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Ceuta, 60.000 persone in 48 ore: come una frase su TikTok è diventata un’arma di massa

60.000 persone verso Ceuta in 48 ore, decine di morti. Come una sentenza vera distorta sui social in «la Spagna ha aperto le frontiere» è diventata un’arma di persuasione di massa. L’analisi del meccanismo.

LMP Luca Masrè Passaro
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10.08.2026
Illustrazione stile Ghibli: uno smartphone posato sul fondo del mare scuro, lo schermo ancora fioco di luce dorata, raggi che filtrano dalla superficie — il video che nessuno ha mai caricato

La settimana scorsa una menzogna virale — “la Spagna ha aperto le frontiere” — ha spinto decine di migliaia di giovani marocchini a gettarsi in mare verso l’enclave spagnola di Ceuta. Almeno 67 sono morti. Non è una storia di migrazione. È la dimostrazione più brutale di cosa può fare la persuasione di massa quando diventa un’arma — e di chi paga il conto.

Ayoub ha sedici anni. Vive in Marocco, e come milioni di ragazzi della sua età passa un sacco di tempo sul telefono. La settimana scorsa, sul suo schermo, hanno cominciato a scorrere dei video: giovani come lui che si tuffano in mare, nuotano nel buio, e poco dopo arrivano su una spiaggia esultando, camminano per le strade di una città europea. Sotto, una musica trionfale. Il messaggio, implicito ma chiarissimo: ce l’hanno fatta. Puoi farcela anche tu.

Ayoub ha convinto suo cugino. Hanno fatto dodici ore di viaggio fino alla frontiera. Poi si sono buttati in acqua verso Ceuta, l’enclave spagnola sulla costa nordafricana, con la fede in Dio e un telefono chiuso in una custodia impermeabile. Lo ha raccontato lui stesso a un’agenzia di stampa, dalla sponda marocchina.

Ayoub, per come sappiamo, è vivo. Almeno 67 persone, la settimana scorsa, non lo sono.

Perché Ayoub non era solo. Tra il 30 e il 31 luglio 2026, in meno di quarantotto ore, tra le 50.000 e le 60.000 persone — la maggior parte giovani uomini, moltissimi minori non accompagnati — si sono riversate verso Ceuta dal Marocco. È la più grande ondata di attraversamenti nella storia recente dell’enclave. Molti sono annegati. Altri sono stati schiacciati mentre cercavano di arrampicarsi sulla diga frangiflutti che regge la frontiera. La quasi totalità è stata rimandata in Marocco nel giro di pochi giorni — molti sono tornati indietro da soli, dopo aver scoperto che a Ceuta non c’era né cibo né un posto dove dormire.

E tutto questo è partito da una cosa sola: una frase falsa, diventata virale sui social. “La Spagna ha aperto le frontiere.”

Non era vero. Ma non importa che non fosse vero. Ha funzionato lo stesso. E capire perché ha funzionato è la cosa più importante — e più inquietante — che possiamo imparare da questa tragedia. Perché non è una storia sull’immigrazione. È una storia su come si muovono decine di migliaia di persone premendo i tasti giusti. È persuasione di massa. È un’arma. E l’abbiamo appena vista sparare.

In breve

A fine luglio 2026 una massiccia disinformazione sui social (TikTok, WhatsApp, Instagram) ha falsamente affermato che la Spagna avesse “aperto le frontiere”, innescando l’arrivo di 50-60.000 persone a Ceuta in due giorni, con almeno 67 morti. La menzogna partiva da un fatto vero — una sentenza spagnola sui respingimenti in mare — distorto fino a diventare una falsa promessa. Questo articolo ricostruisce il meccanismo: come la riprova sociale, la distorsione di fatti reali e un algoritmo che mostra solo chi ce l’ha fatta abbiano trasformato lo smartphone in un moltiplicatore di massa. Con l’onestà di dire che i social sono stati l’innesco, ma non l’unica causa.

In questo articolo:

Cosa è successo, in ordine

Ricostruiamo i fatti con freddezza, perché è l’unico modo di rispettarli.

