Vai al contenuto
Luca Masrè Passaro
Laboratorio AI

luca@masrepassaro.com WhatsApp

home / blog

Il furto che per il derubato era un guasto

Brogli elettorali alle midterm: uno scanner si blocca e in poche ore diventa un furto. Le tecniche che trasformano un guasto in complotto e come difenderti.

LMP Luca Masrè Passaro
·
05.11.2026
Illustrazione in stile anime: in un vecchio seggio di legno una scrutatrice anziana infila una scheda in un sacco arancione accanto a uno scanner fermo, mentre fuori dalla finestra uno stormo di uccelli di carta si alza sopra i tetti

Westchester, la contea appena a nord di New York. Martedì 3 novembre, primo mattino. Gli scanner che leggono le schede di carta smettono di prenderle. Non in un seggio: in 44 comuni su 45.

Gli elettori votano lo stesso, a penna, e infilano la scheda in un sacco arancione sigillato. Verrà contata dopo.

Nel giro di poche ore, online, il guasto ha già cambiato nome. «I democratici stanno già cercando di rubare le elezioni a New York», scrive Laura Loomer. «È così che la sinistra ruba le elezioni», scrive Katie Miller.

La sera il candidato repubblicano di quel collegio, cioè la persona che secondo la voce stavano derubando, telefona alla sua avversaria democratica, si congratula e ammette la sconfitta. Durante la giornata, a Fox News, aveva già detto la sua sul sospetto: «There’s no shenanigans». Nessun imbroglio.

Secondo la voce, era lui la vittima del furto. Lui parlava di un problema tecnico.

Questa è la storia di come un guasto vero diventa un furto nel giro di una mattina. Conviene conoscerla bene, perché il meccanismo ricorre anche altrove, in paesi e schieramenti diversi — anche quando tocca a chi la pensa come te.

In breve

Il 3 novembre, giorno del voto di metà mandato negli Stati Uniti, gli scanner delle schede si bloccano in quasi tutta la contea di Westchester (New York), dove si gioca uno dei collegi più contesi. Le autorità parlano di un errore di programmazione, le schede finiscono in sacchi sigillati da contare dopo, l’AP non trova nessuna prova credibile di altro. Intanto influencer e una deputata repubblicana lo presentano come un tentativo dei democratici di «rubare» le elezioni; qualcosa di simile succede con un guasto di venti minuti in Florida, due seggi chiusi per il maltempo in Arizona e un blackout in Michigan. La sera il repubblicano di Westchester ammette la sconfitta. Qui smonto le mosse: il verbo che trasforma un guasto in un furto, la domanda sulle probabilità, l’intenzione aggiunta, il controllo che diventa un sospetto, la correzione che arriva tardi. Poi guardo chi altro le usa, compresi i progressisti americani nel 2024 e l’Italia nel 2006, e cosa puoi fare la prossima volta che un allarme così arriva a te.

Il fatto

Il 3 novembre negli Stati Uniti si vota per le elezioni di metà mandato: tutti i 435 seggi della Camera, più di un terzo dei 100 del Senato e 36 governatori, come riassume Sky TG24.

Nella contea di Westchester il problema comincia all’apertura dei seggi. Secondo NBC News (in un articolo ripreso da Yahoo News), gli scanner non riescono a leggere le schede compilate a mano in 44 dei 45 comuni della contea. Gli elettori continuano a votare e mettono la scheda in sacchi arancioni di emergenza, che restano sigillati «sotto controllo bipartisan», come dice il Board of Elections dello stato di New York, l’ufficio che organizza il voto. Lo stesso ufficio scrive che il voto non si è mai interrotto e che gli scanner hanno rifiutato le schede che non riconoscevano «invece di contarle in modo sbagliato» (lo riporta Türkiye Today).

Cambia, nel corso della giornata, la spiegazione comunicata. Il Board of Elections della contea, in un primo comunicato ripreso da ABC7, parla dello spessore della carta delle schede. Poi, racconta Gothamist, aggiorna il testo e quella spiegazione sparisce. L’ufficio statale dice che il guaio è nato perché non era stata installata come si doveva la programmazione aggiornata degli scanner; secondo l’Associated Press, nel controllo dei fatti pubblicato da PBS, era un aggiornamento fatto dopo la preparazione e il collaudo delle macchine.

