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Luca Masrè Passaro
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Il consenso a 300 dollari al milione

Clipping politico: dentro Elephant Clipping, la rete Discord che paga 300 dollari al milione di views per video pro-repubblicani senza dire chi paga.

LMP Luca Masrè Passaro
·
13.10.2026
Illustrazione: una folla di figure di carta con lanterne mosse da fili che salgono a una torre, un bambino le osserva

Un ragazzo biondo, riccio, accento marcato, parla in camera da Riga. Dice che con questa campagna puoi fare «letteralmente 100k al mese». Basta pubblicare spezzoni di video di «qualunque cosa sostenga i repubblicani». E se non sai nemmeno chi siano, i repubblicani? Nessun problema. Apri Gemini, scrivi «Yo, Gemini, voglio idee per video che promuovano i valori repubblicani», e — parole sue — «boom».

Si fa chiamare Serviuos. La sua società si chiama ClipIt. La campagna si chiama Elephant Clipping, l’elefante come il simbolo del Partito Repubblicano. E il suo scopo l’ha scritto lui stesso, in un messaggio: «So that republican win in USA». Così che vincano i repubblicani in America.

L’ha raccontata il 2 settembre 2026 Ali Breland su The Atlantic, in un’inchiesta che vale la pena smontare pezzo per pezzo. Perché qui la notizia è il meccanismo, prima ancora della destra americana. E il meccanismo è già nel tuo telefono.

In breve

Elephant Clipping è una campagna gestita da Riga che paga persone sparse nel mondo, reclutate su Discord, per tagliare video conservatori in clip brevi e pubblicarli su TikTok, Reels e Shorts da account che sembrano di normali americani. Budget dichiarato: 300.000 dollari al mese, 300 dollari ogni milione di visualizzazioni. Le istruzioni non chiedevano di dichiarare il compenso, e chiedevano invece proxy americani per nascondere da dove si posta. I video arrivano da cartelle Google Drive con file che sembrano caricati da dipendenti di un’agenzia di Las Vegas guidata dal nipote di un grande donatore repubblicano; il loro ruolo, se c’è, non è chiarito. Secondo The Atlantic, negli Stati Uniti è probabilmente legale. Ed è proprio questo il problema.

Cos’è il clipping, prima che diventasse politica

Il clipping è un lavoro: prendi un video lungo — un podcast, un’intervista, un comizio — lo tagli in pezzi da trenta secondi, ci metti i sottotitoli grandi e lo pubblichi sui tuoi account. Chi ti commissiona il lavoro ti paga in base alle visualizzazioni che fai.

È nato nel mondo dei creator e dei brand. Lo streamer che vuole essere ovunque senza passare la vita a montare. Il musicista che vuole il ritornello in tutti i feed. Il marchio che vuole che si parli di lui. Secondo The Atlantic, brand, influencer e artisti ci investono somme a sei cifre. Esistono piattaforme intere che fanno da mercato fra chi paga e chi taglia.

L’idea è semplice. Lo stesso podcast tagliato e pubblicato da trecento account diversi compra trecento biglietti della lotteria invece di uno: trecento occasioni di finire nel feed di qualcuno. Non è una garanzia, perché poi decidono il contenuto e i sistemi di raccomandazione. Ma ogni account ha la sua piccola platea, il suo modo di tagliare, la sua didascalia. Più che una pubblicità, è un’invasione a bassa intensità.

Finché il prodotto è una canzone o un podcast, è marketing aggressivo. Quando il prodotto è un partito, e nessuno ti dice chi paga, cambia natura. Diventa un’altra cosa, e quella cosa ha un nome vecchio: astroturfing, il prato finto che si fa passare per erba spontanea.

Come funziona Elephant Clipping, dal Discord al tuo feed

La catena è corta, ed è la sua forza. Cinque passaggi, ognuno banale preso da solo.