Ceuta è una città spagnola di circa 85.000 abitanti che si trova in Nord Africa, circondata dal Marocco e dal mare. Insieme a Melilla, è una delle uniche due frontiere terrestri tra l’Africa e l’Unione Europea. Da sempre è un punto di pressione migratoria, e da sempre è fortificata: una doppia barriera, telecamere, pattugliamenti.

La settimana scorsa tutto questo non è servito a niente. A partire da giovedì 30 luglio, decine di migliaia di persone hanno cominciato ad aggirare la barriera nuotando intorno ai frangiflutti di Tarajal e Benzú, o percorrendo a piedi la linea della costa. Non uno alla volta: a ondate, tutti insieme. Le autorità di Ceuta sono state travolte. Il governo spagnolo ha dovuto schierare l’esercito. Il presidente della città ha parlato di “emergenza umanitaria e sociale assoluta” e ha chiesto a Madrid di dichiarare l’emergenza nazionale.

I numeri, ancora provvisori mentre scrivo, sono impressionanti. Il ministero dell’Interno spagnolo ha parlato di quasi 50.000 persone entrate in poche ore, altre stime arrivano a 60.000. Il bilancio delle vittime è salito di ora in ora — 34, poi 57, poi almeno 67 secondo le fonti più recenti — con l’avvertenza che un conteggio preciso, in quel caos, è quasi impossibile. Molti erano minori non accompagnati: ragazzini partiti da soli, da diverse regioni del Marocco, convergendo tutti sulla cittadina di Fnideq, la più vicina alla frontiera.

Entro venerdì sera, oltre 48.000 persone erano già tornate in Marocco. Molte volontariamente, semplicemente perché il sogno era durato il tempo di toccare la spiaggia e scoprire che dall’altra parte non c’era nulla di quello che era stato promesso.

Perché il punto è tutto lì: cosa era stato promesso, e da chi.

La scintilla: una sentenza vera, distorta fino alla menzogna

Ecco la parte che devi capire bene, perché è il cuore del meccanismo — e perché è il tipo di disinformazione più efficace che esista.

La menzogna che ha innescato tutto non era inventata di sana pianta. Partiva da un fatto vero.

Il 29 giugno 2026, il Tribunale Supremo spagnolo ha emesso una sentenza reale. Ha stabilito che i cosiddetti “respingimenti a caldo” (le espulsioni immediate, senza procedura) non possono essere applicati ai migranti intercettati mentre cercano di raggiungere Ceuta o Melilla via mare. In quei casi, ha detto la Corte, va usata la procedura ordinaria. Il caso era nato da un cittadino algerino intercettato in mare nel 2024.

Fin qui, un tecnicismo giuridico. Ma leggi cosa dice davvero quella sentenza, secondo gli esperti che l’hanno analizzata: significa solo che non puoi ributtare indietro qualcuno in mare, perché in mare non c’è un attraversamento formale di frontiera. Non significa affatto che chi arriva possa restare. La procedura ordinaria può essere rapidissima — anche pochi giorni — e portare comunque all’espulsione. L’unica differenza è che ora serve un foglio invece di una spinta.

Adesso guarda cosa è diventata questa sentenza una volta entrata nel tritacarne dei social. Da “non si può respingere in mare senza procedura” a: “la Spagna non può più rimandarti indietro.” E da lì, in pochi passaggi, a: “la Spagna ha aperto le frontiere. Vai adesso.”

Questa è la ricetta della disinformazione perfetta. Non una bugia totale — quella si smaschera facilmente — ma la distorsione di un fatto reale. C’era un nocciolo di verità (la sentenza esisteva davvero), e attorno a quel nocciolo è stata costruita una falsa promessa. Chi la riceveva poteva persino verificare che “sì, c’è stata una sentenza” — e questo rendeva il resto credibile. È il meccanismo che rende certe fake news inarrestabili: si aggrappano a qualcosa di vero.

C’era anche un secondo elemento reale a fare da esca. A gennaio 2026 il governo spagnolo aveva varato un decreto per regolarizzare circa 500.000 immigrati irregolari — e a inizio luglio le domande erano state quasi 1,2 milioni, più del doppio del previsto. Anche questo era vero. Anche questo si applicava solo a chi era già in Spagna. Ma mescolato al resto, contribuiva a dipingere l’immagine di un Paese che “stava aprendo”. Il messaggio non lo diceva, ma lo lasciava intendere. E lasciar intendere, nella persuasione, funziona meglio che affermare.

