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Overthinking: come smettere di rimuginare

Il pensiero gira e non arriva a nulla. Cos’è l’overthinking, perché ti inganna e come fermare il rimuginio che ti tiene sveglio.

LMP Luca Masrè Passaro
·
21.07.2026
Illustrazione in stile Ghibli sul tema overthinking

Sono le tre di notte. Rigiri nel letto la stessa frase detta ieri, la decisione di domani, quella cosa imbarazzante di sei anni fa. Il pensiero gira, gira, e non arriva da nessuna parte. Al mattino sei stanco come se avessi lavorato — ma non hai risolto niente.

Questo è l’overthinking, e ha una caratteristica crudele: si traveste da riflessione. Ti sembra di stare pensando al problema, mentre in realtà stai solo girando intorno al problema, sempre più veloce e sempre più fermo.

La cosa più utile che puoi imparare è distinguere le due cose. Perché una risolve, e l’altra logora.

Cos’è l’overthinking

L’overthinking — letteralmente “pensare troppo” — è la tendenza a rimuginare in modo ripetitivo e improduttivo su un problema, un ricordo o una decisione, senza arrivare a una conclusione o a un’azione. In italiano lo chiamiamo rimuginio quando è rivolto al futuro (“e se andasse male?”) e ruminazione quando è rivolto al passato (“perché ho detto così?”).

La parola chiave della definizione è improduttivo. Non è pensare molto a essere un problema — pensare molto a una decisione importante è saggezza. Il problema è pensare in modo circolare: tornare sempre agli stessi punti, senza che il pensiero produca una scelta, un’azione o anche solo una pace.

Il test in una domanda

Riflessione o overthinking? Chiediti: questo pensiero mi sta avvicinando a una decisione, o mi sta solo facendo rivivere lo stesso disagio? La prima costruisce, il secondo consuma.

Riflessione o rimuginio: la differenza che cambia tutto

Sembrano identici dall’interno — in entrambi i casi stai “pensando al problema”. Ma sono opposti, e si distinguono per tre segni.

La riflessione ha una direzione. Parte da una domanda e si muove verso una risposta: analizza, valuta, decide. Il rimuginio gira in tondo: torna agli stessi pensieri come un disco rigato, senza avanzare di un passo.

La riflessione finisce. A un certo punto arrivi a una conclusione, anche provvisoria, e ti fermi. Il rimuginio non ha un traguardo: potrebbe continuare all’infinito, perché il suo scopo nascosto non è risolvere, ma tenere sotto controllo — l’illusione che, finché ci penso, non mi coglierà di sorpresa.

La riflessione lavora sui fatti, il rimuginio sulle ipotesi. Riflettere significa esaminare quello che c’è; rimuginare significa costruire scenari — quasi sempre catastrofici — su quello che potrebbe esserci. Ed è per questo che il secondo non finisce mai: le ipotesi sono infinite, i fatti no.

Perché il cervello lo fa

Se l’overthinking è così inutile, perché lo facciamo? Perché il cervello lo scambia per una strategia di sopravvivenza.

Rimuginare somiglia a risolvere. La mente non distingue bene tra “sto affrontando il problema” e “sto rigirando il problema”. Entrambe danno la sensazione di stare facendo qualcosa contro la minaccia — così il rimuginio si auto-rinforza: ci sembra responsabile, quando è solo un modo per non sentirci impotenti.

L’incertezza è intollerabile. Il cervello odia le questioni aperte. Un problema irrisolto è come una porta socchiusa: continua a chiamare attenzione. Rimuginare è il tentativo — fallimentare — di chiudere quella porta pensandoci abbastanza. Ma alcune porte non si chiudono col pensiero: si chiudono con una decisione o con l’accettazione che non tutto si può sapere.

Evitare di agire è più comodo che agire. Qui l’overthinking mostra il suo lato meno confessabile: spesso pensare all’infinito è un modo per non fare. Finché “ci sto ancora riflettendo”, non devo affrontare il rischio della scelta. È lo stesso meccanismo di evitamento che alimenta la procrastinazione: il rimuginio è procrastinazione travestita da diligenza.

Persona pensierosa alla finestra al crepuscolo, luce soffusa
Il rimuginio dà la sensazione di lavorare al problema. In realtà gira intorno alla porta senza mai aprirla.

Cosa ti costa davvero

L’overthinking non è solo fastidioso: ha un prezzo concreto, su tre fronti.

Peggiora le decisioni, non le migliora. Contro l’intuizione comune, rimuginare a lungo non porta a scelte migliori. Oltre un certo punto, aggiungere pensiero aggiunge solo dubbi, rende visibili nuovi rischi immaginari e paralizza. Le persone che “pensano troppo” spesso decidono peggio di chi si fida di un’analisi ragionevole e poi sceglie.

Consuma una risorsa limitata. L’attenzione e l’energia mentale non sono infinite. Ogni ora spesa a rigirare un pensiero è un’ora tolta a ciò che conta davvero — e la stanchezza mentale che ne deriva ci rende meno lucidi proprio quando servirebbe esserlo.