Il primo è il reclutamento. Avviene su Discord, l’app di chat nata per chi gioca ai videogiochi e diventata la piazza dove i clipper cercano lavoro. Breland ci è entrato dopo una segnalazione anonima. Come? Ha cliccato «Join», ha scritto in un modulo che stava negli Stati Uniti, ha risposto a un paio di domande su quanto tempo aveva e quanta voglia di tagliare video. Tutto qui, racconta.

Il secondo è il materiale. Una cartella Google Drive con i video consigliati da cui partire. Ma la regola, scritta da Serviuos ai partecipanti, è larghissima: «puoi tagliare qualunque cosa, purché sia contenuto conservatore e pro-repubblicano presentato in modo positivo». Gli esempi che dà: «i 5 momenti migliori di Joe Rogan», lo youtuber conservatore Nick Shirley che si scontra con dei progressisti, con tanto di didascalia suggerita.

Il terzo è la pubblicazione. I clipper postano su TikTok, Instagram Reels e YouTube Shorts, dai propri account. Account che, scrive The Atlantic, sono pensati per sembrare quelli di americani qualunque che spontaneamente elencano buone ragioni per stare con il Partito Repubblicano.

Il quarto è il travestimento. Le istruzioni chiedono di usare proxy con sede negli Stati Uniti — un servizio che fa sembrare americana una connessione che parte da tutt’altra parte — e di nascondere la propria posizione sui social. Perché ClipIt, secondo The Atlantic, lavora con molti collaboratori di paesi più poveri dell’Europa dell’Est e del Sud del mondo, e nel server di Elephant Clipping molti partecipanti sembravano trovarsi fuori dagli Stati Uniti. Dichiarare che il video è pagato, o che fa parte di una campagna organizzata? Nelle istruzioni non c’è scritto da nessuna parte.

Il quinto è la paga. Si torna sul Discord, si incollano i link dei video pubblicati, qualcuno li controlla, e si viene pagati con una quota del budget mensile: 300.000 dollari, 300 dollari ogni milione di visualizzazioni.

Cinque passaggi. Nessuno dei quali, preso da solo, sembra un crimine. Messi in fila, fabbricano una folla.

Budget e obiettivo: lo stesso numero

1 miliardo di visualizzazioni

300.000 dollari al mese, pagati a 300 dollari ogni milione di visualizzazioni, bastano a pagare esattamente un miliardo di visualizzazioni: l’obiettivo mensile dichiarato dalla campagna, che secondo The Atlantic spesso non viene raggiunto. Ogni visualizzazione vale 0,0003 dollari: tre centesimi di centesimo.

Quanto può guadagnare un clipper

I conti dicono che i 100k del video sono un traguardo per pochissimi. Facciamoli. A 300 dollari al milione, per arrivare ai famosi 100.000 dollari al mese bisogna fare circa 333 milioni di visualizzazioni in trenta giorni. Da soli. Che sarebbe un terzo dell’intero budget della campagna finito nelle tasche di una persona.

Gli account trovati da The Atlantic fanno numeri di un altro ordine di grandezza. The Atlantic ha trovato due account, @_politicalhub e @frontrawpolitics, che si sono traditi da soli: hanno copiato nella didascalia del video le istruzioni della campagna, 258 parole intitolate «Goal of the Campaign». Quei due video avevano un like ciascuno. Gli altri video degli stessi account, quelli pubblicati senza l’errore, avevano messo insieme decine di migliaia di visualizzazioni. Decine di migliaia: anche se fossero state pagate tutte, a quella tariffa varrebbero pochi dollari. Quanto abbiano incassato davvero, la fonte non lo dice.

Ed è qui che il modello mostra la sua logica. Il singolo conta poco. Conta lo sciame. Mille persone che portano a casa due spiccioli ciascuna producono, tutte insieme, un rumore di fondo che sembra opinione pubblica. Chi paga compra attenzione all’ingrosso; chi lavora la vende al dettaglio, e a prezzo di saldo.