La macchina: come i social hanno moltiplicato tutto

Una menzogna, da sola, non muove 60.000 persone. Serve una macchina che la moltiplichi. E quella macchina, questa volta, aveva un nome preciso: TikTok, WhatsApp, Instagram.

Le autorità spagnole e la stampa marocchina concordano su un punto: l’ondata è stata organizzata e amplificata sui social. Ecco come, pezzo per pezzo.

I gruppi WhatsApp hanno funzionato da centrale organizzativa: dove trovarsi, quando, come. Il passaparola chiuso e virale che coordina i movimenti senza che nessuno “in alto” debba dare un ordine.

TikTok e Instagram hanno fornito il carburante emotivo. Centinaia di account — molti con nomi che richiamano harraga, il termine che indica chi “brucia le frontiere”, i migranti nordafricani — hanno riempito i feed di video di attraversamenti. Non filmati crudi: filmati costruiti per sedurre. Giovani sorridenti che arrivano sulle spiagge, che camminano nell’enclave, montati su musiche trionfali. Uno di questi brani, di un artista marocchino, è diventato una specie di “inno” dei migranti, con un testo tutto sulla traversata dal Marocco alla Spagna.

Alcuni ragazzi hanno trasmesso la traversata in diretta. Samir, diciannove anni, ha filmato in live il suo tentativo dalla costa fino a Ceuta, con addosso solo una ciambella di fortuna e una lampada frontale per orientarsi al buio. Ahmed, ventidue anni, ha trasmesso la sua nuotata a migliaia di spettatori. “Volevo mostrare alla mia famiglia cosa stavo attraversando, per farle capire perché sono partito”, ha spiegato uno di loro. E ha aggiunto una frase che vale tutto l’articolo: “È più pericoloso di quello che si vede sui social. Molti non ce la fanno mai. Ma preferiamo correre questo rischio che restare senza futuro.”

C’è un dettaglio tecnico che rivela quanto la macchina fosse consapevole: gli account venivano cancellati e ricreati di continuo. Perché le piattaforme rimuovono i contenuti che incoraggiano l’emigrazione illegale — ma tanto, prima della rimozione, il video aveva già fatto migliaia di visualizzazioni e il suo lavoro era fatto. Cancelli l’account, ne apri un altro, riparti. L’effetto — quello che gli spagnoli chiamano pull effect e i francesi effet d’entraînement, l’effetto di trascinamento — era ormai innescato.

Nota una cosa, perché è cruciale: non serviva un regista. Non c’era una troll farm pagata da un governo (almeno, non ci sono prove che ci fosse). Bastava la dinamica virale in sé. Ogni ragazzo che postava il suo “successo” diventava, senza saperlo, un pezzo della macchina che ne convinceva altri dieci. La riprova sociale si auto-alimentava, esattamente come in una troll farm — solo che qui gli ingranaggi erano ragazzi in carne e ossa, e il prodotto finale non erano voti o click, ma corpi in acqua.

Il meccanismo più crudele: i morti non postano

E adesso arrivo al punto che nessun telegiornale ha detto, e che è il vero cuore psicologico di questa storia. Preparati, perché è brutale.

Ripensa ai video che hanno convinto Ayoub. Ragazzi che arrivano sorridenti, che esultano sulla spiaggia, che ce l’hanno fatta. Migliaia di video così. Ora fatti una domanda semplice: dove sono i video dei 67 che sono annegati?

Non ci sono. E non ci saranno mai. Perché i morti non postano.

Questo ha un nome in psicologia, ed è uno dei bias più subdoli che esistano: il survivorship bias, il pregiudizio del sopravvissuto. Vediamo solo chi ce l’ha fatta, perché solo chi ce l’ha fatta è ancora lì a raccontarlo. Chi è annegato non carica un video con la scritta “non fatelo”. Chi è stato schiacciato sulla diga non commenta “è stata una pessima idea”. Il campione che ti arriva sullo schermo è selezionato in partenza per contenere solo successi.

