. Una riga nel regolamento interno costa poco.
  3. Dichiaralo fin dall’inizio. Per i deepfake l’articolo 50 chiede un’informazione chiara e riconoscibile, al più tardi alla prima esposizione, nel rispetto dei requisiti di accessibilità. Io userei una scritta visibile da subito e una frase a voce: «In questo video parla un avatar generato con l’AI a partire dalla mia foto». Ti mette anche al riparo dall’effetto peggiore, la scoperta a cose fatte. Le filigrane invisibili, come quelle di cui ho parlato per SynthID, servono a chi controlla; a chi guarda serve una frase.
  4. Il testo è tuo, e si legge ad alta voce. Scrivilo tu, rileggilo come se dovessi dirlo in faccia a chi lo guarderà, e ascolta il risultato prima di pubblicarlo, soprattutto nomi propri e numeri.
  5. Tieni la faccia vera per le cose che contano. Decidi in anticipo quali video fai solo di persona: scuse, trattative, presentazioni importanti. Scriverlo prima ti evita di scegliere la scorciatoia nel giorno di fretta.

Lo strumento è comodo. La responsabilità di chi ci mette la faccia è rimasta tutta dove stava.

Domande frequenti

Cos’è Google Vids?

È l’app di Google per creare video dentro Workspace, accanto a Documenti e Presentazioni. Ha funzioni di intelligenza artificiale come le voci fuori campo e gli avatar che leggono un testo. Dal 2 novembre 2026 Google ha annunciato la possibilità di creare un avatar partendo da una foto.

Con Google Vids posso creare un avatar AI da una foto che parla in italiano?

Secondo le pagine di aiuto di Google sì: l’italiano è fra le lingue in cui gli avatar leggono il testo, e la voce si sceglie da un elenco. Per molti utenti il limite è di 25 generazioni di avatar al mese, e ogni video dell’avatar dura al massimo 60 secondi. La funzione arriva prima sugli account Workspace con rilascio rapido, dal 30 ottobre, e dal 20 novembre su quelli con rilascio programmato.

Che differenza c’è fra l’avatar da foto e l’avatar personale?

L’avatar personale si crea registrando dal vivo volto e voce con il telefono; deve farlo il titolare dell’account, maggiorenne, e per ora non è disponibile nello Spazio economico europeo, in Svizzera e nel Regno Unito, e funziona solo in inglese. L’avatar da foto parte da un’immagine caricata dal computer, da Drive o da Google Foto, con una voce scelta da un elenco.

Serve il consenso della persona nella foto?

La politica di Google sugli usi vietati esclude il fingersi un’altra persona per ingannare e l’uso di dati personali o biometrici senza il consenso richiesto dalla legge. In Italia l’articolo 612-quater del codice penale punisce chi, causando un danno ingiusto, diffonde senza consenso immagini o video falsificati con l’AI e capaci di ingannare. La regola più prudente è usare solo la propria foto, o quella di chi ha dato il suo sì per iscritto.

Devo dire che il video usa un avatar AI?

Se il video con l’avatar può sembrare autentico e riproduce una persona esistente, secondo la mia lettura rientra nella definizione di deepfake dell’AI Act, e l’articolo 50 chiede a chi lo usa di dichiararlo in modo chiaro, al più tardi alla prima esposizione. Questi obblighi si applicano dal 2 agosto 2026. In ogni caso, dirlo fin dall’inizio è anche la scelta che protegge meglio la fiducia di chi guarda.

L’amministratore di Workspace può spegnere gli avatar da foto?

Nell’annuncio Google scrive che questa funzione non ha un controllo dedicato per gli amministratori. La guida precisa però che, negli account di lavoro o di scuola, l’amministratore gestisce l’accesso a Vids e può spegnere l’accesso alle funzioni di AI generativa. Se queste funzioni restano accese, conviene affiancare una regola interna su quali foto si possono caricare.

Fonti

Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana — Luca Masrè Passaro
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Luca Masrè Passaro
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Luca Masrè Passaro

Comunicazione, psicologia e persuasione. Autore del Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana.

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