Westchester non è una contea qualsiasi, quel giorno. Una parte del suo territorio sta nel 17° distretto di New York, dove il deputato repubblicano Mike Lawler difende il seggio contro la democratica Cait Conley: una delle sfide più seguite del paese. Tutti e due chiedono agli elettori di restare in fila. Lawler scrive che non si sa ancora «se è colpa della scheda o della macchina» e che «ogni scheda sarà contata». La governatrice democratica Kathy Hochul lo ripete tre volte di fila davanti ai giornalisti: «Ogni voto sarà contato» (NBC News). Il capo dell’amministrazione della contea, il democratico Ken Jenkins, promette una revisione bipartisan delle «decisioni e dei fallimenti» che hanno portato a quella che chiama una «débâcle» (Gothamist).

Online, intanto, la storia è un’altra. «Nessuna sorpresa. I democratici di New York faranno qualsiasi cosa per barare», scrive su X la deputata repubblicana Claudia Tenney, che presiede alla Camera il gruppo parlamentare sull’integrità elettorale (Washington Sun). Laura Loomer, commentatrice vicina a Trump: «I democratici stanno già cercando di rubare le elezioni a New York oggi. Che probabilità ci sono che le macchine per il voto della contea di Westchester non funzionino?». E poi: «I democratici sanno solo barare». Il suo post supera le centomila visualizzazioni, secondo NBC News. Katie Miller, conduttrice di podcast e moglie del consigliere della Casa Bianca Stephen Miller: «È così che la sinistra ruba le elezioni». Il Center for an Informed Public dell’Università di Washington, un centro di ricerca che quel giorno ha seguito in diretta le voci sul voto, misura il picco della conversazione poco dopo le 10 del mattino: circa 150 post al minuto su X.

Westchester non è l’unico caso. In Florida, nella contea di Broward, un problema di accesso al sistema di registrazione degli elettori ferma il voto per venti minuti subito dopo l’apertura; secondo il responsabile delle elezioni, citato dal Miami Herald attraverso il centro di ricerca, alle 7.20 è risolto e nessun voto già espresso è stato toccato, anche se NBC 6, sempre secondo la ricostruzione del centro, riferisce di un numero imprecisato di persone mandate via. In Arizona, nella contea di Maricopa, due seggi chiudono lunedì 2 novembre per mancanza di corrente dopo una notte di temporali, e riaprono in mattinata. In Michigan, a Canton Township, un seggio resta senza corrente nel pomeriggio, ma il voto va avanti. Tutti e tre gli episodi, documenta il centro di ricerca, vengono rilanciati da influencer e account di destra con una cornice complottista: un piano deliberato, invece di un incidente. In Maine, dal 22 ottobre, circolano video di interpreti che aiutano elettori di origine somala ai seggi; The Maine Wire, una testata di destra, li presenta come un «piano per rubare le elezioni in tempo reale»; fra le immagini che girano ce n’è una generata con Gemini, l’intelligenza artificiale di Google.

L’AP, nel suo controllo dei fatti, scrive che non c’è «nessuna prova credibile» che il blocco degli scanner di Westchester sia stato altro che un problema tecnico. La sera, secondo ABC7, Lawler chiama Conley e ammette la sconfitta: «Quando domani verranno contati tutti i voti di Westchester, sarà abbastanza chiaro che non ci arriveremo». Aggiunge che a lui, in nessuna delle sue elezioni, nessuno aveva mai concesso la vittoria la sera stessa, e che farlo è «la cosa giusta». Le migliaia di schede rimaste nei sacchi arrivano di notte al Board of Elections della contea, scortate dalla polizia, e mercoledì 4 comincia lo scrutinio, come prevedeva l’accordo approvato da un tribunale. Mercoledì sera, scrive CBS New York, si conta ancora: a Pelham un candidato locale calcola che le macchine finiranno giovedì. Il capo della contea, Ken Jenkins, annuncia una revisione fatta da una squadra dei due partiti «sulle decisioni e sugli errori che hanno portato a questo disastro»; partirà a conteggio finito.