Il risultato è una percezione della realtà completamente falsata. Se guardi cento video e in tutti e cento la gente arriva sorridente, il tuo cervello conclude — ragionevolmente, secondo la logica della riprova sociale — che la traversata è fattibile, quasi sicura. Ma non stai vedendo cento traversate. Stai vedendo le cento traversate riuscite, mentre le decine finite in tragedia sono invisibili, cancellate dal campione prima ancora che tu apra l’app.

L’algoritmo peggiora tutto. Perché premia cosa? L’engagement. E cosa genera engagement? Il video esaltante dell’arrivo trionfale, non la notizia sobria del ragazzo annegato. Quindi la piattaforma amplifica sistematicamente i successi e seppellisce i fallimenti — non per cattiveria, ma per pura matematica del coinvolgimento. Il feed diventa una macchina che vende speranza e nasconde le bare.

Mettici sopra il carburante umano — un giovane su quattro, in Marocco, senza lavoro né studio né formazione, senza uno straccio di prospettiva — e hai la tempesta perfetta. Prendi migliaia di ragazzi disperati, mostragli solo storie di successo accuratamente filtrate, aggiungi una menzogna credibile (“le frontiere sono aperte”) e un senso di urgenza (“adesso o mai più”). Il risultato non è una scelta libera e informata. È una decisione manipolata, presa sulla base di una realtà artificiale costruita dallo schermo.

Ayoub non ha deciso di rischiare la vita. Ayoub ha reagito a un mondo falso che qualcuno — nessuno in particolare, e tutti insieme — gli aveva costruito addosso.

Non diamo la colpa solo ai social

Adesso però fermiamoci, perché sarebbe troppo facile — e disonesto — chiudere qui con “è colpa di TikTok”. Il mio marchio è non raccontarti favole, e questa sarebbe una favola comoda.

I social sono stati l’innesco e il moltiplicatore. Ma non sono stati la causa profonda. Il carburante era già lì, accumulato da anni, e si chiama assenza di futuro.

I numeri lo dicono senza pietà: in Marocco, un giovane tra i 15 e i 24 anni su quattro non studia, non lavora e non è in formazione. Non è un dato astratto: è un ragazzo su quattro che, la mattina, si sveglia senza niente da fare e senza niente da sperare. La stampa marocchina stessa, commentando la crisi, l’ha detto chiaramente: questo esodo non si può ridurre a un semplice incidente di frontiera o all’effetto passeggero di una voce digitale. Rivela una frattura sociale profonda, e chiama in causa direttamente le politiche di sviluppo del Paese.

Ha ragione. Una menzogna virale può accendere un incendio solo se c’è già la benzina. Prova a far girare lo stesso video — “la Spagna ha aperto le frontiere” — in un posto dove i ragazzi hanno lavoro, studio, prospettive. Non si tuffa nessuno. La disinformazione ha fatto presa perché ha trovato un terreno già disperato, dove la traversata mortale sembra comunque un rischio migliore della certezza di un futuro vuoto. Come diceva quel ragazzo in diretta: preferiamo questo rischio che restare senza futuro.

Questo è importante per una ragione precisa, che va oltre la cronaca. Se diciamo “è tutta colpa dei social”, regaliamo un alibi comodissimo a chi dovrebbe occuparsi delle cause vere: la disoccupazione giovanile, la povertà, la mancanza di orizzonti. I social sono il fiammifero. Ma qualcuno, per anni, ha lasciato che si accumulasse la benzina. E dare la colpa solo al fiammifero significa non guardare mai il deposito.

Quindi teniamo insieme le due cose, senza sceglierne una comoda: la propaganda social è stata l’arma, ma la disperazione era la munizione. Togli l’una o l’altra, e la strage non succede.

La domanda scomoda: chi ha aperto i rubinetti?

C’è un’ultima questione, la più delicata, e la affronto con l’equidistanza che merita — perché qui le certezze non ce le ha nessuno, e chi te le vende sta tifando, non ragionando.

La domanda è: si è trattato solo di un fenomeno spontaneo, o qualcuno ha deliberatamente chiuso un occhio per lasciarlo accadere?

Il sospetto nasce dalla storia. Nel maggio 2021 c’era già stata una crisi simile — circa 10.000 persone, con centinaia di minori — dopo che il Marocco aveva improvvisamente allentato i controlli di frontiera. Fu letto quasi da tutti come una ritorsione politica contro la Spagna, che aveva accolto per cure mediche il leader del Fronte Polisario del Sahara Occidentale. Il precedente c’è, ed è documentato.