Il video di reclutamento vende il sogno dei 100k. La campagna paga visualizzazioni a tre centesimi di centesimo. Quanto arrivi davvero, alla fine, a chi taglia, l’inchiesta non lo dice.

La cartella Drive: il kit che arriva dall’alto

Il dettaglio più rivelatore di tutta la storia è una cartella condivisa. Perché la cartella dice una cosa che il Discord tace: il contenuto, in buona parte, arriva confezionato dall’alto.

Breland ha trovato altri server collegati. Uno si chiama US Politics Clipping ed è gestito da Anders Wedøe, un giovane norvegese con una sua società di clipping, ClipSon. Budget dichiarato: 125.000 dollari al mese. Qui le regole sono più strette: si possono tagliare solo i video della Drive. E la Drive è la stessa di Elephant Clipping. Dentro: Nick Shirley, Donald Trump, il vicepresidente JD Vance, il commentatore sportivo Stephen A. Smith. Wedøe non ha voluto parlare.

Poi c’è Monster Lab, un sito visibile dal server che elenca campagne già concluse. Una di «political clipping» a febbraio con un budget da 900.000 dollari. Altre due, a marzo e ad aprile, su un non meglio precisato «commentatore politico statunitense», 900.000 dollari di budget mensile ciascuna. E una ad agosto da 120.000 dollari che chiedeva di tagliare i video del canale YouTube di Turning Point USA, l’organizzazione conservatrice fondata anche da Charlie Kirk. Quella campagna rimandava a una Drive con video soprattutto di sua moglie, Erika Kirk, caricati il 15 settembre 2025. Cinque giorni dopo l’assassinio del marito.

Turning Point, va detto, si chiama fuori. Il portavoce Andrew Kolvet ha risposto a The Atlantic: «posso praticamente garantire che non lavoriamo con una società lettone», aggiungendo che nessuno dei loro fornitori conosce la campagna.

E qui si capisce cosa sia davvero il clipping politico. Le campagne forniscono il materiale e fissano i criteri, con vincoli diversi: US Politics Clipping ammette solo i video della Drive, Elephant Clipping lascia tagliare anche altro, purché sia conservatore, pro-repubblicano e presentato bene. In tutti e due i casi è una catena di montaggio dove l’ultimo anello è il volto, e il volto è quello di un ragazzo qualsiasi con un account qualsiasi. La linea viene da sopra. La faccia è distribuita.

«Anche quando ce l’hai proprio davanti agli occhi, non hai abbastanza informazioni per descrivere quello che stai vedendo.»

— Whitney Phillips, School of Journalism and Communication, University of Oregon, a The Atlantic

Chi paga? Le tracce che portano a Las Vegas

La risposta onesta è: non si sa. Il server non lo dice. Ma le cartelle lasciano impronte, ed è qui che bisogna andare piano, perché la differenza fra un indizio e una prova è tutta la differenza fra giornalismo e diffamazione.

Le impronte sono queste. Nelle Drive delle campagne di Serviuos e di Wedøe ci sono file caricati da quelli che sembrano essere tre dipendenti di Enclave & Key, un’agenzia di marketing di Las Vegas: Jules Katz, capo dello staff; Benjamin Goodman, vicepresidente operativo; Jack O’Hara, responsabile della produzione video di una società controllata. Katz e O’Hara sembrano aver caricato i video con l’indirizzo email aziendale.

Il fondatore e amministratore delegato di Enclave & Key è Blake Wynn, 26 anni, nipote di Steve Wynn, miliardario dei casinò e grande finanziatore della destra americana. E ClipSon, la società norvegese, gestisce anche una campagna di clipping dedicata proprio a Steve Wynn: 10.000 dollari al mese, con una Drive di video che sembrano caricati da Goodman. Lo stesso Blake Wynn, in un podcast del novembre 2025, aveva detto che lui ed Enclave & Key «fanno molto lavoro in politica».