Come te l’hanno raccontata

Metti in fila le parole dei post e quelle dei comunicati. Raccontano due fatti diversi con gli stessi ingredienti.

Nei comunicati c’è un «problema», un «errore di programmazione», una «procedura di emergenza». Nei post c’è un furto. «Rubare», «barare», «imbrogliare»: sono verbi che hanno bisogno di qualcuno che li compia, e che lo abbia voluto. Un guasto può avere dei responsabili, e infatti la contea promette di cercarli. Un furto ha un colpevole con un’intenzione, e chi scrive te lo consegna già col nome sopra: i democratici.

Poi c’è quel «già». Loomer scrive che i democratici «stanno già cercando di rubare» le elezioni a New York. Sui seggi chiusi in Arizona, il podcast Loomer Unleashed scrive: «I democratici stanno già barando». Sono frasi scritte a urne ancora aperte, prima di qualsiasi risultato. Il «già» ti suggerisce che quello che vedi è solo l’inizio, e che il resto deve ancora arrivare.

«È così che la sinistra ruba le elezioni» fa un passo in più. Da un caso passa alla regola. Non dice «qui è successo questo»: dice «funziona sempre così». Basta un episodio, se lo presenti come un esempio.

La domanda di Loomer — «che probabilità ci sono?» — è la mossa più furba, perché non afferma niente. Ti lascia fare il conto da solo, e il conto d’istinto può farti sottovalutare quanto siano frequenti i guasti. Ci torno fra poco.

E c’è il titolo. Quando a scrivere «nessuna sorpresa, faranno qualsiasi cosa per barare» è la presidente del gruppo parlamentare sull’integrità elettorale, la frase arriva con un’etichetta di competenza attaccata. È il meccanismo dell’argomento d’autorità: chi legge rischia di pesare il ruolo prima della prova. E in quel post la prova non c’era.

Fra i post raccolti dall’AP ce n’è uno che vale la pena leggere per intero. La procuratrice generale di New York, Letitia James, aveva scritto che il suo ufficio stava «monitorando la situazione». Il post commenta: «Il che probabilmente vuol dire che stanno barando. Riempite la zona con la nostra gente». La frase di un’autorità che rassicura diventa un indizio di colpa. E subito dopo arriva l’invito ad agire.

Anche l’altra parte del racconto ha le sue scelte di parole, e conviene vederle. La ripetizione di Hochul — tre volte la stessa frase — è uno strumento retorico come gli altri, solo usato per calmare invece che per allarmare. E la spiegazione che cambia, dalla carta troppo spessa alla programmazione sbagliata, è un regalo involontario a chi cerca il complotto. Secondo il Washington Sun, fra i primi ad attribuire il guasto alla carta c’era anche un senatore statale democratico, Pete Harckham, mentre il Board of Elections diceva di non aver riscontrato problemi simili. Due versioni, per chi è già sospettoso, rischiano di sembrare una bugia, anche quando sono solo una correzione.

Un’ultima voce, più piccola. Sui social gira l’accusa che NBC News stia per proclamare la vittoria dei democratici prima di conoscere i risultati. L’AP ha guardato il post originale di NBC: diceva che i democratici erano favoriti nei sondaggi e che, «se quei numeri si riveleranno esatti», sarebbe stato possibile proiettare il controllo delle due camere già in nottata, ma che era «più probabile» servisse tempo. Togli il «se», togli il «più probabile», e un’ipotesi diventa un annuncio. È la stessa mossa del «fino a» che sparisce, che ho smontato nella puntata sugli stipendi dei magistrati.

Un guasto chiede un tecnico. Un furto chiede un colpevole. Per passare dall’uno all’altro basta cambiare verbo.

Cosa c’è sotto

Dietro questi post ci sono meccanismi che conosci, anche se non li hai mai chiamati per nome. Li prendo uno alla volta.