Alcuni analisti, anche stavolta, si sono chiesti se le autorità marocchine non abbiano lasciato correre, notando tensioni recenti tra Rabat e Madrid — per esempio la decisione spagnola su questioni legate ai sahrawi. C’è chi ha fatto notare che l’ondata è coincisa con la Festa del Trono, un periodo di attenzione ridotta. E parte della stampa marocchina, all’opposto, ha parlato di un’operazione orchestrata dall’esterno per infangare l’immagine del Marocco, puntando il dito su presunti supporti logistici stranieri.

Ma — ed è il punto onesto — nessuna di queste tesi è provata. E soprattutto: sia il governo spagnolo sia quello marocchino hanno ufficialmente respinto l’idea di una manovra pianificata. Il presidente spagnolo Sánchez ha scagionato il Marocco da responsabilità dirette, attribuendo la crisi alle mafie dei trafficanti, alla sentenza e alla disinformazione — non a una regia di Rabat. E dal lato marocchino, la lettura ufficiale ha escluso il movente politico, sposando la spiegazione della disinformazione. Un responsabile parlamentare marocchino l’ha detto esplicitamente: è stata la disinformazione, non un complotto.

Quando i fatti non ci sono, il vuoto si riempie di teorie. E infatti attorno a questa crisi sono fiorite ricostruzioni complottiste di ogni tipo, alcune deliranti e tossiche, che non ripeto perché ripeterle significa diffonderle — ed è esattamente il meccanismo di cui parla tutto questo articolo. Mi limito al fatto verificabile: non sappiamo se qualcuno abbia aperto i rubinetti. Sappiamo che la disinformazione social è stata l’innesco accertato, che la disperazione era il terreno, e che il resto, oggi, è ipotesi. Chi ti dice il contrario con certezza assoluta — in un senso o nell’altro — ti sta chiedendo di tifare, non di capire.

Perché ci riguarda tutti

Magari stai pensando: che c’entro io, che vivo in Romagna e non a Fnideq? C’entri, e parecchio. Perché quello che è successo a Ceuta non è un fatto nordafricano. È una dimostrazione tecnica, fatta in mondovisione, di come funziona la persuasione di massa nel 2026.

Guarda il meccanismo puro, spogliato dal contesto: una narrazione emotiva, distorta da un nocciolo di verità, amplificata dalla viralità di una piattaforma, che sfrutta la riprova sociale e un algoritmo cieco per spingere migliaia di persone a compiere un’azione contro il loro stesso interesse. È la stessa identica struttura di cui ho scritto parlando delle troll farm e di come chi controlla i media controlla la realtà. Cambia la posta in gioco — lì erano voti e reputazioni, qui sono vite umane — ma il motore è lo stesso. E lo stesso meccanismo che sposta un’opinione può spostare un corpo.

Il telefono, in questa storia, ha un doppio volto che dovrebbe farci riflettere. Per quei ragazzi era una mappa (i gruppi WhatsApp, il punto di ritrovo) e insieme un miraggio (i video costruiti, la realtà falsata). Lo stesso oggetto che li organizzava li ingannava. E questo non vale solo per un migrante sedicenne: vale per te ogni volta che una realtà accuratamente filtrata ti arriva sullo schermo e tu la scambi per il mondo. La differenza è solo nella posta. Il meccanismo che ha portato Ayoub in acqua è lo stesso che decide cosa compri, cosa voti, di cosa hai paura.

Ecco perché questa tragedia è anche una lezione. Ci mostra, nel modo più crudo possibile, che la persuasione di massa via social non è più un problema di marketing. È un problema di sopravvivenza. E che l’unica difesa, come sempre, è vedere il meccanismo: sapere che quello che scorri è un campione selezionato, che i successi sono amplificati e i fallimenti invisibili, che dietro una verità comoda può esserci una distorsione, e che l’urgenza — “adesso o mai più” — è quasi sempre la firma di chi ti vuole muovere prima che tu pensi.