Questo è quello che c’è. Quello che manca lo scrive The Atlantic stesso: non è specificato quale ruolo abbia Enclave & Key nelle campagne, ammesso che ne abbia uno. Dei file caricati da qualcuno raccontano da dove viene il materiale. Chi abbia firmato l’assegno è un’altra faccenda.

Le risposte, poi. Blake Wynn ha detto che nella ricostruzione ci sono «diverse inesattezze», senza dire quali, e non ha dato seguito all’invito a parlarne. L’agenzia ha mandato una dichiarazione: le notizie «vengono tagliate e condivise da generazioni», e Enclave & Key è «un’azienda americana impegnata in una pratica di routine, consolidata e lecita», a dispetto dei tentativi di «renderla sensazionale». Steve Wynn non ha risposto.

«Le notizie si tagliano e si condividono da generazioni.» È vero. La rassegna stampa esiste da un secolo. Solo che la rassegna stampa ha una testata in cima. Qui la testata è proprio la cosa che si toglie.

La lista nera: cosa era vietato clippare

Le regole di una campagna dicono di lei più dei suoi slogan. E Elephant Clipping aveva una lista di cose da non toccare.

Vietati i video della giornalista Megyn Kelly, dei commentatori Nick Fuentes e Tucker Carlson, del segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., dell’attivista Riley Gaines, fra gli altri. Vietati i contenuti sull’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Vietate le criptovalute promosse da membri della famiglia Trump. E nella campagna su Turning Point era vietata Candace Owens, diventata nel frattempo un’avversaria di Erika Kirk.

Poi ci sono due divieti che pesano più degli altri. I clipper non possono dire «vota per» o «vota contro» un candidato o una causa. E non possono invitare a «donare».

Perché? Gli esperti sentiti da The Atlantic avanzano un’ipotesi: quei paletti potrebbero servire a stare sotto le soglie delle norme sul finanziamento elettorale, che obbligherebbero a dire chi paga, oppure a evitare le regole di moderazione delle piattaforme. È un’ipotesi, non una sentenza. Ma guarda la forma che dà al messaggio.

Il video non ti chiede niente. Ti mostra soltanto una persona simpatica, di destra, che ha ragione. Poi un’altra. Poi un’altra ancora. Nessuno ti dice cosa fare il giorno delle elezioni. La scommessa è che, a forza di vedere quelle facce, ti sembri di saperlo da solo.

La lista nera rivela anche un’altra cosa. Un’operazione che vuole sembrare spontanea è, in realtà, curatissima. Sceglie chi far vedere e chi far sparire, quali temi accendere e quali tenere al buio. Ci sono perfino due sotto-campagne con soldi extra per i video favorevoli a Vivek Ramaswamy, candidato governatore in Ohio, e a Tulsi Gabbard. Un movimento spontaneo che premia i propri militanti a seconda di chi elogiano.

Le cancellazioni: cosa è successo dopo le domande

Breland ha mandato le sue domande ai Wynn, a Enclave & Key e agli altri coinvolti. Poco dopo, scrive, sono cominciate le cancellazioni.

Entro il giovedì pomeriggio le cartelle caricate da Katz e O’Hara erano sparite. Gli stessi file sono ricomparsi, caricati da Goodman con un indirizzo email non collegato a Enclave & Key. I canali di US Politics Clipping e di Elephant Clipping sono stati tolti dall’elenco pubblico delle campagne nei Discord di ClipSon e di ClipIt. Su Monster Lab le campagne restavano visibili, ma senza più le descrizioni che ne spiegavano lo scopo. Il venerdì mattina sono state tolte anche le Drive di Enclave & Key.