1. Il pezzo vero che regge quello falso

Gli scanner di Westchester si sono bloccati davvero. Il blackout di Canton Township c’è stato davvero. I seggi di Maricopa hanno chiuso davvero. A proposito di Westchester, il centro di ricerca dell’Università di Washington lo scrive in due frasi: «Questi problemi sono reali. Ma vengono ripresi con una cornice falsa e complottista».

Quella prima frase lavora per la seconda. Una voce inventata da capo a piedi può cadere già alla prima domanda: «dove?». Una voce costruita su un fatto vero ha già superato il primo controllo. Il guasto lo confermano le autorità, lo raccontano i giornali. Il rischio è che a quel punto la parte senza prove — l’intenzione, il colpevole, il piano — viaggi attaccata alla parte vera, e che la conferma del guasto sembri confermare anche il resto.

Chi verifica un allarme così rischia di controllare solo la parte facile. «Si è rotto?» Sì. E di fermarsi lì, convinto di aver verificato tutto.

Il fatto vero è il biglietto d’ingresso. Il complotto entra con lo stesso biglietto.

2. La domanda sulle probabilità

«Che probabilità ci sono che le macchine non funzionino?» Detta così, sembra bassissima. Proprio oggi, proprio lì, proprio nel collegio conteso.

Il conto giusto è un altro. Negli Stati Uniti il voto lo organizzano migliaia di giurisdizioni elettorali diverse. Il centro di ricerca lo dice così: con migliaia di giurisdizioni, è probabile che qualche macchina, da qualche parte, abbia problemi. Lawrence Norden del Brennan Center lo aveva detto all’AP già nel 2022 (articolo ripreso da KMPH): «A ogni elezione nazionale ci sono problemi come questi, da qualche parte».

A New York, ricorda NBC News, gli scanner si erano inceppati in tutta la città nel 2018, e nel Queens c’erano stati problemi nel 2024. A Oklahoma City il segretario dell’ufficio elettorale della contea, Doug Sanderson, quest’anno l’ha detto con una franchezza rara: che qualche macchina dia problemi la mattina è «una cosa comune», di solito lo sanno solo i responsabili dei seggi, e il clima intorno a queste elezioni rende tutti più nervosi del solito.

La domanda giusta, quindi, è diversa: che probabilità c’è che, su migliaia di giurisdizioni, nessuna abbia un guasto? Secondo chi le elezioni le studia, bassa. E che probabilità c’è che, se il guasto capita in un collegio conteso e in un clima teso, qualcuno lo noti e lo rilanci? Westchester ha dato la risposta in poche ore. Chi pone la domanda sbagliata ti fa guardare il singolo seggio e ti nasconde il paese intero.

Attenzione, però: tutto questo non rende ordinario un blocco in 44 comuni su 45. È un guasto grosso, con una spiegazione specifica — l’aggiornamento della programmazione — su cui la contea ha promesso una revisione. Il denominatore serve a un’altra cosa: ricordarti che fra un guasto grosso e un piano deciso a tavolino c’è di mezzo una prova, e la probabilità da sola quella prova non la fornisce.

La frequenza dei guasti ti dà il contesto. Per la causa di questo, servono le verifiche.

3. L’intenzione aggiunta

A Maricopa i seggi hanno chiuso per i temporali. Il centro di ricerca nota che i post successivi hanno attribuito un’intenzione a una chiusura dovuta al meteo. La pioggia, di solito, non ha un programma politico.

Perché ci si casca così facilmente? La ricercatrice Evelyn Rosset, in uno studio del 2008, ha proposto l’idea di un «bias di intenzionalità»: la tendenza a leggere le azioni come volute, per impostazione predefinita. Ha dato ai partecipanti frasi ambigue come «ha dato fuoco alla casa», che può essere un incendio doloso o un incidente. Chi doveva rispondere in fretta le giudicava intenzionali più spesso; e chi descriveva le frasi con parole sue tendeva a leggerle come intenzionali anche quando l’incidente era il caso tipico, come «ha rotto il vaso». Per Rosset, decidere che una cosa è successa per caso richiede uno sforzo in più.