Chiudo con l’immagine che mi resta più impressa, e che riassume tutto. Da qualche parte, su un telefono in fondo al mare, c’è un video che nessuno ha mai caricato. È quello che avrebbe smontato tutti gli altri. E il fatto che non lo vedremo mai — che non lo vedrà mai nessuno dei prossimi Ayoub — è precisamente il motivo per cui la macchina continuerà a funzionare.

I morti non postano. E finché guarderemo solo chi sorride sulla spiaggia, continueremo a non vedere il prezzo di quel sorriso.

Domande frequenti

Cosa è successo a Ceuta a luglio 2026?

Tra il 30 e il 31 luglio 2026, tra le 50.000 e le 60.000 persone — in gran parte giovani marocchini, molti minori — sono entrate nell’enclave spagnola di Ceuta dal Marocco in meno di 48 ore, nuotando intorno ai frangiflutti o passando lungo la costa. È stata la più grande ondata di attraversamenti nella storia recente. Almeno 67 persone sono morte, molte annegate. La quasi totalità è stata rimandata in Marocco entro pochi giorni.

Cosa ha innescato la crisi migratoria di Ceuta?

L’innesco accertato è stata la diffusione massiccia sui social (TikTok, WhatsApp, Instagram) di una falsa informazione: che la Spagna avesse “aperto le frontiere”. La menzogna nasceva dalla distorsione di una sentenza reale del Tribunale Supremo spagnolo (29 giugno 2026) che vietava i respingimenti a caldo in mare, trasformata in “la Spagna non può più rimandarti indietro”. A questo si sommavano fattori profondi come la disoccupazione giovanile.

È vero che la Spagna aveva aperto le frontiere?

No. La sentenza del Tribunale Supremo stabiliva solo che i migranti intercettati in mare non potevano essere respinti senza procedura, ma andavano sottoposti alla procedura ordinaria — che può comunque portare all’espulsione in pochi giorni. Non significava affatto che chi arrivava potesse restare. È stata la distorsione di questo tecnicismo giuridico a generare la falsa promessa.

Che ruolo hanno avuto i social media?

I gruppi WhatsApp hanno coordinato i movimenti, mentre TikTok e Instagram hanno amplificato l’ondata con video che mostravano attraversamenti “di successo”, montati su musiche trionfali, spesso sotto hashtag legati al termine harraga. Gli account venivano cancellati e ricreati di continuo per aggirare la moderazione. Il risultato è stato un “effetto di trascinamento” (pull effect) alimentato dalla riprova sociale.

Perché i social sono così efficaci nel manipolare in questi casi?

Per un mix di meccanismi: la riprova sociale (se molti ce l’hanno fatta, sembra sicuro), la distorsione di fatti reali (una menzogna con un nocciolo di verità è più credibile), e soprattutto il survivorship bias — vediamo solo i video di chi è arrivato, mai quelli di chi è morto, perché i morti non postano. L’algoritmo amplifica i successi e seppellisce i fallimenti, costruendo una percezione della realtà completamente falsata.

La crisi è stata organizzata da un governo?

Non è provato. C’è il precedente del 2021, quando il Marocco allentò i controlli in una mossa letta come ritorsione politica, e alcuni analisti hanno avanzato sospetti anche stavolta. Ma sia il governo spagnolo sia quello marocchino hanno ufficialmente respinto l’ipotesi di una manovra pianificata, attribuendo tutto alla disinformazione. Allo stato attuale, un’eventuale regia politica resta un’ipotesi non dimostrata.

Una domanda per te

Ripensa all’ultima cosa che ti ha convinto guardando dei video — un prodotto, un viaggio, un investimento, uno stile di vita. Quante delle persone che mostravano “com’è andata bene” stavi vedendo, e quante di quelle a cui è andata male non ti sono mai arrivate sullo schermo? Il survivorship bias non colpisce solo un ragazzo di Fnideq. Colpisce te, ogni giorno, in forma più gentile. Dove, di preciso? Scrivilo nei commenti.

Risorse per approfondire

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Nota: questo articolo analizza un evento di cronaca ancora in evoluzione al momento della scrittura; alcuni dati, in particolare il bilancio delle vittime, potrebbero essere aggiornati. L’obiettivo è comprendere il meccanismo di persuasione di massa, non esprimere giudizi sulle persone coinvolte, che di questa vicenda sono le vittime.

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Comunicazione, psicologia e persuasione. Autore del Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana.

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