Perché sia successo, non lo sappiamo. Le ragioni possono essere tante, e The Atlantic non le ricostruisce. Quello che la sequenza documenta è un’altra cosa, ed è già abbastanza: il materiale è rimasto lo stesso, mentre è cambiato il nome attaccato sopra. E per chi guarda da fuori, in una campagna che vive di provenienza nascosta, il nome è l’unica informazione che conta.

Perché funziona: la psicologia della folla finta

Funziona perché il cervello conta le teste. Prima ancora di giudicare un’idea, guardiamo quanti la sostengono. Robert Cialdini lo ha chiamato riprova sociale: in una situazione incerta, consideriamo giusto quello che vediamo fare a tanti simili a noi. È una scorciatoia preziosa, la stessa che ci fa scegliere la trattoria piena invece di quella vuota. Ed è proprio la scorciatoia su cui una campagna come Elephant Clipping può fare leva.

Un manifesto elettorale lo riconosci. Ha un logo, un simbolo, una firma. Il tuo cervello alza le difese: è propaganda, lo so. Un ragazzo di Dallas che posta un pezzo di Joe Rogan con scritto «finalmente qualcuno lo dice» non ti sembra propaganda. Ti sembra una persona. E se nella stessa settimana vedi trenta persone diverse dire cose simili, il cervello tende a pensare «tendenza», prima che «campagna». Pensa «la gente la pensa così».

Si aggiunge un secondo meccanismo, studiato fin dal 1977 da Lynn Hasher e colleghi: l’effetto verità illusoria. Le affermazioni che abbiamo già sentito ci sembrano più vere di quelle nuove, semplicemente perché sono familiari. Il cervello scambia la facilità con cui riconosce una frase per un segnale che quella frase è giusta. La ripetizione non convince con un argomento. Convince con l’abitudine.

Metti insieme le due cose e ottieni la scommessa di chi paga. Tanti volti diversi, che sembrano indipendenti, ripetono lo stesso tipo di messaggio. Riprova sociale più familiarità. L’inchiesta non misura quanto abbia funzionato su chi guardava, né riporta effetti sul voto. Il rischio è scambiare la quantità di voci per una prova: tante, quindi sembrano avere ragione. Con una differenza. Qui le voci, se partecipano alla stessa campagna, valgono come una sola.

E c’è un dettaglio più sottile. Il clip toglie il contesto per costruzione. Trenta secondi presi da un’ora di conversazione sono già una scelta editoriale: si sceglie la battuta che funziona e si butta il resto. Ne ho scritto parlando di come un taglio crea la bugia: il montaggio non ha bisogno di inventare niente per spostare il significato. Gli basta scegliere dove cominciare e dove finire.

La propaganda classica ti parlava da un palco. Questa ti parla dal divano accanto.

Da troll farm a clip farm: cosa è cambiato in dieci anni

The Atlantic stesso fa il paragone. Nel 2016 l’Internet Research Agency, la fabbrica di troll legata al Cremlino con sede vicino a San Pietroburgo, provava a influenzare le presidenziali americane con post falsi, reti di bot e perfino manifestazioni organizzate su Facebook. Negli stessi mesi alcuni adolescenti in Macedonia pubblicavano disinformazione sulla politica americana per incassare i soldi della pubblicità a ogni clic.

Dieci anni dopo, la struttura è la stessa e le differenze sono tutte a favore di chi manipola.

La troll farm aveva dipendenti, un palazzo, un indirizzo. Si poteva fotografare. La clip farm ha un server Discord e una cartella condivisa. Chi taglia i video lavora da casa sua, in un paese qualsiasi, e magari non sa nemmeno bene per chi lo stia facendo.

La troll farm scriveva testi falsi, che si potevano smentire. La clip farm ritaglia soprattutto video veri. Joe Rogan ha detto davvero quelle cose. Trump ha detto davvero quelle cose. Smentire diventa più difficile: si può verificare se un’affermazione dentro il video è falsa, si può ricostruire il contesto tagliato, ma per farlo servono il video intero e il tempo di guardarlo. E per capire perché proprio quel pezzo ti è arrivato, servirebbe sapere chi ha pagato perché girasse. Cose che chi scorre il feed di solito non ha.