Va detto con onestà che la spiegazione di Rosset è ancora discussa. Una tesi di dottorato del 2019 alla Goldsmiths di Londra ha replicato l’effetto della fretta, ma non ha trovato conferme per il modello con cui Rosset lo spiegava. Resta una lente utile, più che una legge.

E la lente dice questo: nell’esperimento l’effetto cresceva quando si rispondeva di fretta. Il picco di 150 post al minuto misura quanto correva la voce, più che quanto in fretta la leggesse ciascuno. La mia ipotesi è che un feed in piena sia proprio il tipo di posto dove si scorre veloce, e dove quindi, se Rosset ha ragione, l’incidente fa più fatica a restare incidente.

Nell’esperimento, chi andava di fretta vedeva più intenzioni. Vale la pena ricordarlo ogni volta che scorri.

4. Quando anche il controllo diventa un sospetto

Torna a quel post su Letitia James. La procuratrice dice che sta controllando: quindi stanno barando. Portata fino in fondo, la stessa logica potrebbe trasformare anche un silenzio in un sospetto e una rassicurazione in una copertura: sono possibilità che deduco io, nei casi raccontati non le ho viste documentate.

In Maine il centro di ricerca ha visto la versione speculare. Il Dipartimento della Giustizia annuncia che sta esaminando i video degli interpreti ai seggi, e online quella revisione viene letta come un segno che le accuse sono credibili. Un controllo, che di per sé non dimostra niente, diventa una mezza conferma.

Qui sta la forza di una voce così, e insieme il suo limite. Se un controllo diventa un indizio, una storia trova conferme in quasi tutto. Ma una spiegazione che va bene con tutti i risultati possibili ti dice poco su quale sia successo davvero.

C’è poi un dettaglio che il post dimentica. La legge del Maine, secondo la lettura del centro di ricerca, permette a chi non sa leggere o compilare la scheda — per disabilità, analfabetismo o fede religiosa — di chiedere un aiuto al seggio, a patto che l’aiutante non influenzi la scelta. Secondo i ricercatori, in molti casi avere un aiutante che traduce al seggio è legale in Maine. L’illegalità, in quei post, la suggerisce chi commenta.

Una spiegazione vale qualcosa quando i fatti potrebbero smentirla.

5. L’immagine generata dentro l’accusa

Fra le immagini sugli interpreti del Maine, una non viene da nessuna telecamera. Il 22 ottobre un’utente di Facebook chiede a Gemini di generare un’immagine di donne somale che indicano a un’altra come votare, la pubblica con il testo di una legge del Maine e l’avviso «Se vedi QUESTO, dillo a qualcuno IMMEDIATAMENTE!». Da lì, documenta il centro di ricerca, l’immagine passa su X nelle conversazioni sugli interpreti somali, e il giorno del voto è una di quelle che circolano.

Il meccanismo è vecchio, l’attrezzo è nuovo: se a una storia manca l’immagine giusta, oggi la si genera in pochi secondi. Dalle fonti che ho letto non si capisce se chi l’ha pubblicata la presentasse come illustrazione o come scena vera. Il centro ne documenta la circolazione nelle conversazioni che accusavano gli interpreti di manipolare il voto.

Un caso italiano in cui un contenuto fatto con l’IA ha cambiato significato strada facendo l’ho raccontato nella puntata su come riconoscere un video falso: un video nato come avvertimento, che ha girato come vero dopo un taglio. La regola di fondo è la stessa: chiedi da dove viene, prima di chiederti cosa mostra.

Quella scena viene da una richiesta a Gemini. Per sapere cosa è successo al seggio servono altre prove.

6. La smentita che arriva tardi

A Canton Township, in Michigan, l’ufficio del segretario comunale annuncia alle 17.32 (ora della costa est) che la corrente è tornata e che il voto è andato avanti normalmente per tutto il tempo. Il grafico del centro di ricerca mostra che, dopo quell’annuncio, la conversazione su X sul blackout cresce per diverse ore.