Alimenta ansia e insonnia. Il rimuginio e l’ansia si nutrono a vicenda: più rimugini, più ti allarmi; più ti allarmi, più rimugini. Ed è il motivo per cui colpisce di notte, quando non c’è nessuna azione possibile a interrompere il ciclo — solo il pensiero, libero di correre a vuoto.

Come smettere di rimuginare

Non si spegne l’overthinking dicendogli di smettere — è come dire a qualcuno “non pensare a un elefante”. Serve deviarlo, non combatterlo. Ecco le leve che funzionano davvero.

Trasforma il pensiero in una domanda decidibile. “E se al colloquio andasse male?” è un rimuginio senza uscita. “Cosa posso preparare oggi per il colloquio?” è una domanda che chiede un’azione. Il trucco è convertire l’ansia aperta in un compito chiuso: appena il pensiero produce un’azione concreta, smette di girare.

Assegna un orario al preoccuparti. Sembra assurdo e funziona: stabilisci quindici minuti al giorno — sempre gli stessi — in cui ti è permesso rimuginare quanto vuoi. Quando il pensiero arriva fuori orario, ti dici “ci penserò alle 19”. Non stai reprimendo: stai rimandando. E la maggior parte delle preoccupazioni, arrivate le 19, hanno perso la loro urgenza o si sono già risolte da sole.

Scrivilo per farlo uscire. Un pensiero che gira nella testa è potentissimo; lo stesso pensiero scritto su un foglio quasi sempre si sgonfia. Mettere per iscritto ciò che ti tormenta lo rende finito, esaminabile, spesso più piccolo di come sembrava. È anche il primo gesto del pensiero critico applicato a sé stessi: separare il fatto dall’interpretazione.

Muovi il corpo per fermare la testa. Il rimuginio vive nell’immobilità. Una camminata, dieci respiri profondi, un compito manuale spostano l’attenzione dal circuito mentale al corpo e spezzano il ciclo. Non è una distrazione: è il modo più diretto per uscire dalla stanza dei pensieri quando la porta interna è bloccata.

Accetta l’incertezza che non puoi risolvere. È la mossa più difficile e la più liberatoria. Alcune domande non hanno risposta oggi, e nessuna quantità di pensiero le chiuderà. La forza di lasciarle aperte senza esserne divorati è una forma di resilienza — e si allena come tutto il resto.

L’overthinking non se ne va del tutto, e va bene così: è il prezzo di una mente che funziona. L’obiettivo non è spegnerla, ma riconoscere quando ha smesso di aiutarti e saperle dire, con gentilezza, che per stasera ha pensato abbastanza.

Un’ultima cosa, la più importante da capire: rimuginare non è un difetto morale né un segno di debolezza. È il rovescio di una qualità — una mente attenta, che cerca di prevedere e proteggere. Il problema non è che pensi troppo: è che una funzione utile è rimasta accesa dove non serve più. Trattarti con durezza per questo aggiunge solo un secondo pensiero al primo. La gentilezza, qui, è più efficace del rigore.

Da ricordare

Se un pensiero non produce un’azione, una decisione o una pace, ha smesso di essere riflessione. Puoi dirgli, con gentilezza, che per stasera ha pensato abbastanza.

Domande frequenti sull’overthinking

Cos’è l’overthinking?

È la tendenza a rimuginare in modo ripetitivo e improduttivo su un problema, un ricordo o una decisione, senza arrivare a una conclusione o a un’azione. Si chiama rimuginio quando è rivolto al futuro e ruminazione quando è rivolto al passato. L’elemento distintivo non è pensare molto, ma pensare in modo circolare.

Qual è la differenza tra riflettere e rimuginare?

La riflessione ha una direzione, arriva a una conclusione e lavora sui fatti. Il rimuginio gira in tondo, non finisce mai e costruisce ipotesi, quasi sempre catastrofiche. La prima avvicina a una decisione, il secondo fa solo rivivere lo stesso disagio. La domanda che li distingue è: questo pensiero mi sta portando a una scelta o mi sta solo consumando?

Perché rimuginiamo soprattutto di notte?

Perché di notte non c’è nessuna azione possibile a interrompere il ciclo: resta solo il pensiero, libero di correre a vuoto. Inoltre rimuginio e ansia si alimentano a vicenda, e l’assenza di distrazioni e di stanchezza fisica amplifica il fenomeno proprio quando servirebbe riposare.

Come si smette di pensare troppo?

Non combattendo il pensiero ma deviandolo: trasformarlo in una domanda che chiede un’azione concreta, assegnare un orario fisso al preoccuparsi, scrivere ciò che tormenta per renderlo finito, muovere il corpo per spezzare l’immobilità e accettare l’incertezza che non si può risolvere con altro pensiero.

Pensare tanto aiuta a decidere meglio?

Solo fino a un certo punto. Oltre una soglia ragionevole, aggiungere pensiero aggiunge dubbi, rende visibili rischi immaginari e paralizza. Le persone che rimuginano molto spesso decidono peggio di chi svolge un’analisi adeguata e poi sceglie, perché l’eccesso di pensiero non produce più informazione utile ma solo esitazione.

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Comunicazione, psicologia e persuasione. Autore del Manuale di sopravvivenza alla stupidità umana.

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