La troll farm, poi, era legata a un governo straniero. Qui, da quello che si vede, c’è un mercato: società private, lavoratori a cottimo, committenti non dichiarati e, secondo The Atlantic, probabilmente nessuna legge violata. Ed è qui che la storia smette di essere una curiosità americana.

Isabel Linzer, analista del Center for Democracy and Technology, ha detto a The Atlantic che l’esistenza di clip farm politiche su larga scala era sospettata ma mai confermata prima. Che ci fossero già operazioni più mirate — come gli influencer pagati per sostenere la candidata democratica Haley Stevens in Michigan, raccontati da MS NOW — sì. Una macchina di questa scala, con questo investimento e con questo sforzo di simulare un consenso spontaneo, no. Nel 2018 il ricercatore dell’Oxford Internet Institute Philip Howard aveva chiamato l’influenza elettorale via social «la nuova normalità». Secondo The Atlantic, Elephant Clipping dimostra quanto avesse visto giusto.

È legale? Negli Stati Uniti probabilmente sì

Probabilmente sì: è la valutazione di The Atlantic, che sente Saurav Ghosh, esperto di finanziamento elettorale al Campaign Legal Center. Ghosh spiega che «per questo tipo di campagne non esistono regole chiare sulla trasparenza», e aggiunge: «Questo sembra un caso evidente del perché abbiamo così tanto bisogno di più regole di trasparenza per i contenuti digitali».

Il punto è la forma del pagamento. Lo spot in televisione, l’annuncio sul giornale, l’inserzione sponsorizzata hanno un acquirente, un venditore e, di solito, un’etichetta. Nel clipping i soldi passano da chi finanzia a chi taglia, fuori dalla piattaforma, e su TikTok o Instagram arriva un video che sembra identico a quello di un utente qualsiasi. Nessuna inserzione comprata, nessuna etichetta «sponsorizzato» messa in automatico. Se e quando ci sia l’obbligo di dichiararlo dipende dalle regole di ciascun paese, e negli Stati Uniti, a sentire Ghosh, quelle regole chiare mancano.

Sì, ma in Europa? Qui la domanda si fa interessante, perché le regole sono più severe. Dal 10 ottobre 2025 si applica pienamente il Regolamento europeo 2024/900 sulla pubblicità politica, che vale online e offline: la pubblicità politica che rientra nelle sue regole deve portare un’etichetta e un avviso di trasparenza che indica, fra le altre cose, chi l’ha pagata, quanto è costata e, quando si usano tecniche di targeting, a chi è stata indirizzata. Meta ha reagito annunciando che, da ottobre 2025, nell’Unione europea avrebbe smesso del tutto di vendere annunci politici, elettorali e su temi sociali, lasciando possibili solo i contenuti politici «organici», non sponsorizzati.

Ora rileggi l’ultima frase. In Europa la porta degli annunci politici a pagamento su Facebook e Instagram si è chiusa, e quella dei contenuti che sembrano organici è rimasta aperta. Attenzione, però: «sembra organico» non vuol dire «è fuori dalle regole». Un compenso pagato fuori dalla piattaforma, di per sé, non basta a dire che il regolamento europeo non si applichi; come si applichi a un’operazione fatta così è una domanda da giuristi, da valutare caso per caso, e non ho trovato ancora un caso che la risolva. La mia ipotesi, ed è un’ipotesi, è che più si stringono le regole sugli annunci, più diventi tentante comprare persone al posto degli spazi.