A Maricopa i due seggi riaprono in mattinata e l’account del Comitato nazionale repubblicano dedicato all’integrità elettorale rilancia l’annuncio della riapertura. Eppure, scrive il centro di ricerca, i post più recenti continuano a presentare la chiusura come una possibile manovra per scoraggiare il voto, tacendo che i seggi avevano già riaperto. In Florida, Loomer e altri rilanciano il guasto di Broward senza dire che era stato risolto in venti minuti. La sintesi del centro di ricerca è questa: la verità viaggia più lenta dei post su X.

E quando la correzione arriva, non è detto che ripari. Nel 2021 un gruppo di politologi — primo autore Nicolas Berlinski, fra gli altri Brendan Nyhan — ha pubblicato sul Journal of Experimental Political Science un esperimento condotto su un campione nazionale dopo le elezioni di metà mandato del 2018. Risultato: esporre le persone ad accuse di brogli senza prove riduce la loro fiducia nella correttezza del voto (non nella democrazia in sé). L’effetto si concentra fra i repubblicani e chi approvava Trump: le accuse, scrivono gli autori, fanno più danno quando sono politicamente congeniali. E i messaggi di correzione delle fonti tradizionali non riducono il danno in modo misurabile.

Io questi risultati li leggo anche attraverso il bias di conferma, la tendenza a dare più peso alle informazioni che danno ragione a quello che pensi già: un’accusa che ti dà ragione entra senza bussare, una smentita che ti dà torto deve sfondare la porta.

La voce corre sul feed. La smentita fa la fila allo sportello.

7. Le mani avanti

C’è un dettaglio di orario che conta più di tutti. Queste accuse sono partite a urne aperte, e nel caso dell’Arizona addirittura il giorno prima, quando nessuno sapeva ancora chi avrebbe vinto. Alcuni ricercatori sentiti da NBC News prima del voto avevano messo in guardia proprio su questo: racconti del genere, basati su guasti normali raccontati male, possono preparare la strada per contestare i risultati.

Nel 2022 l’AP aveva descritto la stessa dinamica. A Maricopa i codici stampati troppo chiari su alcune schede avevano mandato in tilt gli scanner in circa un quarto dei seggi, e Trump aveva scritto che era un tentativo dei democratici di «rubare le elezioni». Norden, del Brennan Center, aveva commentato che il fatto stesso di parlarne il giorno dopo mostrava «uno sforzo organizzato» per usare questi episodi come armi.

La mia lettura è che una voce di brogli lanciata prima del risultato funziona come una polizza: se vinci, hai vinto nonostante gli imbrogli; se perdi, hai la spiegazione già pronta. Testa vinco io, croce hai barato tu. Ed è per questo che il gesto di Lawler la sera colpisce: la polizza c’era, pronta per lui, e lui non l’ha incassata.

Gridare al furto a partita in corso costa poco. Se poi la partita va male, la spiegazione è già pronta.

E dall’altra parte?

Nei casi che ho raccontato fin qui le accuse arrivano da destra, e i fatti di questo 3 novembre stanno così. Ma il meccanismo non ha tessera.

Lo stesso centro di ricerca, quel giorno, ha seguito anche le paure dell’altro lato. La mattina il Dipartimento della Giustizia annuncia «osservatori» in tutti i 50 stati, il segretario per la Sicurezza interna Markwayne Mullin avverte che chi vota illegalmente verrà «braccato», e l’account ufficiale dell’ICE, la polizia dell’immigrazione, scrive: «Se voti illegalmente, ti troveremo». Secondo il centro, messaggi così alimentano sia le paure a sinistra sia le minacce a destra, anche se l’amministrazione aveva dichiarato che non avrebbe mandato ICE o FBI ai seggi. E il consiglio dei ricercatori riguarda proprio questi allarmi: non rilanciare minacce generiche di agenti dell’ICE ai seggi, anche quando arrivano dal governo, perché possono tenere la gente lontana dal voto. Se un caso è verificato, scrivi la contea e il seggio esatto. Nello stesso giorno, aggiunge il centro, alcuni account di destra invitano a mandare segnalazioni false ai servizi di monitoraggio delle organizzazioni per la difesa del voto.

Anche fra gli elettori il sospetto viaggia in tutte e due le direzioni. A Sleepy Hollow, proprio in Westchester, una elettrice racconta a Gothamist di aver sentito dire che i repubblicani vogliono «incasinare» quello che sta succedendo perché sta arrivando uno «tsunami blu». Lo stesso guasto, letto dall’altra parte.

E nel 2024, dopo la sconfitta di Kamala Harris, la teoria del furto ha cambiato colore. Su Threads circolava l’idea che Elon Musk avesse usato i satelliti Starlink per manipolare i voti a favore di Trump. PolitiFact l’ha smontata e l’ha inserita in un’ondata più ampia di contestazioni del voto «da parte dei progressisti», che ricalcavano le false accuse dei repubblicani sul 2020. Il giornalista Mike Rothschild, esperto di teorie del complotto sentito da PolitiFact, l’ha spiegato così: le teorie sulle elezioni perse e «rubate» sono un modo naturale di reggere un risultato inatteso.

In Italia è successo dai due lati, sulla stessa elezione. Dopo le politiche del 2006, vinte di un soffio dal centrosinistra, Silvio Berlusconi contestò il risultato e parlò di brogli ai suoi danni. Pochi mesi dopo il giornalista Enrico Deaglio, con un DVD e un libro allegati al periodico «Diario», sostenne la tesi opposta: brogli a favore della Casa delle Libertà. La Giunta delle elezioni del Senato ricontò le schede in un gruppo di regioni campione. Nel resoconto del 18 settembre 2007 gli scostamenti trovati in Campania sono definiti «assolutamente fisiologici», e una senatrice si augura che il lavoro «plachi sia le preoccupazioni del giornalista Deaglio sia quelle del deputato Berlusconi».

Le paure sull’ICE e la frase di un’elettrice hanno origini e peso diversi dalle accuse rilanciate quel giorno da influencer e da una deputata. Starlink e il 2006, invece, sono precedenti dello stesso tipo, a parti invertite.

Anche quando il segno si inverte, il criterio resta la prova.

Come non farti fregare

La prossima volta che ti arriva un «stanno rubando le elezioni» — da qualsiasi parte arrivi, anche dalla tua — ecco cosa fare, in pratica.

  1. Separa il fatto dall’intenzione. Fai due domande distinte: «è successo?» e «chi dice che è stato fatto apposta, e con quale prova?». Alla prima, spesso, la risposta è sì. È la seconda quella che conta, ed è quella che il post salta.
  2. Chiedi il denominatore. Un guasto su quanti seggi, su quante macchine, su quanti uffici? Su migliaia di uffici qualche problema è prevedibile; un guasto esteso, come quello di Westchester, chiede comunque una spiegazione specifica. Se il post non ti dà il contesto, cercalo prima di farti un’idea.
  3. Guarda l’orologio. Controlla l’ora del post e cerca l’aggiornamento successivo dell’ufficio elettorale. A Canton Township la corrente era tornata da ore mentre la voce cresceva ancora. Un allarme senza data è un allarme che potrebbe essere già scaduto.
  4. Ascolta chi avrebbe più da guadagnare a denunciare. Se il candidato indicato come vittima dice che non c’è stato nessun imbroglio, è un elemento che pesa. Non chiude la discussione: chi denuncia il broglio deve comunque portare le prove.
  5. Diffida della storia che vince sempre. Se nel racconto che ti arriva una smentita, un silenzio e un controllo valgono tutti come conferme, il racconto non sta descrivendo i fatti: li sta assorbendo. Chiediti cosa servirebbe per convincerti del contrario. Se la risposta è «niente», hai capito con che cosa hai a che fare.
  6. Fai il controllo sull’immagine prima che sulla frase. Chi l’ha pubblicata per prima? È una foto o un’illustrazione? Accanto c’era un avviso che poi è sparito? Un’immagine generata con l’IA può fare il giro del mondo staccata dal post che la presentava come ipotesi.
  7. Applica la stessa regola alla paura che ti fa comodo. Questa è la più difficile. Se una voce conferma quello che temevi sui tuoi avversari, è il momento di rallentare di più, non di meno. Nel dubbio fai come consigliano i ricercatori di Washington: se un problema è verificato, scrivi il luogo esatto; se non lo è, non rilanciarlo.
  8. Il momento migliore per fermarti è prima di condividere. Prima di condividere puoi ancora fermare il tuo rilancio. E l’esperimento di Berlinski e colleghi suggerisce che conviene fermarsi lì, invece di contare sulle correzioni che arriveranno dopo.