Anche le regole italiane sugli influencer sono state pensate per un’altra taglia. Le linee guida approvate dall’AGCOM nel luglio 2025, che chiedono di rendere riconoscibile la pubblicità, riguardano gli influencer «rilevanti»: almeno 500mila follower, oppure un milione di visualizzazioni medie al mese, su almeno una piattaforma. Dei partecipanti a Elephant Clipping non si conoscono follower e medie mensili, quindi non si può dire chi rientri. Ma un modello costruito su tanti account, ognuno con la sua piccola platea, è l’opposto della figura per cui quelle regole sono state scritte: il grande influencer riconoscibile. Qui ogni ape può essere piccola. È l’alveare a essere grande.

Un’operazione può essere legale e insieme corrodere la fiducia su cui si regge una democrazia. Le due cose convivono benissimo, e di solito la legge arriva dopo.

Come riconoscere un clip pagato nel tuo feed

Con certezza, quasi mai. Per dire che un account fa parte di una campagna servono riscontri precisi, come le istruzioni copiate per sbaglio, una dichiarazione, un documento. Ci sono però segnali che meritano un secondo sguardo.

  • L’account è nuovo, o ha cambiato pelle da poco: fino a sei mesi fa postava ricette, oggi solo politica di un unico colore.
  • Il nome è generico e intercambiabile, del tipo «political hub», «raw politics», «daily patriot»: un’insegna, più che una persona.
  • Pubblica soltanto spezzoni di video altrui, mai una parola sua, mai una faccia sua.
  • Gli stessi spezzoni compaiono nello stesso giorno su tanti account diversi, con lo stesso taglio e didascalie quasi uguali.
  • La didascalia è gonfia di frasi da manuale o, come è capitato a @_politicalhub, contiene addirittura le istruzioni di qualcun altro.
  • La posizione è nascosta, la lingua delle risposte ai commenti non torna con il paese che l’account dichiara.
  • I numeri sono strani: tante visualizzazioni, pochissime conversazioni vere sotto.

Nessuno di questi segnali dimostra un pagamento, nemmeno tutti insieme: un account nuovo e appassionato può essere solo un account nuovo e appassionato. Servono a farti rallentare, e a cercare il video intero prima di condividere lo spezzone. E qui c’è il punto che ci riguarda tutti, a destra e a sinistra: la stessa macchina può spingere qualsiasi colore. Un progressista americano, sul suo Substack, ha risposto all’inchiesta chiedendo alla sinistra di usare il clipping anche lei, magari in modo «più etico e trasparente». Può darsi. Ma la difesa più seria resta cambiare la domanda che ti fai davanti a un video. Da «è vero?» a «chi ha deciso che lo vedessi?».

Ne ho parlato raccontando l’economia dell’attenzione e la fabbrica cinese dell’attenzione: il tuo tempo davanti allo schermo è la merce. Elephant Clipping aggiunge un pezzo. Adesso si compra anche la sensazione di non essere soli a pensarla in un certo modo.

Come puoi applicarlo al tuo brand

Questa storia è anche una lezione di marketing, e conviene prenderla tutta, non solo la parte morale.

La prima lezione riguarda la distribuzione. Elephant Clipping si regge su video che esistono già, sparsi da tanta gente. Se hai contenuti lunghi — un podcast, un webinar, un’intervista, una lezione — hai già il materiale per cinquanta clip. Il problema raramente è cosa dire. È quante porte usi per dirlo.

La seconda è che le persone si fidano delle persone. Per questo la campagna travestiva i clip da opinioni di cittadini comuni. Tu puoi ottenere lo stesso effetto alla luce del sole: clienti veri che raccontano la loro esperienza, collaboratori che mostrano il dietro le quinte, partner che parlano di te con la propria faccia e il proprio nome.

La terza è la più importante. Se usi il clipping, o qualunque forma di contenuto pagato, dichiaralo. La parola «sponsorizzato» costa poco e compra una cosa che nessuna campagna nascosta può comprare: la credibilità il giorno dopo. Perché il giorno dopo arriva. In questa storia è arrivato quando un giornalista è entrato nel Discord cliccando «Join», e quando qualche clipper ha incollato per sbaglio le istruzioni nella didascalia. Chi ha dichiarato tutto fin dall’inizio, quel giorno, non deve spiegare niente.

La quarta riguarda te come spettatore, che poi è la stessa persona che fa marketing. Ogni volta che senti «lo pensano tutti», chiediti chi sono questi tutti, e quanto sono costati. Vale per un partito, per un prodotto di moda, per la tendenza della settimana. È lo stesso principio che ho raccontato parlando degli obblighi di trasparenza dell’AI Act, in un campo diverso: un’etichetta funziona solo se qualcuno ha voglia di leggerla.

Le visualizzazioni, ora lo sai, hanno un listino: 300 dollari al milione. Che con quel listino si compri anche il consenso, nessuno l’ha dimostrato. La sensazione che il consenso ci sia, quella sì, è in vendita.

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Domande frequenti

Cos’è il clipping politico?

È la pratica di pagare persone, i clipper, perché taglino video politici in spezzoni brevi e li pubblichino sui propri account social, con un compenso legato alle visualizzazioni. Nel caso Elephant Clipping i video dovevano sostenere i repubblicani americani e le istruzioni non chiedevano di dichiarare il compenso.

Chi c’è dietro Elephant Clipping?

La campagna è gestita da ClipIt, la società di un uomo che si fa chiamare Serviuos e che The Atlantic colloca a Riga, in Lettonia. Chi la finanzi non è dichiarato. Nelle cartelle Drive collegate ci sono file che sembrano caricati da tre dipendenti dell’agenzia Enclave & Key di Las Vegas, fondata da Blake Wynn, nipote di Steve Wynn; secondo The Atlantic il ruolo dell’agenzia, ammesso che ne abbia uno, non è specificato, e l’agenzia definisce la propria attività lecita.

Quanto guadagna un clipper?

Nella campagna Elephant Clipping 300 dollari ogni milione di visualizzazioni, dentro un budget mensile di 300.000 dollari. I 100.000 dollari al mese promessi nel video di reclutamento richiederebbero circa 333 milioni di visualizzazioni in un mese: gli altri video dei due account trovati da The Atlantic ne avevano raccolte, tutti insieme, decine di migliaia.

Il clipping politico è legale?

Per le campagne descritte da The Atlantic, negli Stati Uniti probabilmente sì: secondo il Campaign Legal Center per questo tipo di operazioni mancano regole chiare sulla trasparenza. In Europa il Regolamento 2024/900 impone etichette e informazioni sulla pubblicità politica; un pagamento fatto fuori dalla piattaforma non basta, da solo, a escluderlo, e come si applichi a una campagna di clipping va valutato caso per caso.

Perché un clip pagato può sembrare un’opinione spontanea?

Perché compare sul profilo di una persona qualunque e assomiglia a tutti gli altri post. Se il pagamento non è dichiarato, riconoscerne la natura promozionale diventa difficile, e vedere messaggi simili da tanti account diversi può attivare la riprova sociale: se lo pensano in tanti, sarà giusto.

Come capisco se un video fa parte di una campagna organizzata?

Da fuori, raramente lo si può dimostrare: servono riscontri come istruzioni riconoscibili, dichiarazioni o documenti. Alcuni segnali meritano però un secondo sguardo: account nuovi o riconvertiti, solo spezzoni di altri, gli stessi video su tanti profili nello stesso giorno, didascalie quasi identiche, posizione nascosta.

Succede anche in Italia?

Un caso italiano documentato come Elephant Clipping, finora, non l’ho trovato. Da ottobre 2025 Meta ha smesso di vendere annunci politici nell’Unione europea, mentre i contenuti politici non sponsorizzati restano possibili: se questo spinga qualcuno verso forme di distribuzione come il clipping è un’ipotesi, ma è una buona ragione per tenere gli occhi aperti.

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Comunicazione, psicologia e persuasione. Autore del Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana.

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