Nessuna di queste prove ti dice da sola chi ha ragione. Ti dicono quando una storia ti sta chiedendo di crederle prima di mostrarti qualcosa. Se ti interessa allenare questo modo di guardare, il punto di partenza è il pensiero critico: è una pratica, più che un talento.

Un guasto lo ripara un tecnico, a Broward in venti minuti. La fiducia chiede molto di più di una smentita.

Domande frequenti

Ci sono stati brogli alle elezioni di metà mandato del 2026?

Nei casi esaminati qui, le fonti che ho consultato fino al 5 novembre non documentano i brogli denunciati nei post. Sul caso più discusso, gli scanner di Westchester, l’AP scrive che non c’è nessuna prova credibile che sia stato altro che un problema tecnico, e il deputato repubblicano di quel collegio, Mike Lawler, ha escluso imbrogli e ha ammesso la sconfitta la sera stessa. Gli altri episodi rilanciati come brogli (Broward, Maricopa, Canton Township) erano guasti, blackout o chiusure legate al maltempo, risolti nel giro di minuti o di ore secondo le autorità locali. A Westchester, per esempio, il conteggio di una parte delle schede era previsto per il 4 novembre.

Cosa è successo agli scanner di Westchester?

Il 3 novembre gli scanner non accettavano le schede di carta in 44 dei 45 comuni della contea. Il Board of Elections dello stato di New York ha attribuito il problema a una programmazione aggiornata non installata correttamente; secondo l’AP, era un aggiornamento fatto dopo la preparazione e il collaudo delle macchine. All’inizio la contea aveva parlato dello spessore della carta, poi ha tolto quella spiegazione. Il voto è continuato: le schede sono finite in sacchi arancioni sigillati; lo scrutinio di quelle schede è cominciato il 4 novembre e la sera era ancora in corso.

Perché le voci di brogli funzionano anche quando vengono smentite?

Per più ragioni insieme. Partono spesso da un fatto vero, che le fa sembrare credibili; aggiungono un’intenzione che chi legge può attribuire senza prove; viaggiano più veloci delle correzioni. E secondo un esperimento pubblicato nel 2021 da Berlinski e colleghi, l’esposizione ad accuse di brogli senza prove riduce la fiducia nel voto soprattutto fra chi le trova politicamente congeniali, e i messaggi di correzione delle fonti tradizionali non riducono il danno in modo misurabile.

In Italia è mai successo?

Sì, e dai due lati. Dopo le politiche del 2006 Silvio Berlusconi parlò di brogli ai suoi danni; in seguito il giornalista Enrico Deaglio sostenne che i brogli c’erano stati a favore della Casa delle Libertà. La Giunta delle elezioni del Senato ricontò le schede in alcune regioni campione e, nel resoconto del 18 settembre 2007, definì «assolutamente fisiologici» gli scostamenti trovati in Campania.

Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana — Luca Masrè Passaro
// dal libro
Ti è piaciuto? Nel libro vado più a fondo.

31 capitoli su come funzioniamo. In uscita 16 settembre 2026.

Scopri il libro →
Luca Masrè Passaro
// scritto da
Luca Masrè Passaro

Comunicazione, psicologia e persuasione. Autore del Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana.

leggi la mia storia →
// LA MAIL

Hai letto fino a qui.

Continua sulla mail.

Una al mese, al massimo. Solo quando ho qualcosa di buono da dirti.

// continua a leggere

Altri pezzi dalla stessa categoria